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Lotta al degrado e lotta di classe

Agenzia Stampa Staffetta Rossa by Agenzia Stampa Staffetta Rossa
Luglio 3, 2026
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Nelle ultime settimane giornali, telegiornali e trasmissioni tv promuovono con particolare forza una propaganda terroristica che riguarda la sicurezza delle masse popolari. Notizie di stupri, omicidi, baby gang sono all’ordine del giorno dipingendo uno scenario di guerra che si combatte tra poveracci. E il politicante delle larghe intese, di destra come Vannacci o di sinistra come Borrelli, che cerca di acquisire visibilità e spazio con la sua propaganda reazionaria, che cavalca la paura e l’insicurezza, che promuove la caccia al mostro, al delinquente o all’immigrato. 

Nei quartieri, nelle città, si riversa tutto questo. E trova anche basi fondate, perché è vero che gli effetti della crisi in corso, della guerra condotta da padroni, speculatori e istituzioni sulla pelle di chi lavora e di chi cerca di barcamenarsi per restare a galla attanagliano le masse popolari nel nostro paese. E sempre di più. 

Sono effetti di politiche precise fatte di delocalizzazione delle aziende, di chiusure improvvise e continue che per il profitto di pochi lasciano per strada migliaia di lavoratori. Salari da fame, inflazione, spese militari, tagli sui servizi e nessuna politica per la casa fanno il resto. 

Anche le piccole attività che costellavano le città rendendole vive sono costrette a chiudere, lasciando spazi vuoti abbandonati al degrado, o creando ambiti di attività degradanti come il gioco d’azzardo ed eccessiva vendita di alcolici. 

Case popolari abbandonate al degrado. Una gestione dell’accoglienza agli immigrati o ai senza tetto basata sulla speculazione di chi la dirige, sulla pelle di chi ci sta dentro, alimenta lo spaccio e lo sfruttamento nelle città, nonostante l’impegno di chi ci lavora ogni giorno. 

Gli sgomberi e la repressione che si abbatte sugli spazi sociali che animano ancora i quartieri sono ulteriori passi per gettarli nel degrado e nell’abbandono. 

È effettivamente una situazione di insicurezza per le masse popolari. Una situazione che solo queste possono risolvere, lottando contro chi alimenta questo stato di cose e mettendo in campo da subito soluzioni in ogni quartiere. 

Come? 

Prima di tutto unendosi a tutti quelli che vedono la necessità e che vogliono risolvere le problematiche che i quartieri hanno. Chi già è organizzato in qualche ambito, chi ha già esperienze di lotta o di mobilitazione deve promuovere unità e organizzazione dei vicini di caseggiato o di quartiere, trovando modi per confrontarsi, per capire le problematiche – individuando di volta in volta la causa ultima di questi – e le soluzioni immediate e di prospettiva. 

Ci sono già tanti esempi, ne riportiamo alcuni che possono essere replicati.  

Arginare il degrado e l’insicurezza che attornia case e palazzi delle case popolari è possibile, se i condomini si organizzano. A Gratosoglio, ad esempio, quartiere della periferia milanese, dove serpeggia la sensazione che la situazione debba esplodere da un momento all’altro, è bastata l’opera di una compagna per aprire una strada positiva. Una compagna che abita in uno dei palazzi maggiormente toccati da queste problematiche ha fatto nascere in poche settimane un comitato di caseggiato e ne ha riuniti tre nel quartiere, raccogliendo centinaia di abitanti che si sono mobilitati per imporre al Comune, all’Aler (l’azienda che gestisce le case popolari) e al prefetto di prendere misure urgenti contro il degrado e per garantire la sicurezza. Che hanno creato legami di solidarietà e sostegno nel quartiere e messo all’opera tanti che si sono dati da fare per trovare anche soluzioni immediate. Quell’esperienza oggi sta proseguendo: i comitati di caseggiato si sono maggiormente strutturati e coordinati, costituendo il Comitato di quartiere Gratosoglio, legato alle altre realtà che operano da anni nella zona, per portare avanti la lotta al degrado, per la partecipazione attiva del quartiere e stanno promuovendo proprio in questi giorni assemblee di quartiere. Qui invece l’intervista integrale alla compagna, realizzata nella fase di avvio della mobilitazione, davvero utile per comprendere i passi che ha messo in campo e la responsabilità da parte di chi può farlo, avviare percorsi simili. 

