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Intervista a Quarticciolo Ribelle. “Abbiamo un piano per il nostro quartiere”

Teresa Noce by Teresa Noce
Maggio 30, 2025
in Resistenza n. 6/2025
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Quarticciolo è un quartiere del quadrante est di Roma. Insieme a Rozzano (MI), Scampia (NA), il borgo agricolo di San Ferdinando (RC), Orta Nova (FG), i quartieri San Cristoforo a Catania e Borgo Nuovo a Palermo, è stato individuato dal governo Meloni per “ripristinare la legalità” attraverso il “decreto Caivano bis”, una combinazione di repressione e speculazione che, come accade ordinariamente, colpisce le masse popolari, soprattutto la parte organizzata e attiva.
Quando lo scorso marzo è entrato in vigore il decreto, al Quarticciolo è stato “accolto” da una manifestazione di migliaia di persone: è stato il risultato della mobilitazione della rete solidale che nel quartiere ha una storia ricca, è una realtà ben presente e, soprattutto, ha un piano per contrastare il degrado. “Degrado” è il termine corrente con cui la classe dominante criminalizza gli abitanti dei quartieri popolari per nascondere lo stato di abbandono e l’isolamento sociale a cui le periferie sono condannate dalle istituzioni.
Abbiamo intervistato Fiamma, esponente di Quarticciolo Ribelle, che è il motore della resistenza al degrado.

***

Iniziamo dal quartiere, dai principali problemi e dalle principali rivendicazioni degli abitanti…
Quarticciolo è un quartiere interamente composto da case popolari, quindi di edilizia residenziale, Erp, Ater, e di conseguenza ha una struttura molto complessa. Include, infatti, persone che hanno occupato prima del decreto Renzi-Lupi, prima del 2014, e quindi aventi diritto di residenza; persone che hanno occupato dopo il 2014, quindi non aventi più il diritto di residenza; persone assegnatarie, che da generazioni vivono qui. Ci sono poi persone che vivono negli scantinati e che non sono mai state regolarizzate.
La situazione degli occupanti potrebbe essere sanata, esiste lo strumento delle sanatorie: l’ultima è del 2021, quella prima del 2006. Ma la burocrazia è davvero lenta e a volte sembra che non ci sia l’intenzione di sanare le situazioni di chi vive in una situazione precaria.
C’è quindi una situazione di precarietà endemica, e poi c’è il fatto che le famiglie cambiano e diventano più numerose. La verità è che qui c’è un bel tessuto sociale, variegato, e ci sono tante famiglie, tanti bambini e bambine. Il problema della natalità, di cui si parla, qui non si pone nemmeno.
La questione abitativa è dunque centrale. Non si può vivere in venti metri quadrati!
Poi ci sono i problemi che a Roma hanno tanti altri quartieri: l’impoverimento legato alla disoccupazione o al lavoro nero, lo stato di abbandono del quartiere, la mancanza di manutenzione – considera che qui il verde lo curano direttamente gli abitanti del quartiere – e lo spaccio.
Questo è “il lato negativo”. Ma la conformazione del quartiere aiuta la socialità e contribuisce a creare un clima da comunità: ci sono molti spazi comuni che possono essere valorizzati, la composizione sociale è variegata, cioè molto ricca e, come ti dicevo, ci sono tantissimi bambini e bambine.

