Sono trascorsi venticinque anni dalle grandi manifestazioni genovesi del 19, 20 e 21 luglio dell’allora Movimento No Global e dalla feroce repressione poliziesca operata dalla banda Berlusconi.
Venticinque anni sono trascorsi dall’omicidio di Carlo Giuliani in Piazza Alimonda, il 20 luglio, ucciso mentre colpiva uno dei tanti blindati della polizia che, nel corso della giornata, erano stati utilizzati per aggredire e compiere scorribande contro i manifestanti. Un omicidio di Stato che fu il prologo delle successive violenze, sevizie e torture contro i manifestanti che, nella notte tra il 21 e il 22 luglio, erano riparati nella scuola Diaz e contro gli arrestati deportati nella caserma di Bolzaneto. Quello messo in campo fu un gigantesco dispositivo di tortura e disumanizzazione, fatto di pestaggi generalizzati e selettivi, mirati contro coloro che si permettevano di alzare la testa o di alzare la voce contro la tortura, o più semplicemente per il loro aspetto fisico o per gli indumenti indossati. Non mancarono molestie sessuali, privazione del sonno, dell’acqua e del cibo, oltre all’obbligo di permanenza in posizioni innaturali per ore. Genova è stata “un’operazione verità” che smascherò le illusioni e gli abbellimenti della realtà diffusi dalla borghesia di sinistra e dai revisionisti sul carattere democratico delle forze dell’ordine che la borghesia ha assoldato a tutela del proprio ordinamento. Inutilmente la borghesia di sinistra si è affannata a concentrare l’attenzione sul comportamento criminale dei singoli agenti e squadristi e a disquisire pro o contro l’incriminazione del carabiniere che uccise Carlo Giuliani. Il comportamento della polizia a Genova non fu il frutto delle attitudini personali dei singoli poliziotti e squadristi, ma della classe e dello Stato che li selezionano, li educano e li comandano.
In questi anni, in riferimento a quanto successo a Genova, si è molto parlato di sospensione della democrazia e di sospensione dei diritti umani durante quelle giornate, ma questo discorso non regge. Non regge non solo perché parte della catena di comando implicata nelle violenze era di filiazione “democratica”; si pensi, ad esempio, ai GOM, cioè a quel reparto della polizia penitenziaria che fu attivissimo nelle violenze e nelle torture e che era stato istituito dal “comunista” Oliviero Diliberto quando era ministro della Giustizia nel governo Prodi.
Ma soprattutto non regge perché implicherebbe che la democrazia, intesa come paradigma basato sul rispetto delle garanzie costituzionali, costituisca qualcosa che può essere continuamente sospeso e ripristinato: sospeso a Genova e ripristinato subito dopo. Implicherebbe che la repressione sia un’eccezione, un errore, un’esagerazione. Ma non è così. Essa rappresenta invece una manifestazione diretta della contraddizione tra, da un lato, il movimento delle masse che, spontaneamente, si sviluppa alla ricerca di soluzioni, metodi e strumenti per far fronte alla crisi del sistema capitalista e ai suoi nefasti effetti e, dall’altro, l’azione della borghesia, che cerca in ogni modo di limitarne lo sviluppo.
Genova è certamente in continuità con la storia del nostro Paese. Ripercorrendola, ci renderemo conto che parlare di democrazia o di Stato di diritto da difendere o da “ripristinare” è fuori dalla realtà. Quale sarebbe, infatti, la democrazia da difendere? Quella della strage operaia e comunista di Portella della Ginestra del 1947? Quella del governo Tambroni che, nel 1960, ammazzò a fucilate decine di operai e comunisti nelle piazze? Oppure è quella della strategia della tensione, dalla fine degli anni Sessanta fino all’inizio degli anni Ottanta? In quegli anni i “governi democratici” davano indicazione di sparare sui manifestanti nelle piazze, le Questure facevano volare giù dalle finestre militanti politici come Pino Pinelli a Milano ed era sistematico l’uso della tortura, coperto da leggi speciali (come la legge Reale del 1975 o il pacchetto Cossiga del 1980), così come l’utilizzo di attentati, bombe e stragi organizzate dai servizi segreti e dalla manovalanza fascista.
