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Un movimento di massa per fermare la Terza guerra mondiale

Teresa Noce by Teresa Noce
Giugno 19, 2025
in In evidenza, Resistenza n. 6/2025
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Il governo Meloni è complice attivo degli imperialisti Usa e dei vertici della Ue che promuovono la Terza guerra mondiale e dei terroristi sionisti responsabili del genocidio in Palestina. Ma chi pensa di addossare la responsabilità di questa complicità solo al governo Meloni è fuori strada.
Senza la protezione e la copertura di Mattarella, il governo dei nostalgici del Ventennio sarebbe zoppo. E poi c’è il Pd. Non solo la fronda dei suoi ultras che biascicano con la bava alla bocca “viva l’Ucraina” e “viva Israele”, ma anche gli alti papaveri dell’industria bellica italiana, tutti in quota Pd, Leonardo in testa.
Prima si guardano in faccia le cose e meglio è! Il governo Meloni è un concentrato di feccia guerrafondaia che ha aumentato la sottomissione dell’Italia agli Usa, alla Nato ai sionisti e alla Ue, intruppandola nella Terza guerra mondiale, ma nessun governo del Pd farebbe cose diverse, pur con tutto il codazzo di progressisti con l’asterisco e ambientalisti con la Tesla al seguito.
A volte, però, guardare le cose in faccia non basta e allora, per non cadere nello sconforto (“non c’è niente da fare”), bisogna alzare lo sguardo.
Se nessun governo delle Larghe Intese metterà fine alla partecipazione dell’Italia alla Terza guerra mondiale, significa che bisogna alzare la posta in gioco, significa che bisogna imporre ai vertici delle Repubblica Pontificia un governo che riporti l’Italia nel solco dell’attuazione della Costituzione del 1948. Un governo che risponde delle sue azioni alle masse popolari organizzate anziché agli imperialisti Usa e alla Nato, ai vertici della Ue e ai terroristi sionisti. Un governo di emergenza delle masse popolari organizzate.

In Italia sta sorgendo un movimento di massa contro la Terza guerra mondiale (vedi Editoriale).
Anche se non è ancora pienamente dispiegato, fa già paura ai vertici della Repubblica Pontificia italiana perché mette in discussione dalle fondamenta il loro sistema politico.
Per non essere soffocato prima ancora di dispiegarsi, esso dovrà far fronte tanto alle provocazioni poliziesche e alla repressione del governo dei criminali di guerra quanto al “buon senso comune” della sinistra borghese che mira a convogliarlo nel vicolo cieco della battaglia elettorale. Le manovre per “soffocare il bambino nella culla” sono già in corso e si moltiplicheranno.
Se questo movimento imboccherà la strada che lo porterà a diventare determinante ai fini della costituzione di un governo di emergenza popolare o, invece,il vicolo cieco che lo farà rifluire, dipende in tutto e per tutto dal movimento comunista italiano e dall’insieme degli organismi politici e sindacali – nessuno escluso – anti Larghe Intese.
Questo è il contesto in cui si svolgerà il 21 giugno la mobilitazione nazionale contro la guerra e il riarmo a Roma indetta dalla Rete internazionale Stop rearm Europe in occasione del vertice Nato che si svolgerà all’Aja, in Olanda, dal 24 al 26 giugno.

Non è mai utile caricare di significato e di aspettative una singola manifestazione, ma alcune manifestazioni hanno un significato e un valore politico particolari perché costituiscono oggettivamente uno snodo, una tappa di un percorso che proseguirà, inevitabilmente, in condizioni più favorevoli o in condizioni più sfavorevoli.
La questione, dunque, non è se la manifestazione del 21 giugno sarà grande e partecipata, ma se e quanto il movimento comunista italiano è in grado di farne un’occasione per creare condizioni favorevoli allo sviluppo del movimento di massa contro la Terza guerra mondiale e contro il genocidio del popolo palestinese.

Coordinamento Nazionale No Nato
Fra le iniziative per scongiurare che il 21 giugno a Roma si svolgano due manifestazioni separate, quella del Coordinamento Nazionale No Nato è stata probabilmente la più efficace.
Sia perché con un primo comunicato ha messo al centro l’esigenza di sviluppare un movimento unitario e di massa contro la Terza guerra mondiale, sia perché subito dopo si è messo a raccogliere adesioni “a 360°”. E il riscontro è stato la dimostrazione di quanto sia sentita l’esigenza di unità.
Non solo singoli e organismi hanno firmato l’appello, ma l’argomento è stato discusso in lungo e in largo all’assemblea nazionale promossa da Potere al Popolo il 24 maggio, quella in cui è stata lanciata la manifestazione “identitaria” dell’area della Rete dei Comunisti.
È sempre troppo presto per dare per persa una battaglia…

