Da circa due settimane si è concluso il ciclo di elezioni regionali di questo autunno. L’esito di questi appuntamenti in Toscana, Veneto, Puglia e Campania è stato evidente: l’astensione è cresciuta ovunque.
I partiti e le coalizioni delle Larghe intese ovunque hanno perso consensi. Nessuna forza che si è candidata in alternativa alle larghe intese, al di là di timidi incrementi di voti qua e là, ha ottenuto risultati in linea con le aspirazioni che i suoi promotori si erano dati. Cioè non hanno eletto nessun consigliere per “portare una vera opposizione nel palazzo” e “una sponda politica alle lotte delle masse popolari” nei consigli regionali.
Il dato è evidente. La grande partecipazione popolare che ha invaso le strade e le piazze dell’intero paese nei mesi di settembre e ottobre si è tradotta in un allegamento dell’astensione e del distacco delle masse popolari da quel palazzo e da quelle istituzioni. Non si è tradotta né in un plebiscito di voti per quella parte delle larghe intese (il polo PD) che in tanti avevano paura “cavalcasse” la questione palestinese per fini elettorali (e questo fa capire come fosse infondata quella “paura”), ma neppure in voti per le forze che si sono presentate alle elezioni in alternativa alle larghe intese. Forze che in quelle stesse piazze e mobilitazioni hanno avuto un ruolo importante.
Un elemento imprescindibile del bilancio di queste elezioni regionali è chiedersi il motivo di questi risultati. È importante non tanto per tirare la miglior “analisi sociologica” degli esiti del voto, ma perché i giusti insegnamenti per “cambiare tutto” potranno venir fuori solo da una giusta visione della realtà, da un giusto bilancio dell’azione messa in campo dalle forze alternative alle larghe intese e dallo sviluppo di un serio dibattito sull’uso che il movimento operaio, popolare e comunista devono fare delle elezioni.
È un dibattito pienamente in corso – Campania Popolare ha in programma un’assemblea di bilancio del voto sabato 13 dicembre ad esempio – e non si esaurirà o potrà essere archiviato con singole assemblee e comunicati perché attiene ai compiti dei comunisti e alla direzione che il movimento popolare del nostro paese deve assumere per riuscire effettivamente a fermare la guerra, ad adottare leggi e misure urgenti per fare fronte alla crisi e cambiare il paese.
Nel comunicato dal titolo Non ce l’abbiamo fatta per poco emesso dopo il voto, Campania Popolare ha indicato tre motivi al mancato ingresso in Consiglio regionale.
Il primo è il fatto che l’astensionismo è diventato un dato strutturale che non esprime tanto intenzione di protesta ma più che altro abbandono, disinteresse e passività delle masse.
Il secondo motivo che indicano è la scomparsa del voto di opinione basato su una visione del mondo e orientamenti politici generali. Non ci sono più le idee di società a guidare l’intenzione di voto.
Il terzo è il peso superiore assunto dai “pacchetti di voti” e dal voto clientelare causato dall’alta astensione.
Questi tre motivi sono validi, ma solo parzialmente.
Innanzitutto l’astensionismo come frutto principalmente dal degrado e dalla passività delle masse è una lettura che schiaccia l’analisi dello stato attuale delle masse popolari del nostro paese alla partecipazione al voto, ma le piazze dicono ben altro.
È vero che c’è una parte delle masse popolari del nostro paese che è completamente fuori da qualsiasi dibattito e ragionamento politico, completamente apatica e assuefatta a tutti quegli strumenti della controrivoluzione preventiva con cui la borghesia cerca di mantenerle in uno stato di passività – dal mondo virtuale alla Chiesa, dalle droghe al razzismo, l’ignoranza o l’idea di costruirsi un’isola felice in un mondo che va a rotoli – ma è vero anche che c’è tanto altro tra le masse popolari e, sicuramente, la parte più arretrata non è quella da cui dobbiamo partire. Pena una visione nichilista, sfiduciata della realtà.

Le piazze non sono mai state così piene come nel corso di questi anni e in particolare negli ultimi mesi, ad esempio. Piazze politicamente “elevate” perché hanno preso di mira il governo Meloni e le sue politiche. Gli scioperi sono stati ampiamente partecipati dai lavoratori di tutto il paese.
La generosità e radicalità dell’azione autonoma dalle classiche centrali della mobilitazione (vedi la Cgil) crescono. Ne sono una prova i blocchi e le azioni condotte dal movimento di solidarietà con la resistenza palestinese negli ultimi due anni. Ne sono una prova le decine di blocchi del movimento “blocchiamo tutto” di settembre. Ne sono una prova le mobilitazioni degli operai dell’Ilva di questi giorni.
Ne è una prova, più di tutto, il fatto che negli ultimi mesi si sono moltiplicati gruppi di lavoratori, studenti o elementi delle masse popolari che hanno cominciato a organizzarsi sui luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri e nelle città. Gruppi che si sono aggiunti a quelli che esistevano già e in qualche modo ne sono stati il traino.
Sono i portuali, i lavoratori della logistica, i metalmeccanici, i sanitari e i docenti per Gaza, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, le centinaia di collettivi e coordinamenti studenteschi e tutto il resto dei punti di organizzazione e riscossa che l’enorme ondata di mobilitazioni ha generato in tutto il paese dai nodi locali contro il genocidio in Palestina, i comitati contro la guerra e l’occupazione della Nato del nostro paese.