Lo Stato non è un arbitro neutrale, ma è lo strumento organizzato della classe dominante per mantenere il proprio dominio. La legge, la polizia, i tribunali e l’esercito non esistono per garantire una “giustizia giusta” (i cittadini NON sono uguali davanti alla legge), ma per proteggere i rapporti di proprietà e di sfruttamento su cui si regge il capitalismo. Quindi, quando la classe dominante reprime, non sta rispondendo a una minaccia: sta esercitando la sua funzione normale. Detto questo è chiaro che ci sono dei salti di qualità in quella che è “l’evoluzione” del regime di controrivoluzione preventiva , un regime cioè che è subentrato alla fine del XIX secolo e che mira a ostacolare la crescita della coscienza e dell’organizzazione delle masse popolari, distoglierle dalla lotta di classe per evitare il più possibile uno scontro aperto e rallentare lo sviluppo della rivoluzione socialista.
Ebbene, l’ininterrotta successione delle lotte contro l’attuale ordinamento imperialista nel mondo conferma che non c’è e non ci sarà pace senza giustizia. Inutilmente, a Genova, 25 anni fa, come oggi, pennivendoli, capitalisti, guerrafondai e sionisti cercano di mettere al centro dell’attenzione e della condanna la violenza di chi si ribella al regime, per nascondere le turpitudini, le ingiustizie e la violenza silenziosa del regime stesso, così normale e diffusa da passare per un ordine naturale. È proprio questo ciò che la massa della popolazione sperimenta ogni giorno nei paesi imperialisti come il nostro, direttamente e concretamente, sulla propria pelle: una guerra di sterminio non dichiarata. E non c’è chiacchiera che possa cancellarne gli effetti. I morti sui luoghi di lavoro, nelle carceri, a causa di calamità naturali, di malattie curabili o di malasanità; i morti per alcolismo e droga, per obesità e anoressia, così come tutte le altre vittime di incidenti e calamità apparentemente “naturali”, sono in realtà vittime del profitto: conseguenza di misure non prese o di condizioni create per aumentare i profitti.
A fronte della situazione politica attuale e degli attacchi repressivi, sviluppare la resistenza, la lotta e la solidarietà contro la repressione è un aspetto della lotta politica in corso. Prendiamo quindi esempio da chi non si è lasciato sopraffare dalla sfiducia e dalla rassegnazione: da tutti quei compagni, dai proletari, che hanno fatto della propria esperienza lo strumento per elevare la propria coscienza e l’organizzazione nella lotta contro il nemico di classe. Non farsi fermare, ma portare avanti con maggiore decisione le lotte che si conducono. Sviluppare la denuncia degli attacchi repressivi e dei loro promotori, estendere la solidarietà e il lavoro comune di tutte le forze esistenti. Questo è ciò che permette di affrontare la repressione nella maniera più efficace.
