La borghesia imperialista usa con disinvoltura il termine “prigioniero politico” quando i suoi agenti, che operano per sovvertire governi che la Comunità Internazionale ritiene ostili, vengono incarcerati.
Un caso molto famoso è quello di Navalnj, descritto come “un eroe libertario” dalla propaganda filo Nato per essere stato “perseguitato da Putin”. Ma Navalnj è stato solo un burattino. Incarcerato, sì, ma non per il contributo all’emancipazione dell’umanità quanto per i servigi resi agli imperialisti Usa contro la Federazione Russa.
Ci sono molti altri esempi, il concetto è che nel novero dei “detenuti politici”, genericamente detti, ci finiscono così anche mercenari, faccendieri e carogne della peggior specie.
Ci sono detenuti politici incarcerati nel quadro della guerra per bande fra fazioni della classe dominante (Gianni Alemanno è un esempio di questi, in Italia) e ci sono quelli che vengono incarcerati per il loro attivismo e la loro militanza nella schiera del movimento operaio e popolare. Accomunati solo dal nome che la propaganda di regime gli affibbia, il loro ruolo e il loro valore è invece molto diverso.
E poi ci sono i rivoluzionari prigionieri, incarcerati per la loro appartenenza a un’organizzazione o a un movimento rivoluzionario. La loro militanza rivoluzionaria continua nonostante siano nelle mani del nemico e il nemico tenti di ridurli a una condizione di “sepolti vivi”, cerchi di annullarli fisicamente e psicologicamente, di farli dissociare dalla causa e indurli ad arrendersi, di isolarli e recidere ogni contatto con l’esterno del carcere.
Nei confronti dei rivoluzionari prigionieri lo Stato borghese sospende i suoi “diritti democratici” e, per quanto gli riesce, impedisce che si parli della loro esistenza. Perché la loro esistenza è la prova concreta della sua debolezza.
In Italia ci sono alcuni rivoluzionari prigionieri. Molti di loro sono in carcere da decine di anni: sono una testimonianza vivente del movimento rivoluzionario degli anni Settanta, ma anche del fatto che tentativi rivoluzionari si sono presentati anche successivamente.
La più recente ed eclatante manifestazione pubblica dell’esistenza dei rivoluzionari prigionieri è stata la campagna di mobilitazione contro il confinamento al 41bis di Alfredo Cospito, rivoluzionario anarchico in carcere dal 2012, accusato dell’attentato contro il dirigente della Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi.
La campagna in solidarietà ad Alfredo Cospito ha avuto il merito di squarciare il muro di omertà, è diventata una campagna pubblica grazie alla combinazione delle iniziative militanti (cortei, azioni militanti, scontri con la celere, ecc.) con iniziative comunicative che sono riuscite a coinvolgere anche alcuni esponenti della società civile e settori democratici.
La campagna è stata possibile perché Alfredo Cospito non ha mai smesso di resistere ed è passato al contrattacco – pur nelle mani del nemico – iniziando uno sciopero della fame “fino alla morte” come strumento per bucare la censura mediatica a cui era sottoposto.
La resistenza di Alfredo Cospito in carcere ha alimentato il movimento di solidarietà fuori dal carcere, il movimento di solidarietà fuori dal carcere ha sostenuto e rafforzato la resistenza di Alfredo Cospito.
Il 19 giugno del 1986, in Perù, l’esercito ha massacrato 300 rivoluzionari prigionieri di Sendero Luminoso, il Partito Comunista del Perù (Pcp). Il massacro fu giustificato come la risposta all’organizzazione e all’attivismo dei rivoluzionari prigionieri, ma in realtà fu la rappresaglia del governo, a guida social democratica, contro il Pcp.
In ricordo di quel massacro, il Pcp ha fatto appello al movimento comunista internazionale a onorare tutti i rivoluzionari prigionieri: quelli ammazzati dagli eserciti borghesi, quelli sepolti vivi nelle carceri, quelli che non smettono di essere e di agire da rivoluzionari anche se sono finiti nelle mani del nemico.
La Carovana del (n)Pci ha risposto all’appello e nel mese di giugno organizza ogni anno iniziative per celebrare la Giornata Internazionale del Rivoluzionario Prigioniero.
Non è necessario appartenere alle stesse organizzazioni di cui sono parte i rivoluzionari prigionieri, non è necessario neppure condividerne l’analisi, la linea politica, i metodi e le azioni di lotta, quello che è necessario è saper riconoscere che nella divisione in classi della società, i comunisti devono sostenere tutto quello che il nemico combatte e combattere tutto quello che il nemico sostiene. E i rivoluzionari prigionieri sono parte integrante della nostra classe, del nostro campo e del mondo che vogliamo costruire.
Celebriamo la Giornata Internazionale del Rivoluzionario Prigioniero e promuoviamo la solidarietà ai rivoluzionari prigionieri. Perché la solidarietà delle masse popolari rafforza la resistenza dei rivoluzionari prigionieri e la resistenza dei rivoluzionari prigionieri rafforza la resistenza di tutte le masse popolari.
Questa è una legge della lotta di classe e della lotta politica rivoluzionaria dimostrata anche dalla campagna in solidarietà ad Alfredo Cospito.
Quali che siano le condizioni politiche di una determinata fase, i rivoluzionari prigionieri sono il legame fra l’assalto al cielo che non è stato compiuto vittoriosamente e la necessità di imparare dagli errori, di superare i limiti e le resistenze per il nuovo e vittorioso assalto al cielo.