Rispondere in maniera organizzata alle problematiche nei quartieri è possibile. Promuovere ronde è un esempio, ma che siano ronde popolari. Questa è una tradizione storica nel nostro paese e un esempio ne sono le ronde “femministe” di difesa delle donne, o le ronde antifasciste che sono avvenute nel passato in diverse città. Estenderle anche ad altri campi è possibile, ad esempio a chi si aggira per adescare disperati, per i caporali. Praticarle nei quartieri non vuol dire dare la caccia all’uomo, ma vigilare e rendere sicure le strade, creare una rete di solidarietà organizzata pronta a mobilitarsi. Piccoli esempi ci sono già e nascono anche spontaneamente nei quartieri quando gli abitanti vedono situazioni di pericolo in cui intervengono a far presenza e pressione finché le situazioni a rischio non si sgonfiano. Renderle stabili ed organizzate è una soluzione. 

Promuovere attività, iniziative e la creazione di spazi di socialità e aggregazione nei luoghi più “rischiosi” dei quartieri è un’altra. Questo significa non tanto “spostare il problema più in là” ma far vivere i quartieri con sana aggregazione e con attività culturali, sociali, educando quindi nella pratica anche chi oggi è più abbrutito dalla situazione in cui vive. Dandogli la possibilità, se la coglie, di aggregarsi e organizzarsi. È un modello nuovo di vita nei quartieri, che deve affermarsi e che non sposta il problema ma che “semina”.

Un piccolo esempio viene ancora da un quartiere di Milano, Casoretto. Qui un piccolo gruppetto di compagni sono riusciti ad intercettare alcuni residenti per costituire un comitato di quartiere. Lo hanno fatto con chi ha raccolto l’appello ad organizzarsi per risolvere il degrado, anziché chiedere alle istituzioni “più polizia”, “più cancelli e recinzioni per il parco”, “più controlli”.  La prima iniziativa pubblica dell’embrione del comitato è stata un’iniziativa culturale: partendo dai musicisti e compositori che danno il nome alle vie del quartiere, ogni membro del comitato ha scelto un brano da far ascoltare e un compositore di cui raccontare la biografia. L’iniziativa è stata molto partecipata, ha permesso di raccogliere nuovi contatti interessati al progetto e ha offerto un esempio di cosa vuol dire presidiare un quartiere. Tanti anziani che solitamente passavano da soli il pomeriggio hanno potuto trascorrere un’oretta al parco in compagnia, stimolati culturalmente; ma soprattutto l’iniziativa è stata un modo per promuovere una piccola (e spontanea) azione di “controllo popolare”: uno spettatore è andato infatti dal gruppo di ubriachi molesti che stava disturbando l’iniziativa a chiedere di abbassare i toni e questo intervento educato ha fatto sì che si spostassero. Ad oggi anche questa esperienza prosegue. L’embrione di comitato che si era costituito si è strutturato nel comitato Casoretto per la Palestina, che ha fatto propria la lotta in solidarietà al popolo palestinese legandola alla lotta al degrado. Il comitato infatti continua ad organizzare iniziative culturali, sociali e presidi nella piazza che nel quartiere è ambito di maggior insicurezza, creando momenti di socialità, di solidarietà e organizzazione.

Quelli riportati sono piccoli esempi di organizzazione nei quartieri, che è possibile organizzare da subito. Sono pezzi che sedimentano e strutturano organizzazione degli abitanti di palazzi e quartieri che continuano ad operare nei territori, costruendo una diversa gestione di questi dal basso.L’esempio forse più eclatante è la gestione popolare che da anni viene fatta valere nel quartiere di Scampia a Napoli. Luogo in cui organizzazioni criminali, politiche e del vaticano da anni promuovevano degrado per farne terreno di coltura di spaccio criminalità e speculazione. Quartiere in cui gli stessi abitanti hanno fatto fronte costituendo comitati che hanno affermato la loro gestione di spazi e abitazioni, riqualificato la zona facendone ambito di organizzazione e lotta per un lavoro dignitoso e per servizi alla popolazione. 

“Da qui il popolo delle Vele dice: “Vogliamo Tutto!”, e si mobilita per averlo, “non aspettiamo più le istituzioni oramai decadenti, ma agiamo da nuove istituzioni, istituzioni che agiscono dal basso”; questa iniziativa prende esempio dall’esperienza del comitato Vele, che con la sua lotta trentennale impone alle amministrazioni centrali e locali un piano di fattibilità, elaborato nelle stanze del comitato vele, in coordinamento con il popolo delle vele. Quindi non aspettiamo le istituzioni, ma agiamo come Potere Popolare e non solo. Il lavoro c’è e ci organizziamo ripulendo gli spazi a verde abbandonati da decenni all’incuria, dove vivono e giocano i nostri bambini; pulendo le vele, vogliamo contestare questa amministrazione che tanto rivendica il piano di abbattimento di questi mostri in cui noi siamo costretti a vivere ma nel frattempo non fa nulla per renderli vivibili, perché noi ancora ci viviamo. E poi non bastano abitazioni degne del loro nome, vogliamo lavoro vero perché l’unico modo che può portare sviluppo e dignità contro la povertà assoluta in cui lo stato ci condanna, è avere un lavoro vero. Controllo popolare, agire da nuove autorità dal basso, creare opportunità di lavoro, lottare contro il degrado ambientale, questi gli obiettivi della nostra lotta. –  Da Sciopero alla rovescia dei disoccupati di Scampia: i candidati si schierino con le masse popolari!