***
Tra i molti esempi che si potrebbero citare, c’è quello di Lince, colpita in pieno volto da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo durante la manifestazione per la Palestina svoltasi a Bologna il 2 ottobre del 2025. A causa di quell’impatto, Lince ha perso definitivamente la vista da un occhio. Non si è trattato di un incidente, ma del risultato diretto di scelte politiche e operative che trasformano lo spazio pubblico in un luogo di rischio per chi dissente. Quando strumenti ad alto potenziale lesivo vengono impiegati contro manifestanti civili, il confine tra il mantenimento dell’ordine pubblico e la violenza istituzionale si assottiglia fino a scomparire. Episodi come questo, tuttavia, non devono generare paura né scoraggiare la partecipazione alle mobilitazioni. La repressione mira a produrre silenzio, isolamento e rinuncia; ciò che emerge da questa vicenda va invece nella direzione opposta. Lince ha scelto di denunciare pubblicamente la brutalità della polizia e gli abusi delle forze dell’ordine, chiamando in causa la catena di comando e la filiera istituzionale che hanno deliberatamente deciso e consentito che una manifestazione si trasformasse in un grave pericolo per chi vi partecipava. Quando la repressione assume la forma della violenza grave, denunciarla pubblicamente diventa ancora più difficile. Servono coraggio, determinazione e una solida rete di sostegno e solidarietà, perché chi denuncia può essere criminalizzato, isolato e persino esposto a ritorsioni sul piano giudiziario. Per questo la campagna “Lince – Occhi sugli abusi” rappresenta un esempio importante. Indica una strada: denunciare pubblicamente la repressione. Indica un metodo: costruire solidarietà, mobilitarsi e promuovere la mobilitazione. Ma è anche uno strumento per dare voce e forza a tutte le persone che sono state colpite dalla repressione e dalla violenza poliziesca e che, per le condizioni in cui si trovano o per le conseguenze subite, oggi non riescono ancora a esporsi in prima persona. La campagna “Lince – Occhi sugli abusi” è uno strumento a disposizione dell’intero movimento popolare: tutti possono contribuire alla sua crescita e tutti possono trarne insegnamenti, sostegno, fiducia e forza per continuare a lottare.
***
Le giornate di Genova, così come quelle che in questi decenni le hanno seguite fino al movimento con cui abbiamo “bloccato tutto” per e con la Palestina, sono la manifestazione più eclatante della generosità delle masse popolari e la smentita di tutte quelle tesi disfattiste secondo cui le masse non lottano, i giovani sono disinteressati e i lavoratori sono “imborghesiti”. Allo stesso tempo, Genova ha mostrato anche i limiti che la lotta di classe deve ancora superare e che abbiamo visto ripresentarsi nelle grandi mobilitazioni di questo autunno. Alla forza delle mobilitazioni e all’eroismo espresso contro l’ordinamento attuale della società non corrisponde ancora un orientamento chiaro e comune rispetto all’ordinamento da costruire in sua sostituzione.
La verità è che l’epoca imperialista – nella quale oggi siamo immersi – ha sancito la crisi irreversibile della società borghese, la sua decadenza e il suo necessario superamento. Ha dato avvio all’epoca delle rivoluzioni socialiste, unica via di uscita dalla crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale in corso.
Domenica 19 luglio saremo presenti al grande corteo che si terrà a Genova per urlare, ancora una volta che: un altro mondo è possibile! E con la lotta di classe possiamo conquistarlo e costruirlo.
Federazione Toscana del P.CARC

![[Pisa] A volte ritornano: sulle disperate giravolte del sindaco Conti](https://i0.wp.com/www.carc.it/wp-content/uploads/2026/07/michele-conti-foto-valtriani.jpeg?fit=2560%2C1706&ssl=1)
![[Firenze] La solidarietà è un’arma. Che il CPA Firenze Sud usa](https://i0.wp.com/www.carc.it/wp-content/uploads/2026/07/images-3.jpg?fit=739%2C415&ssl=1)
![[Firenze] Convergere, salpare, insorgere: partecipiamo allo sciopero del 9 luglio e alle mobilitazioni dell’11 e 12 luglio del CdF ex GKN!](https://i0.wp.com/www.carc.it/wp-content/uploads/2026/07/sciopero-681x383-1.jpg?fit=681%2C383&ssl=1)
![[Prato] Solidarietà al SUDD Cobas e ai lavoratori ACCA sotto attacco!](https://i0.wp.com/www.carc.it/wp-content/uploads/2026/07/x049ea02fcc99d120bcd2294b5a692444.jpg.pagespeed.ic_.ivv6iBpiAS.webp?fit=750%2C422&ssl=1)
![[Firenze] Appello alla solidarietà: 13 giugno conferenza stampa e presidio di fronte al Meyer](https://i0.wp.com/www.carc.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2024-11-23-at-19.55.37.jpeg?fit=384%2C216&ssl=1)
