Nelle ultime settimane la mobilitazione ha attraversato gli stabilimenti dell’ex Ilva. Dopo Taranto e Genova, anche a Novi Ligure (AL) e Racconigi (CU) i lavoratori hanno scioperato contro il piano di decarbonizzazione presentato dal governo Meloni che prevede 6.000 lavoratori in cassa integrazione entro gennaio (sugli 8.000 totali che lavorano in Ilva) e il fermo produttivo degli impianti del nord Italia.
Nel mese di settembre Acciaierie d’Italia ha comunicato la volontà di aumentare i cassaintegrati. Dopo un bando di gara andato deserto (non si sono presentati soggetti seri per rilevare l’intero gruppo), il Governo ha confermato che una rimodulazione dell’attività produttiva e il fermo delle batterie di cokefazione avrebbe reso necessario l’ulteriore allargamento della Cassaintegrazione. Per queste ragioni hanno indotto Fiom, Fim e Uilm a proclamare lo stato di mobilitazione permanente e indetto assemblee in tutti gli stabilimenti.
6.000 lavoratori in cassa integrazione su 8.000 significa di fatto chiusura. Di fronte a questa prospettiva, i lavoratori e le lavoratrici hanno deciso collettivamente di non sottostare ai ricatti e hanno dato il via a uno sciopero permanente che ha mostrato con chiarezza la forza che solo l’organizzazione operaia è capace di esprimere fino a mettere in difficoltà il governo e i suoi apparati repressivi.
4 dicembre, il momento più alto nella mobilitazione. A Genova il corteo partito da Cornigliano si è diretto verso la prefettura. Ad accoglierlo uno schieramento di polizia con una ventina di camionette a cui gli operai hanno risposto lanciando copertoni di pneumatici infiammati e sradicando con un muletto le grate di protezione agganciate con un cavo d’acciaio. Nel pomeriggio il corteo ha occupato la stazione di Brignole dove gli operai costringendo il presidente della regione Marco Bucci e la sindaca di Genova Silvia Salis a recarsi sul posto per confermare per il giorno dopo la sua presenza a Roma a parlare con il ministro Urso.
Il 5 dicembre l’incontro tra ministero, enti locali e commissario straordinario sul mantenimento della produzione si è concluso con un accordo che garantisce il mantenimento della produzione nello stabilimento ex Ilva di Cornigliano, la ripresa della linea dello zincato con l’arrivo di 24.000 tonnellate di acciaio da lavorare e quindi il mantenimento almeno per un certo periodo dei livelli occupazionali. Per Taranto, invece, la rassicurazione di continuare a rifornire lo stabilimento di Genova.
Quella strappata dagli operai ex Ilva è certamente una vittoria, seppur temporanea perché la lotta contro lo smantellamento e la chiusura degli stabilimenti è ancora tutta in corso. L’organizzazione degli operai ex Ilva e la loro combattività sono però un esempio del fatto che la lotta della classe operaia a difesa del proprio posto di lavoro è tanto più efficace quanto più diventa una questione di ordine pubblico. Quanto più passa dalla difesa all’attacco.
La mobilitazione è stata condotta senza farsi legare le mani da vincoli, leggi e dalla paura della repressione. Che è riuscita non solo a far schierare al fianco della lotta operaia esponenti della politica locale, ma anche a farli agire direttamente negli interessi operai, come hanno sottolineato anche gli operai del Calp di Genova in questo post a sostegno degli ex Ilva. Un’esperienza che deve servire come guida su come portare avanti la lotta, perché lasciare il futuro dell’ex Ilva nelle mani del ministro Urso o di qualche altro commissario straordinario per il mantenimento della produzione vuol dire condannarla alla chiusura e alla dismissione.
E deve proseguire subito, riversandosi nello sciopero generale del 12 dicembre, usando ogni iniziativa e mobilitazione del prossimo periodo per alimentare la convergenza delle lotte in corsi nel paese verso un obiettivo comune. Trasformando ogni occasione in passi per mandare a casa il governo Meloni perché, come hanno scritto i lavoratori del Collettivo di Fabbrica ex Gkn, gli unici ad avere un piano che comprenda realmente il salario e il lavoro, sono le lavoratrici e i lavoratori. E allora dall’Ilva alla Gkn a ogni azienda del paese, eccola la parola d’ordine di questi giorni: fare del 12 dicembre una grande giornata di sciopero e di lotta!
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