Costruire capillarmente la mobilitazione

Sgomberiamo subito il campo dalle sciocchezze sulle “ambiguità” della manifestazione indetta dalla Rete Stop rearm Europe.
Sono sciocchezze, perché è risaputo che nel novero delle organizzazioni che aderiscono a quella rete l’orientamento principale e predominante è il pacifismo della sinistra borghese: non sono organismi antimperialisti, comunisti o rivoluzionari. E del resto, se lo fossero, la loro concreta capacità di mobilitazione sarebbe uguale a quella che oggi ha il movimento antimperialista, comunista e rivoluzionario anziché essere, come è, enormemente superiore.
Sono sciocchezze alimentate in modo irresponsabile da chi si sente – a volte senza esserlo realmente, nel senso che non ha gli strumenti, la caratura e la forza per esserlo – in concorrenza con gli aderenti alla Rete Stop rearm Europe.
Che si tratti di concorrenza in campo elettorale oppure di una deviazione ideologica, il fatto di anteporre gli interessi di bottega alla possibilità di sviluppare nel nostro paese un movimento contro la guerra, che sia il più ampio possibile, è certamente irresponsabile.
La verità è che bisogna approfittare delle crepe che si stanno aprendo nel campo delle Larghe Intese per coinvolgere tutto ciò e tutti quelli che sono coinvolgibili nella mobilitazione, imparando a fare leva sulle motivazioni e sugli argomenti decisivi ai fini della loro attivazione.

La Terza guerra mondiale è già in corso, l’economia di guerra è già in corso, il genocidio del popolo palestinese in mondovisione è già in corso, l’esercito che va nelle scuole superiori e nelle università ad arruolare studenti è già una realtà, gli ospedali e i presidi medici chiudono e i trasporti pubblici sono allo sbando, lo smantellamento dell’apparato produttivo e la conversione all’industria bellica sono già in corso.
Chi sia a chiamare centinaia di migliaia di persone in piazza è un dato secondario. Oggi ci riesce la Rete Stop rearm Europe? Va benissimo e, anzi, bisogna impegnarsi affinché se oggi scendono in piazza centinaia di migliaia di persone, domani siano un milione.

Che le pretestuose accuse di ambiguità della Rete Stop rearm Europe siano sciocchezze irresponsabili è confermato anche dal fatto che a determinare il contenuto delle mobilitazioni non è mai solo chi le promuove, ma anche chi vi partecipa. Soprattutto se si tratta di una moltitudine di persone. E dove ci sono le masse popolari, lì devono starci i comunisti, proprio per non lasciare la mobilitazione in mano ai faccendieri della sinistra borghese o, peggio ancora, ai “capipolo” reazionari.
Noi pensiamo che sia necessario fare un passo in più, non soltanto “esserci”.
Pensiamo che i comunisti debbano avere un ruolo nel mobilitare la classe operaia, gli studenti, i pensionati e il resto delle masse popolari a partecipare; nel far confluire quelli che si riesce già a mobilitare in un movimento unitario e nel promuovere la linea e gli obiettivi dei comunisti in un simile contesto di attivismo e partecipazione delle larghe masse.

Il nostro obiettivo è la costituzione di un governo che trasforma in legge le principali rivendicazioni delle masse popolari e che per farlo non si lascia legare le mani dalle leggi che nel corso del tempo hanno svuotato di valore e di significato – e sistematicamente violato – la Costituzione del 1948.
Un governo che non si lascia fermare dalle regole, scritte e non scritte, con cui la classe dominante italiana tiene sottomesse le masse popolari.
Un governo di emergenza, perché servono misure straordinarie per fare fronte agli effetti della crisi e alla spirale della Terza guerra mondiale.
Un governo di emergenza popolare, nel senso che opera con trasparenza per attuare le indicazioni che riceve dalla rete di organismi operai e popolari, forze sindacali e politiche, associazioni e, allo stesso tempo, fornisce loro gli strumenti e i mezzi per sviluppare quello già fanno e arrivare ad affermare gli interessi delle masse popolari.
“Ordinariamente”, tutti i governi delle Larghe Intese agiscono su mandato delle cricche di potere italiane (ad esempio, le organizzazioni criminali) e straniere (la Nato, la Ue e l’entità sionista), agiscono alle spalle delle masse popolari, dietro il paravento del teatrino della politica borghese e la cappa di intossicazione mediatica dell’opinione pubblica. Ma è proprio “l’ordinaria amministrazione” ad aver prodotto la situazione in cui siamo oggi.