In questo contesto è nato Quarticciolo ribelle…
Sì, è nato soprattutto per fare fronte agli effetti dell’abbandono da parte delle istituzioni. Nel 2015, con l’occupazione di un ex locale caldaia, abbandonato da più di vent’anni, è nata la palestra popolare, che è stato il primo passo verso quello che è venuto dopo.
C’era un ragazzo che studiava da tecnico, e poi infatti è diventato un tecnico altamente specializzato, che ha iniziato un corso di pugilato. E da lì si è sviluppata la rete di persone che, oltre a un posto dove praticare sport, ha trovato un luogo in cui confrontarsi sulle problematiche, sui bisogni ed esigenze.
Quindi, attraverso lo sport gli abitanti del quartiere hanno iniziato a conoscere anche il progetto Quarticciolo ribelle. Abbiamo aperto una palestra, ma non abbiamo improvvisato i corsi di pugilato. Tutti i tecnici sono di alto livello, super formati, abbiamo ottenuto la certificazione antibullismo e siamo guidati da un approccio profondamente orientato alla cooperazione, all’ascolto attivo.
In palestra si fa boxe, ma si discute di tutto: dalla violenza di genere alla situazione in Palestina. Ci mettiamo seduti in cerchio, ci diamo del tempo per discuterne insieme.
Guarda, abbiamo discusso anche del “fenomeno Cicalone”, che ora piace a tanti ragazzi, e cerchiamo di mostrare quanto sia sbagliato il suo messaggio, fortemente giudicante e sprezzante…
Poi c’è il doposcuola. Anche in questo c’è un approccio ragionato, cioè si fa educazione informale, si fanno laboratori, si fanno attività. Si cerca di far emergere il potenziale nascosto di ragazzi e ragazze che hanno vissuto grandi difficoltà; che hanno un rapporto forte con il carcere; che hanno un rapporto forte con e contro il sovraffollamento e vivono un forte disagio abitativo, perché a volte le case cadono a pezzi e ci piove dentro.
Appunto con il doposcuola, abbiamo cercato di stimolare intelligenze diverse. Non solo utilizzando gli schemi rigidi e tradizionali della scuola pubblica, ma anche cercando di avere un approccio più legato allo stare insieme, a lavorare insieme, a superare insieme le paure della scuola. Abbiamo anche cercato di avere delle piccole restituzioni finali, abbiamo fatto dei piccoli libricini per raccontare del doposcuola con quanti più strumenti possibili.
L’esperienza del doposcuola è molto potente, perché dal punto di vista educativo non si fanno solo i compiti, ma si dà molta importanza agli altri aspetti, creando anche alleanze con i professori e le professoresse che poi possono realmente farsi carico dei bisogni di questi ragazzi e ragazze. Senza giudicare appunto, senza puntare il dito contro, ma concentrandosi nel trovare soluzioni per fare in modo che loro comunque proseguano nel tempo il loro percorso.
Copriamo tutte le fasce d’età, il mercoledì la fascia prescolare (dai 3 ai 6 anni), poi il giovedì si interviene sui più grandi (scuole medie e superiori), con un’attenzione anche a quello che faranno dopo le medie, ovvero se proseguiranno, dove si iscriveranno, il loro percorso futuro. Se non lo sanno, se non lo hanno già chiaro, li affianchiamo noi, li sosteniamo in questo percorso.
Abbiamo fatto corsi di potenziamento, ma anche di alfabetizzazione perché alcuni arriverebbero alle medie senza avere gli strumenti di base.
Il gruppo di lavoro del doposcuola è bello perché chi è più bravo aiuta chi ha maggiori difficoltà. Si creano questi gruppi di lavoro e si potenziano i risultati. Non si ha più paura, non si ha più quel senso forte di frustrazione e di rassegnazione che spesso accompagna, o accompagnava, le persone del quartiere.

Palestra, doposcuola, ma anche altri progetti…
Ogni volta che le esigenze del quartiere cambiano cerchiamo di essere presenti e attivi.
Per affrontare la questione degli sfratti è nato il Comitato di quartiere proprio per le vertenze abitative, ma c’è anche la stamperia e più recentemente è nato l’ambulatorio popolare che fa un lavoro bellissimo perché interviene sulla salute non solo degli anziani, ma anche dei bambini: c’è il gruppo di pediatri che cerca di ridurre i tempi di attesa nel sistema sanitario nazionale.
Ogni specifico progetto è sostenuto dalle assemblee, in modo che il percorso sia il più partecipato possibile.
Ad esempio, il Comitato di quartiere è nato con le assemblee della domenica e poi, piano piano, anche il doposcuola si è dotato di un’assemblea e anche la palestra inizia a darsi un’assemblea interna: proviamo a coinvolgere i ragazzi e le ragazze e i loro genitori, perché è importante che anche le famiglie siano nostre alleate nel percorso che promuoviamo.

