La Rete internazionale Stop rearm Europe ha indetto per il 21 giugno manifestazioni in vari paesi in occasione del vertice Nato che si svolge all’Aja, in Olanda, dal 24 al 26 giugno. L’Italia è fra questi e il corteo sarà a Roma.
Seguendo la linea “divisiva” che la contraddistingue da un certo periodo, l’area politica della Rete dei Comunisti (Rete dei Comunisti, Potere al Popolo, Usb, Osa, Cambiare Rotta e altri addentellati) ha indetto un’altra manifestazione per lo stesso giorno e nella stessa città.
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È legittimo promuovere una propria manifestazione, ci mancherebbe! Ma ci sono due ordini di motivi che rendono la decisione per lo meno “discutibile” (e infatti la mettiamo in discussione pubblicamente): il primo riguarda la sistematica perseveranza con cui questa area politica ostacola lo sviluppo di un movimento unitario delle masse popolari, mentre il secondo riguarda le argomentazioni con cui giustifica le sue azioni in tal senso.
Ci sarebbe una terza questione, che riguarda i metodi con cui cerca di imporsi, ma riteniamo non sia questa la sede dove approfondire l’argomento.
Per quanto riguarda il primo motivo vanno ricordati, fra gli altri precedenti:
– il tentativo di impedire che a Roma si svolgesse il corteo unitario in solidarietà con il popolo palestinese del 30 novembre 2024. Tentativo fallito. Alla fine il corteo fu uno solo e questo grazie alla lungimiranza di una parte delle organizzazioni palestinesi e di chi si era schierato al loro fianco;
– la manifestazione “alternativa” a quella indetta contro la guerra dal M5s il 5 aprile a Roma. Operazione fallita, almeno in parte, perché, a fronte delle adesioni alla piazza promossa dal M5s, il corteo alternativo è stato ridimensionato ed è diventato un presidio;
– il tentativo di ostacolare la mobilitazione che a Porta San Paolo, il 25 Aprile a Roma, ha impedito fin dal mattino che la piazza fosse occupata dalla brigata sionista.
Per quanto riguarda la manifestazione del 21 giugno, dunque, “siamo alle solite”; si ripropone la stessa tendenza settaria che crea artificiosamente fratture nel campo delle masse popolari.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, le argomentazioni per giustificare tale atteggiamento sono di due tipi.
Ci sono le argomentazioni pubbliche – che hanno a che vedere con il fatto che la Rete dei Comunisti vuole vestire i panni dei “duri e puri” – e poi ci sono quelle che non emergono chiaramente, che attengono al voler imporre il proprio ruolo politico, sia quando è reale che quando è solo presunto. Una questione di visibilità, insomma, da capitalizzare – e questa è la migliore delle ipotesi – a fini elettorali.
Da qui l’esasperato spirito di concorrenza che finisce con il mettere al centro di ogni iniziativa della Rete dei Comunisti il proprio ombelico anziché le esigenze della lotta di classe.
La nostra critica a questo modo di concepire, intendere e fare politica non ha nulla a che vedere con un’ipotetica “concorrenza” con la Rete dei Comunisti e gli altri organismi della sua area politica.
Non siamo in concorrenza con nessuno e collaboriamo con tutti quelli che dimostrano di voler avere un ruolo positivo nella lotta di classe. Collaboriamo con compagni e compagne di Pap e di Usb (anzi, ci sono compagni del P.Carc iscritti a Usb), guardiamo con interesse e sostegno al lavoro dei giovani di Osa e Cambiare Rotta. Ed è proprio perché vediamo e riconosciamo tante potenzialità che denunciamo politicamente gli atteggiamenti di chi promuove in modo irresponsabile lo spirito di concorrenza. E lo denunciamo puntualmente e tanto più fermamente quando la concorrenza viene imposta con i metodi della “guerra per bande”.
Anche per stimolare quanto c’è di sano in quell’area politica, promuoviamo la critica e il dibattito franco e aperto contro concezioni e atteggiamenti irresponsabili e deleteri. E continueremo a farlo.