La lotta per un lavoro che sia utile alla comunità e che sia dignitoso per chi lo svolge è una delle battaglie principali che a Napoli, come in altre città del paese, mostra la via per combattere abbandono e insicurezza. I Disoccupati organizzati a Napoli da anni lottano con continuità su questo fronte, per la creazione di nuovi posti di lavoro e per l’assegnazione di tutti quei lavori che sono necessari alla città, alla sua manutenzione e cura, e che possono migliorare le condizioni di vita degli abitanti. Lavori che ad oggi non sono assegnati e che possono risolvere invece in grossa parte la disoccupazione, principale terreno su cui si sviluppa sfruttamento, malaffare e degrado. 

Altro piccolo esempio, ma significativo, viene da Prato, in Toscana. Qui alcuni anni fa era stato costituito il Comitato disoccupati e precari pratesi, che univa autoctoni e immigrati. Il lavoro svolto dal comitato aveva fatto emergere la condizione di sfruttamento in cui erano inseriti gli immigrati dei centri di accoglienza, avvolti in un sistema di gestione orchestrato ad hoc per alimentare il mercato dello spaccio, il lavoro nero e lo sfruttamento del distretto del tessile. È da quella esperienza che si è accesa la lotta del sindacalismo di base che negli ultimi anni con continuità lotta nella città contro il sistema di sfruttamento e che ha portato ad importanti conquiste per i lavoratori immigrati del tessile. 

Né razzismo né assistenzialismo: da Prato un esempio di lotta di classe

Organizzazione e mobilitazione continuativa nei territori sono le armi che le masse popolari hanno per spezzare la spirale di degrado e invertire la rotta. Imponendo loro soluzioni e rigettando ogni soluzione repressiva e securitaria che arriva dal governo. Esempio in questo senso è il Quarticciolo ribelle a Roma. Quarticciolo è quartiere di Roma; uno di quei quartieri che è stato individuato dal governo Meloni per “ripristinare la legalità” attraverso il “decreto Caivano bis”. Una combinazione di repressione e speculazione che, come accade ordinariamente, colpisce le masse popolari, soprattutto la parte organizzata e attiva. Quando è entrato in vigore il decreto, al Quarticciolo è stato “accolto” da una manifestazione di migliaia di persone: è stato il risultato della mobilitazione della rete solidale che nel quartiere ha una storia ricca, è una realtà ben presente e, soprattutto, ha un piano per contrastare il degrado. Qui l’intervista a Fiamma, esponente di Quarticciolo Ribelle, che è il motore della resistenza al degrado nella zona.

Le vie per affermare la sicurezza delle masse popolari nei quartieri sono tante e sono tutte legate alla lotta per affermare la sicurezza delle masse popolari nell’intero paese! Per togliere da sotto i piedi di speculatori, affaristi, guerrafondai il terreno che gli permette di continuare a promuovere questo stato di cose. Organizzare ronde, spazi di aggregazione, iniziative, scioperi al contrario sono tutti passi che devono costruire un diverso governo dei territori. Un governo popolare che si affermi come prevalente nel paese, che renda questo di impossibile gestione ai governi criminali che da decenni si susseguono. Passi che quindi rafforzano anche la mobilitazione per cacciare questo governo e sostituirlo con uno che attui le parti progressiste della Costituzione del ’48, fondata sul lavoro, sulla sanità, sulla pubblica utilità degli spazi pubblici. 

Nessuno lo farà al posto delle masse popolari. Chi oggi è più avanti, deve promuovere questo lavoro e dare battaglia per affermare pratiche e soluzioni che creano solidarietà tra masse e educazione popolare, non guerra e repressione. Si tratta anche di far vedere la luna oltre il dito, di togliere terreno alla propaganda reazionaria che vuole che poveri lottino contro poveri anziché contro chi ha in mano la gestione e la promozione di questo sistema. 

È la via che sembra più ostica, ma che in realtà ha la strada più spianata perché è quella che porta realmente a risolvere le problematiche le masse oggi vivono.

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