Avete grande conoscenza del territorio, delle problematiche e delle potenzialità. Avete trasformato i riscontri positivi in coinvolgimento e protagonismo. Che strumenti avete usato, come avete iniziato?
Abbiamo una “mappatura” del quartiere e viene per intero dal confronto. Abbiamo fatto volantinaggi ovunque, dal porta a porta al supermercato, abbiamo proposto questionari, fermato la gente per strada, fatto il giro di tutte le attività commerciali. Abbiamo fatto tante assemblee e poi, man mano che le attività si strutturavano, le abbiamo “messe in piazza”, dall’allenamento di boxe al doposcuola.
C’è stato un periodo, soprattutto all’inizio, in cui le persone venivano da noi anche per risolvere dei problemi e poi col tempo abbiamo fatto capire che invece i problemi dovevamo risolverli insieme e che le loro idee per noi erano fondamentali, che non contavano solo le nostre di idee. Cioè nessuno si salva da solo e nessuno deve restare indietro. Tutti insieme affrontiamo le paure, affrontiamo le difficoltà del quartiere, tutti, dai giovani agli anziani.

Poi è arrivato il decreto Caivano…
Quando il 23 dicembre scorso abbiamo ricevuto la notizia che Quarticciolo sarebbe stato incluso nella lista delle aree interessate dal decreto per “combattere il degrado giovanile” ci siamo interrogati. Ed eravamo arrabbiati.
È vero, il quartiere ha subito un processo di impoverimento, come tutti i quartieri e tutto il paese. Sono le conseguenze della precarietà del lavoro, dell’abbandono istituzionale, della marginalità sociale, del problema abitativo…
Ma Quarticciolo non è mai stato un deserto degradato. Certo, non grazie alle istituzioni, ma perché abbiamo promosso organizzazione per affrontare le esigenze materiali, sociali, culturali e anche spirituali degli abitanti del quartiere.
È assurdo che solo per la narrazione negativa e fortemente giudicante verso il quartiere e i suoi abitanti il governo possa pensare di calare dall’alto questo decreto. Che avrebbe potuto avere un risvolto positivo, se solo ci avesse preso subito in considerazione come interlocutori e interlocutrici, ma questo non è successo. A un certo punto a qualcuno è venuto il dubbio di doverci prendere in considerazione, ma si sono limitati a dare un’occhiata… È proprio il contrario di come dovrebbe andare.
È bene essere chiari: è da tempo che abbiamo un piano, l’abbiamo da anni. È anche per questo che ci siamo arrabbiati quando è uscito il decreto Caivano, perché noi un piano l’abbiamo da molto tempo, da molto prima che arrivasse il decreto.
Ad esempio, abbiamo fatto tantissime iniziative sul parco Modesto di Veglia, che è in costruzione e che tra poco sarà finito, ce lo rivendichiamo; il progetto l’ha trovato Labsus, il laboratorio universitario che ha fatto un bel lavoro per il quartiere e che ha trovato i fondi che hanno permesso la realizzazione di quel parchetto. E non ci siamo fermati lì, abbiamo scritto il progetto insieme al doposcuola, che viveva con quel sogno di vedere quel pezzettino di terra nuovo, rinato.
Diamo molta importanza proprio a questo, al fatto che alcune rivendicazioni è da tempo che le abbiamo individuate, è da tempo che le abbiamo in testa.
Tutto il decreto Caivano, per come è nato a partire da Caivano, per noi è sbagliato, soprattutto per la criminalizzazione e penalizzazione dei giovani. Perché quella non è la strada per affrontare “il disagio giovanile”. Fare interventi strutturati senza agire sui reali bisogni delle persone, senza ascoltare le persone, per noi è indigeribile e deleterio.
Il decreto avrebbe potuto avere una qualche efficacia riguardo agli interventi di carattere infrastrutturale: i marciapiedi, le strade, il rifacimento della piazza – cosa che comunque fa un po’ ridere, perché la piazza è stata fatta da poco e ed è già in stato di abbandono. Ma certamente non può avere nessuna efficacia nel combattere il disagio giovanile.
Per confondere le persone, il governo ha messo nello stesso calderone e sullo stesso piano gli spacciatori e gli “occupanti abusivi”.
Quindi sono iniziati gli sfratti delle famiglie, con bambini e ragazzi che il giorno dopo non sono neanche potuti andare a scuola, perché se ti sfrattano vivi un trauma, in due ore devi praticamente raccogliere tutto quello che hai e spostarlo, se hai un posto dove andare …mentre se non c’è l’hai te lo mettono nel magazzino dell’Ater per un mese. Ti fanno il “favore” per un mese e poi addio… Hanno iniziato a mettere sullo stesso piano troppe problematiche e tutte diverse.
La gente del quartiere era un po’ confusa, perché in qualche modo sperava di vedere affrontato il problema dello spaccio e della criminalità organizzata e per questo qualcuno ha iniziato a sostenere il decreto. Quindi è servito un intervento specifico per chiarire in modo netto il nostro NO al decreto Caivano: abbiamo allargato il raggio di intervento e abbiamo stretto nuove relazioni con tutti quelli con cui potevamo condividere la battaglia. E questo ci ha portato a legarci molto di più alla parrocchia, che ha l’oratorio, e alla Caritas, che ha le sue forze, la sua storia.

