Nei giorni scorsi ci siamo occupati dell’insicurezza che si diffonde nei quartieri per le masse popolari e della sicurezza di cui hanno bisogno. Abbiamo trattato delle origini sociali di questa condizione – degli effetti della guerra, delle politiche di guerra e di smantellamento che si riversano nei quartieri – e di alcuni esempi di organizzazioni popolari che si sono attivate per risolverla.
Pubblichiamo oggi l’intervista che abbiamo fatto al Comitato Autonomo Politico di Quartiere Luzzatti/Ascarelli di Napoli rispetto alla loro esperienza degli anni ‘70 perché è un esempio concreto di organizzazione nei quartieri. Un esempio che mostra chiaramente il ruolo che possono avere i compagni e le compagne che si attivano, che organizzano e mobilitano i propri vicini e le masse popolari del quartiere. Che lascia intravedere la rete organizzata di comitati che i comunisti possono promuovere e coordinare e che costituisce una forza di governo dei territori.
É questa rete infatti che nel quartiere Luzzati/Ascarelli ha permesso di condurre battaglie e riportare importanti vittorie per le masse popolari della zona. Contro la chiusura della fabbrica della zona, per l’autoriduzione delle bollette, il diritto alla casa, il rifacimento della scuola (voluta dalle mamme del comitato di quartiere), della biblioteca e contro la diffusione della droga e i fiumi di eroina che iniziarono a colpire i quartieri popolari e gli ambienti dei compagni in quel periodo.
In modo particolare i compagni riportano l’esperienza fatta con l’auto riduzione delle bollette, il lavoro di coinvolgimento e mobilitazione che hanno svolto e il terreno fertile che hanno trovato nel quartiere. Un’esperienza che mostra ancora una volta che se c’è qualcuno che le promuove e le sviluppa, deciso a vincere, la partecipazione e la mobilitazione si sviluppano e lo fanno trovando soluzioni positive ai problemi delle masse popolari. Soprattutto che mostra bene il ruolo che i comunisti hanno in ogni ambito in cui intervengono portando una linea giusta e organizzando le masse popolari su quella.
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Intervista Comitato Autonomo Politico di Quartiere Luzzatti/Ascarelli
Intervistati: Raffaele Di Francia, Lello, Giuseppe Celentano
1. Siamo qui con i compagni Raffaele, Lello e Giuseppe del Comitato Autonomo Politico di Quartiere Luzzatti/Ascarelli. Raccontateci come nasce il vostro comitato e cosa vi ha spinto ad organizzarvi
Giuseppe – Il nostro comitato nasce a partire dall’inizio degli anni ’70, quando un gruppo di compagni tra studenti, operai e disoccupati che vivevano nel Rione Luzzatti/Ascarelli (un rione nel quartiere di Poggioreale) si iniziavano ad incontrare ai giardinetti del rione per discutere delle questioni politiche e sociali dell’epoca. Molti di noi hanno iniziato a fare politica dal liceo, militando nei collettivi politici di scuola (io ad esempio ho iniziato all’Enrico Fermi) per poi passare in organizzazioni politiche o comunque essendo influenzate da esse. Un compagno del nostro quartiere, infatti, venne da Parigi e ci portò le notizie del Maggio Francese e fu su sua spinta che iniziammo a riunirci e a fare attività politica del quartiere. Conoscemmo un altro compagno e da lì costruimmo il comitato.
Abbiamo, quindi, cominciato a discutere di politica e del sociale ai giardinetti del quartiere e fu proprio in quei giardinetti che decidemmo di costituirci in comitato di quartiere, il Comitato Autonomo Politico Rione Luzzatti/Ascarelli. Un bisogno di organizzarci che nasceva quasi “naturale” per chi come noi viveva in un quartiere popolare e proveniva da una famiglia operaia. C’era il bisogno reale e sociale di rivendicare certi diritti e certi sviluppi per il quartiere nell’ottica di realizzare i bisogni materiali della classe.
Raffaele – Anche io ho iniziato a fare politica a scuola, per poi passare alla redazione del Manifesto e infine a Lotta Continua (LC). Nel 1975 mi iscrissi al movimento dei disoccupati del Quartiere Sanità nella sede di LC, anche se sono stato per poco tempo un disoccupato organizzato visto che fui assunto poco dopo nelle Ferrovie dello Stato, prima a Firenze e poi a Roma. Qui partecipai al comitato politico dei ferrovieri, un collettivo autonomo dalle sigle sindacali che organizzava varie azioni, scioperi e blocchi ferroviari per rivendicare varie battaglie, principalmente salariali. Erano gli anni della svolta dell’EUR e della politica dei sacrifici, c’era un’inflazione al 20% e chi doveva difenderci e rappresentarci ci aveva tradito. Quindi c’erano grosse rivendicazioni per richiedere l’aumento salariale uguale per tutti! In quegli anni Lotta continua lanciò la pubblicazione di un giornale, Compagno Ferroviere. Al suo interno venne pubblicata la proposta che facemmo di un contratto alternativo a quello promosso dal sindacato. All’interno delle ferrovie, inoltre, conobbi anche molti compagni che, in un secondo momento, scelsero la strada della lotta armata.