In un simile momento della storia politica del nostro paese come possiamo ancora parlare di passività delle masse e di assenza di ideali che le muovono? Questo “mondo” è il primo a cui dobbiamo guardare. È “l’esercito” già attivo e in lotta per la liberazione del nostro paese. Un esercito che le attuali forze anti larghe intese devono guardare per intero e non farlo coincidere solo con le proprie aree di influenza e consenso. Tanto meno se l’ottica è esclusivamente elettorale.
È un esercito composto potenzialmente da milioni e milioni di persone che dal punto di vista elettorale si sono già sentite prese in giro da chi come Bertinotti giurava di “far piangere anche i ricchi” o da chi come Grillo prometteva di “aprire il parlamento come una scatoletta di tonno”.
Milioni di persone che ora hanno bisogno di un centro autorevole che promuova la mobilitazione, serio e composto dalle principali forze politiche, sindacali, sociali e popolari che stanno animando l’intero movimento. Un centro promotore che agisca come forza di governo e si ponga l’obiettivo non solo di protestare e lottare ma di governare e di vincere. A questo aspira la maggioranza delle masse popolari e a questo devono servire appuntamenti come quelli elettorali se vogliono avere un senso e una prospettiva.

Sempre Campania popolare ha affermato nel suo comunicato che rispetto all’azione messa in campo durante la campagna elettorale non hanno nulla di che rimproverarsi, di averci provato, di aver condotto delle esperienze positive, di aver raccolto qualche voto in più rispetto al 2020 e di aver capito che la strada da perseguire è quella di continuare con il lavoro di radicamento, di moltiplicazione delle case del popolo sul territorio, di sostegno alle vertenze e tutto quanto i compagni facevano già prima della campagna elettorale puntando ad attivare i 40mila elettori che li hanno votati.
Posto il sostegno e il riconoscimento della grande generosità profusa in questa campagna elettorale, è un limite non interrogarsi adeguatamente sulla propria azione, i risultati che questa ha portato in relazione all’obiettivo di eleggere un consigliere da cui si partiva e cosa è necessario fare per avanzare alla luce di questo bilancio. Leggendola così il motivo per cui Campania popolare non ha eletto consiglieri è che da un lato le masse popolari sono arretrate o non hanno capito e dall’altro che il nemico è troppo forte.
Ma il punto è un altro. La campagna elettorale in Campania, ma il discorso è valido per tutte le altre elezioni regionali, ha dimostrato che se le forze anti larghe intese si limitano a denunciare i “blocchi di potere” del PD e della destra, a raccogliere i voti di area (di opinione) e strappare voti al centro (nel polo PD e nei suoi cespugli) i risultati finiscono per essere modesti e alla lunga frustranti.
Non basta lottare contro Fico, Giani, Meloni, Schlein o chi per loro. Non basta opporsi alla borghesia su ogni singola legge antipopolare, ogni attacco che muove contro le masse popolari e neanche contro ogni singola manifestazione della mobilitazione reazionaria che promuove.
Il punto è costruire un blocco politico e sociale che nega ogni legittimità di questa gente. Che chiama quell’esercito delle masse popolari in mille forme già attivo e mobilitato in tutto il paese a cacciarla dai consigli locali e dal governo del paese. Un blocco politico e sociale che chiama le masse popolari a governare, ad applicare la Costituzione del ’48 e che rivolti il paese come un calzino fino a fare piazza pulita delle lobby, delle cricche e dei politicanti delle larghe intese che le tengono in ostaggio.
Se guardiamo alla forza che le masse popolari solo due mesi fa sono state capaci di sprigionare senza un centro promotore di questo tipo, è evidente che le condizioni necessarie per fare tutto questo non sono principalmente nelle masse popolari ma nella lotta contro il settarismo e la sottomissione alla borghesia che ancora pervade le organizzazioni politiche, sindacali e sociali del nostro paese.
Abbiamo parlato a Campania popolare ma questo dibattito riguarda tutti. I sommovimenti che riguardano il campo delle masse popolari, le organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese, comuniste, progressiste e democratiche si sviluppano attorno al dibattito rispetto a quali passi intraprendere per alimentare la mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari fino a cacciare il governo Meloni. E come intraprenderli.
Per sviluppare e alimentare la mobilitazione è necessario dare forma e nome a quel coordinamento di organismi politici e sindacali che sostanzialmente esiste già, tanto a livello nazionale che a livello locale. Questo vuol dire costituire formalmente un Comitato di liberazione nazionale (Cln) o un Comitato di salvezza nazionale (il nome è del tutto secondario) che agisca consapevolmente da potere alternativo e antagonista al governo Meloni e alle istituzioni borghesi, che sia in grado di valorizzare tutti i settori della società che vogliono mobilitarsi e avere un ruolo positivo contro la guerra, il riarmo e a sostegno della Resistenza palestinese, che sia in grado di raccogliere le mille rivendicazioni delle masse popolari, farle confluire nella medesima mobilitazione e dare a tutte un comune sbocco politico.
Bisogna costruire a livello nazionale il coordinamento di forze capace di tenere collegamenti stretti e diretti territorio per territorio, azienda per azienda, scuola per scuola con le reti corrispettive che si formano a livello locale e di dirigerle.
Così operava il Cln e così deve operare questo organismo.