Occupandovi ordinariamente del quartiere siete stati spinti anche a “uscire dal quartiere”. Avete stretto relazioni con altre realtà simili alla vostra?
Sì, guarda, proprio prima della manifestazione del 1° marzo abbiamo fatto una bellissima assemblea con persone di Catania, di Rozzano, di Scampia, di Pisa, dove c’è un progetto molto simile al nostro, che interviene sulla questione abitativa. Questo ci ha fatto sentire che non siamo soli, che c’è un movimento, che tante altre persone come noi fanno questi sacrifici, si impegnano quotidianamente.

Il 1° marzo si è svolta una grande manifestazione, come l’avete preparata nel quartiere? Come preparate, in genere, le mobilitazioni di piazza?
Beh, ne parliamo nelle assemblee, ci dividiamo i compiti e cerchiamo di fare formazione rispetto a come si sta in un corteo, alle cose che possono succedere, all’atteggiamento che vogliamo tenere e che vogliamo promuovere.
In tutte le nostre manifestazioni ci sono sempre giovani e giovanissimi che ci seguono e che vogliono essere presenti ed essere veramente protagonisti e protagoniste del progetto, quindi noi pensiamo molto di più a salvaguardare le persone in generale, anche i bambini e le bambine.
Quindi sì, un po’ di formazione sicuramente la facciamo, forse ne potremmo fare di più. Su questo il tempo manca, ma penso che dovremmo trovare il modo anche di organizzare uno spazio di “decompressione” dopo la manifestazione, un momento in cui ci chiediamo come stai? come va? Sarebbe importante…
A volte, invece, forse siamo molto presi a discutere di cosa dobbiamo fare, di come dobbiamo farlo e quali obiettivi ci poniamo e magari delle eventualità che possono aprirsi.
Voglio dire che diamo molta importanza alle scenografie dei cortei, perché piacciono molto al quartiere, hanno un impatto visivo forte anche per le persone che non ci conoscono e che di solito stanno chiuse dentro casa, ma poi si sentono anche orgogliose del fatto che c’è qualcuno che parla di Quarticciolo in termini positivi, che ha delle rivendicazioni, che ha un piano.