Lello – Il mio percorso è stato diverso. Io da giovane mi arruolai ed entrai in Polizia, perché a casa non c’erano soldi e avevo bisogno di lavorare. La mia conoscenza della lotta politica è avvenuta proprio in Polizia, grazie ad alcuni compagni arruolati. Nel 1972, poco prima che mi congedassi, partecipai al primo sciopero della Forze dell’ordine a Torino dove sfilammo per Via Roma in divisa e disarmati. Quando ero in Polizia, capitava spesso che durante le manifestazioni studentesche ci trovassimo ad effettuare fermi ai manifestanti. Io e un altro collega quando arrestavano i compagni li prendevamo in carica per portarli sulla camionetta, ma arrivati lì gli toglievamo le manette e ci giravamo dall’altra parte così che potessero scappare. Anche questa, nel contesto della polizia e per noi, era una forma di lotta e un modo per sostenere i compagni. È poi iniziato da lì il percorso che mi ha portato a congedarmi e ad iniziare a frequentare il comitato di quartiere, comitato grazie al quale ho cominciato a capire quali sono le problematiche di cui, prima, non mi rendevo conto.
2. Qual è il contesto storico in cui si inserisce la vostra lotta?
Il periodo è quello subito dopo il ’68; erano anni di forte fermento politico e sociale, era l’epoca dell’attivismo di molti gruppi extraparlamentari (da Lotta Continua, Autonomia Operaia, ecc.), dei vari movimenti (Proletari in Divisa, Indiani Metropolitani, ecc.), gli anni della Rivoluzione culturale di Mao. Si respirava politica tutti i giorni. C’era una forte “fame di conquista”, erano diffuse le posizioni che portavano a schierarti per la difesa, la tutela e sviluppo del “proletariato giovanile” e della classe operaia. Il ruolo e la presenza della classe operaia era massiccia. Anche il nostro Rione si trova in mezzo alla zona industriale di Napoli e vedeva la presenza di grosse fabbriche e con esse grosse battaglie operaie come la Stefano Falco (fabbrica tessile), l’Attografica, la Sae, i Cantieri Metallurgici, e altre. Noi vivevamo la realtà operaia ed è stato il bisogno di cambiare e migliorare le cose che ci ha portato a formare il comitato.
In quegli anni come comitato di quartiere partecipammo, nel 1975, a una manifestazione grossa a San Giovanni a Teduccio per impedire un comizio fascista del Movimento Sociale Italiano (di Massimo Abatangelo, che è poi passato alla “storia” per la strage del rapido 904). Questa grande manifestazione antifascista fu organizzata da tutti i componenti dei comitati di quartiere, dei collettivi studenteschi e dei consigli di fabbrica per impedire la presenza fascista in un quartiere “rosso” e operaio come era San Giovanni. Per questo noi del comitato caricammo le nostre auto di pietre – che prendemmo dai binari – e di mazze, anche se restarono in macchina vista la presenza spropositata e massiccia delle forze dell’ordine. Fu un momento di scontro duro; la manifestazione finì con enormi cariche della polizia e spari dei manifestanti che portarono all’arresto di una quarantina di compagni. Come Comitato fummo arrestati anche noi perchè incappammo nella nuova Legge Reale che prevedeva il fermo di polizia per armi improprie (e noi le avevamo, nonostante fossero rimaste in auto). Quindi subimmo questo fermo prolungato di una settimana a Poggioreale, prima nella cella di transito poi al Padiglione Salerno, dove raccogliemmo la solidarietà di molti carcerati. Era proprio il periodo delle rivolte delle carceri.
Rispetto al contesto è importante citare inoltre il Convegno di Bologna(1977), convegno che è stato un vero e proprio spartiacque per i movimenti della sinistra extraparlamentare, al quale seguì un cambio di rotta del campo nemico e del nostro campo. Dal ’78 con il rapimento Moro è cambiato tanto. Da lì c’è stata la reazione dello Stato, che si è organizzato in maniera feroce: furono istituiti i NOX (corpo speciale antiterrorismo), arrestarono migliaia di compagni in tutto il paese, introdussero fiumi di eroina tra le fila del movimento. Noi il colpo lo subimmo in maniera forte e da questo non ci siamo più ripresi. Anche perché c’era un forte legame tra le organizzazioni politiche rivoluzionarie dell’epoca e la rete dei comitati. Arretrando e venendo sconfitte queste, siamo stati sconfitti anche noi perché l’obiettivo di tutti, dai comitati di quartiere come il nostro ai Consigli di Fabbrica, era quello di fare la rivoluzione, di abbattere lo stato borghese e di imporre nuovi rapporti di forza.
3. Spiegateci meglio il funzionamento dei comitati di quartiere e della rete delle organizzazioni operaie e popolari, di cosa si occupava la rete? Com’era organizzata?
In quel periodo c’erano comitati in ogni quartiere, e tutti questi comitati erano collegati tra loro formando appunto una “rete” di comitati popolari: ogni zona si riuniva in consigli (consigli di zona) ai quali partecipavano i comitati di quartiere, i consigli di fabbrica, i comitati dei disoccupati, i collettivi studenteschi, ecc. di quella zona. Ogni zona era collegata ad altre zone formando una rete che si estendeva per tutta la città.