Se la mobilitazione generale delle masse popolari si sviluppa lentamente non è a causa del fatto che in Italia le masse popolari sono arretrate e non si mobilitano, ma a causa dei limiti dei comunisti che dovrebbero organizzarle, mobilitarle e orientarle e che invece, spesso, le lasciano nelle mani delle Larghe Intese e della sinistra borghese.
Per essere chiari: è inutile – ma anche ingiusto, irresponsabile e ipocrita – lamentarsi della “passività delle masse” se, anziché porsi la questione di far montare il movimento popolare fino a renderlo determinante ai fini del corso politico del paese, ci si dedica a fare a gomitate per conquistare la testa di un corteo e la visibilità del proprio striscione.
Nel momento in cui scriviamo, che il 21 giugno a Roma si svolga una manifestazione unitaria non è scontato.
Se l’obiettivo sarà raggiunto, esso sarà la dimostrazione che la linea avanzata si è affermata su quella arretrata.
Se non sarà raggiunto, la parte più avanzata del movimento popolare dovrà organizzarsi per partecipare a entrambe le manifestazioni. Il problema non è alzare o abbassare i numeri di una o dell’altra manifestazione, ma riuscire a impedire le manovre di chi, chiunque sia e qualunque argomentazione porti, alimenta la frammentazione del movimento popolare anziché porsi la questione di svilupparlo e dargli uno sbocco politico.
Aggiornamento
A parziale risposta alle osservazioni che stanno arrivando alla Redazione – e per completezza del ragionamento – pubblichiamo anche qui la manchette presente nell’articolo “Per un movimento di massa per fermare la Terza guerra mondiale” (sul cartaceo è pubblicata accanto a questo articolo).
Parole d’ordine radicali vs idee (e pratica) rivoluzionarie
Uno degli argomenti che i promotori della linea di “non sporcarsi le mani” nelle mobilitazioni promosse dai cespugli e dagli addentellati delle Larghe Intese è che “è arrivato il momento di mobilitarsi su parole d’ordine chiare e radicali”.
Ci sarebbe da chiedersi quale sia mai stato il momento di mobilitarsi su parole d’ordine ambigue e moderate, ma possiamo soprassedere.
Più che le parole d’ordine radicali, servono idee rivoluzionarie.
Parole d’ordine radicali che si limitano alle rivendicazioni ai governi delle Larghe Intese sono un esempio di parole d’ordine radicali che vanno a braccetto con idee moderate.
Se pure le parole d’ordine radicali non si limitano alla rivendicazione, per avere una qualche incidenza sulla realtà devono diventare patrimonio delle masse popolari.
Quali masse popolari? Quelle che sono già disposte a mobilitarsi contro i governi delle Larghe Intese.
Attenzione! Non solo quelle masse popolari che a parole sono contro le Larghe Intese (che pure hanno la loro importanza), ma quelle che sono già disposte a mobilitarsi e per farlo sono già in una qualche misura organizzate.
Dove si trovano? Ovunque: nei sindacati di base e nei sindacati di regime, nelle organizzazioni antimperialiste e rivoluzionarie e anche nei partiti della sinistra borghese. Si trovano nelle iniziative militanti e nelle fiaccolate contro la guerra. Si trovano, a migliaia, anche nelle manifestazioni che i cespugli e gli addentellati delle Larghe Intese promuovono per raccogliere consensi e giustificare la loro esistenza nel teatrino della politica borghese. È (anche) lì che devono stare i comunisti.
Ecco perché nascondersi dietro il fatto che “è arrivato il momento di mobilitarsi su parole d’ordine chiare e radicali”, se non è un’ingenuità, è una manifestazione di estremismo infantile: radicale all’apparenza, ma tutt’altro che rivoluzionario.
Ovviamente Lenin ha trattato in lungo e in largo l’argomento in L’ estremismo, malattia infantile del comunismo.