La vostra attività e le vostre iniziative hanno creato contraddizioni, ad esempio, con i gestori e i consumatori delle piazze di spaccio e quindi con le organizzazioni criminali che ci sono dietro?
Il quartiere è molto complesso, vive delle complessità forti. Persone legate anche a questi ambienti ci frequentavano, ovviamente anche i figli, e ci frequentano tuttora.
Abbiamo dovuto creare dei legami e, ovviamente, anche far rispettare i nostri spazi. Ci siamo conquistati i nostri spazi attraverso il dialogo, lo scambio, anche con queste persone, che però abbiamo visto comunque cambiare.
È molto difficile parlare di questo tema, perché non è stato mai stato affrontato veramente, se non forse dopo tutta l’attenzione mediatica negativa che avuto Quarticciolo.
Io penso che, a un certo punto, alcuni elementi di questi ambienti hanno iniziato a sentirsi nemici del quartiere. Ma nel quartiere ci sono anche i loro figli, bambini e bambine che invece vivono tutta la parte costruttiva e positiva del contesto. A questo si aggiunge probabilmente il fatto che se nessuno vuole stare più per strada e per strada restano solo gli stranieri, questo crea ancora più contraddizioni e problemi di vivibilità.
Soprattutto dopo il Covid le cose in questo senso sono cambiate in peggio. E si sono iniziati a vedere per strada ragazzini che provengono probabilmente dai centri d’accoglienza, minori non accompagnati, bambini di dodici o tredici anni che si rapportano con persone tossicodipendenti. È davvero complesso. Per strada prima c’era chiunque, ora per strada ci sono solo loro, perché non ci vuole stare più nessuno.
Conviviamo con questa realtà e non ci tappiamo gli occhi.
La problematica è legata anche alle opportunità lavorative, cioè alla difficoltà del vivere quotidiano, al fatto che il pocket money (il bonus giornaliero erogato ai richiedenti asilo e rifugiati ospitati in strutture di accoglienza in Italia; va da 1,50 a 3 euro al giorno, ndr) che viene dato a questi ragazzi è ridicolo.
Avendo davanti queste situazioni, ad esempio, ai ragazzi proventi da centri d’accoglienza non chiedevamo assolutamente un contributo economico quando venivano ad allenarsi, perché con quel pocket money a malapena ci si vive un giorno.
Poi, ovviamente, si tratta di affrontare insieme la situazione, senza vivere troppo il senso di frustrazione e di rassegnazione. Bisogna sempre parlarne. Abbiamo iniziato a parlare, ad esempio, del problema del crack.
Perché non esiste un presidio sanitario? Perché non c’è un’unità di strada che si occupa di fare riduzione del danno come Parsec, che opera in tantissimi altri quartieri? Qua non c’è. Perché non si pone questa attenzione? Noi ce la mettiamo tutta, possiamo attivare lo sportello di assistenza sociale, lo sportello legale, possiamo fare da Caf, possiamo aiutare chi non ha la residenza con l’ambulatorio popolare…
I problemi che viviamo sono tantissimi: lo spaccio e la criminalità sono tra i problemi più grandi del quartiere, però la polizia non è mai stata la soluzione, i militari non sono mai stati la soluzione. A volte venivano chiamate persone del quartiere, come i vari Don Coluccia della situazione. A un certo punto, è uscita fuori, anche qui, la figura del prete “antispaccio”, che non è il nostro prete di quartiere, che va in Tv a fare i suoi discorsi sulla legalità. Queste azioni, questi interventi non hanno mai debellato lo spaccio e la criminalità. Anzi, secondo me, l’hanno proprio esacerbata perché si sono create delle comitive di ragazzi che stanno sempre più insieme, sono sempre più numerosi proprio per fare scudo, per un meccanismo di difesa.
La polizia la vedo tutti i giorni nel quartiere, dalla mattina fino alla sera, e non ha mai risolto nessun problema, anzi.
Noi, comunque, non ci abbattiamo. Pensiamo che la riduzione del danno è l’unica strada immediatamente percorribile e che sia necessario aprire le serrande dove tutto chiude. Aprire le serrande abbandonate, che richiedono tanta, troppa burocrazia per poter essere assegnate.

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