Noi eravamo nel Consiglio della Zona Orientale dove appunto c’era il Comitato di Quartiere Luzzatti/Ascarelli, i Consigli di fabbrica delle varie industrie tessili presenti (Falco, cantieri metallurgici, dell’Avio, ecc.), i comitati studenteschi e i disoccupati. Insomma a Napoli c’era un enorme tessuto industriale attorno al quale si organizzavano studenti, disoccupati e abitanti dei quartieri creando un tessuto nella città che era di notevole spessore e diffusione. Ogni comitato aveva, poi, questioni e battaglie specifiche ma c’era la comunanza e la collaborazione sui temi più generali. Questa rete si allargava: chi faceva parte del comitato di lotta di scuola portava il collegamento con la realtà studentesca nel quartiere, i compagni che stavano ai cantieri metallurgici riportavano nel comitato di quartiere le questioni che riguardavano la classe operaia, i disoccupati organizzati portavano avanti le loro questioni e le riportavano nella rete ecc. e ci si muoveva insieme nell’ottica e nella consapevolezza che la lotta per il lavoro all’epoca era centrale.
Attorno alla lotta per il lavoro si realizzavano tutti gli interventi del territorio perché partiva proprio dalle fabbriche e dalla classe operaia. Ad esempio gli operai si rifiutavano di fare gli straordinari come operazione politica per fare assumere i disoccupati organizzati, “lavorare meno lavorare tutti” non era uno slogan, era una linea politica. La rete dei comitati di quartiere era voluta ed è stata una conquista perché ci si rendeva conto che per vincere serviva l’unità. La rete, infatti, era costruita per i bisogni materiali del proletariato (l’autoriduzione, la scuola, la fabbrica, il salario, ecc.) però l’obiettivo generale era politico, era la rivoluzione!
4. Quali battaglie avete condotto come comitato di quartiere e quali sono le vittorie più significative?
Con il Comitato abbiamo condotto alcune lotte importanti come quella dell’autoriduzione delle bollette, il rifacimento della scuola del quartiere del Rione Ascarelli (voluta dalle mamme del comitato di quartiere), il sostegno alla battaglia degli operai della Falco contro la chiusura della fabbrica, le battaglie per le conquiste del movimento femminista, la battaglia per la biblioteca, la battaglia contro la diffusione della droga e i fiumi di eroina che iniziarono a colpire i quartieri popolari e gli ambienti dei compagni, occupazioni case, espropri proletari, ecc. Questo anche perché il nostro comitato era molto misto, all’interno c’erano operai metalmeccanici, ferrovieri, operai telecomunicazioni, studenti, disoccupati, ecc.
Una delle esperienze più importanti che abbiamo condotto è quella dell’autoriduzione delle bollette. Siamo partiti organizzando una vasta diffusione e propaganda nel quartiere, in cui spiegavamo le motivazioni politiche di questa campagna. Durante i porta a porta, quando andavamo casa per casa per parlare con le persone del quartiere rispetto all’autoriduzione del 50% della luce, un operaio ci disse: “ma come al 50%? Ma io non la pago proprio! Mi volete far pagare il 50%?!”. Questo piccolo aneddoto rende bene la resistenza individuale alla crisi che era abbastanza diffusa tra gli abitanti del quartiere. Quindi trovammo terreno facile per organizzarci.
Dopo aver svolto questo lavoro in quartiere, abbiamo organizzato un banchetto fisso alle Poste in cui compilavamo il bollettino al 50%, la gente entrava successivamente in posta per pagare. Eravamo così riconosciuti e avevamo acquistato tanta autorevolezza che le persone in automatico venivano prima da noi. Dopo due anni di questo lavoro non c’è stato più bisogno del banchetto perché il quartiere aveva capito come procedere in autonomia. In altri quartieri ci sono stati dei tentativi di sabotaggio da parte del comune provando a staccare i contatori. Da noi, invece, non sono mai venuti perché avevamo costruito importanti rapporti di forza e perché c’era un controllo popolare costante del comitato di quartiere.
5. Che consiglio volete dare a chi oggi si organizza in ogni quartiere, al nuovo movimento dei disoccupati che si organizza per il lavoro, qual è l’insegnamento che volete trasmettere?
Il consiglio più sincero che possiamo dare oggi e che la nostra esperienza insegna è quello di unirsi. Unitevi tra compagni, andate fuori le fabbriche e unitevi con la classe operaia, andate nelle scuole, ecc. insomma sognate di cambiare le cose! Oggi serve costruire comitati ovunque, creare una rete perché senza di questo non costruisci i rapporti di forza che servono e che sono fondamentali. In ogni scuola, fabbrica, provare a costruire comitati. Sarebbe bello. Oggi è più difficile, la società è cambiata, i bisogni sono diversi, c’è maggiore tendenza all’essere individualisti al cercare la propria strada, ma la via, la chiave è sempre la costruzione dei rapporti di forza per costruire una svolta culturale e politica della società.



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