Far salire di tono la mobilitazione

Il movimento di massa contro la guerra che sta muovendo i suoi passi è, e sarà sempre più man mano che la Terza Guerra Mondiale avanza, il portato oggettivo del corso del cose. Per sua natura è eterogeneo e contraddittorio, è composto da “anime” diverse, portatrici di concezioni – e quindi anche obiettivi, pratiche, forme di lotta – differenti e a volte apparentemente inconciliabili. Questo è normale, ma dobbiamo farlo diventare un punto di forza anziché una debolezza. Il governo Meloni cercherà di usarlo come una debolezza.
È quello che ha provato a fare contro il movimento in solidarietà con il popolo palestinese sguinzagliando la celere contro la manifestazione del 12 aprile a Milano: colpire e criminalizzare un pezzo di corteo per indebolire tutto il movimento. Ma gli esempi di criminalizzazione e repressione si moltiplicano, tutti esempi, grandi o piccoli che siano, di dove il governo Meloni vuole andare a parare con l’approvazione del decreto sicurezza.
Preservare e sviluppare il carattere unitario del movimento popolare contro la guerra vuol dire anche respingere tutte le manovre sporche, anche quelle travestite da misure necessarie “per il rispetto della legalità”, a cui il governo dei nostalgici del Ventennio farà ricorso nel tentativo di dividerlo tra buoni e cattivi e soffocarlo.
Si pone già, e si porrà sempre più chiaramente, la questione di imparare a combinare le iniziative dei promotori delle marce pacifiche e delle fiaccolate con le azioni militanti, di valorizzare tanto le comunità dei cattolici di base che gli organismi giovanili di movimento.
Bisogna valorizzare il contributo di tutti coloro che sono disposti a partecipare, quale che sia la forma: il movimento contro la guerra, per essere efficace, deve “dilagare” fino a rendere impossibile, o per lo meno molto difficile, il “normale funzionamento” del paese.
In questo senso, ogni iniziativa che infrange l’ordine pubblico dei criminali di guerra è legittima.
A “rovinare le ragioni del movimento” non sono gli slanci di combattività delle masse popolari, ma gli argomenti di chi cerca di soffocare questi slanci per creare meno problemi possibile alla classe dominante.
Lo diciamo chiaramente: chi coltiva la speranza che sia sufficiente “manifestare in tanti” per spingere i vertici della Repubblica Pontificia italiana a cambiare la direzione che hanno imposto al paese resterà deluso.
Ci sono molti esempi di ciò, richiamiamo qui solo il fatto che la voce dei tre milioni di persone che nel 2003 scesero in piazza a Roma contro la guerra in Iraq è rimasta inascoltata. E con la manifesta volontà di chi nel 2011 andò a votare per i referendum sull’acqua pubblica e contro il nucleare i vertici della Repubblica Pontificia ci si sono puliti le scarpe.
Bisogna manifestare in tanti, certo, ma bisogna soprattutto essere in tanti a dare vita alla capillare mobilitazione che rende ingestibile il paese ai governi delle Larghe Intese fino a imporre un governo di emergenza popolare.
Lo sbocco del movimento contro la Terza guerra mondiale è necessariamente politico perché per raggiungere gli obiettivi che si pone – non un uomo, né un soldo, né un metro di suolo per la Terza guerra mondiale – deve necessariamente arrivare al governo del paese.

Parole d’ordine radicali vs idee (e pratica) rivoluzionarie
Uno degli argomenti che i promotori della linea di “non sporcarsi le mani” nelle mobilitazioni promosse dai cespugli e dagli addentellati delle Larghe Intese è che “è arrivato il momento di mobilitarsi su parole d’ordine chiare e radicali”.
Ci sarebbe da chiedersi quale sia mai stato il momento di mobilitarsi su parole d’ordine ambigue e moderate, ma possiamo soprassedere.
Più che le parole d’ordine radicali, servono idee rivoluzionarie.
Parole d’ordine radicali che si limitano alle rivendicazioni ai governi delle Larghe Intese sono un esempio di parole d’ordine radicali che vanno a braccetto con idee moderate.
Se pure le parole d’ordine radicali non si limitano alla rivendicazione, per avere una qualche incidenza sulla realtà devono diventare patrimonio delle masse popolari.
Quali masse popolari? Quelle che sono già disposte a mobilitarsi contro i governi delle Larghe Intese.
Attenzione! Non solo quelle masse popolari che a parole sono contro le Larghe Intese (che pure hanno la loro importanza), ma quelle che sono già disposte a mobilitarsi e per farlo sono già in una qualche misura organizzate.
Dove si trovano? Ovunque: nei sindacati di base e nei sindacati di regime, nelle organizzazioni antimperialiste e rivoluzionarie e anche nei partiti della sinistra borghese. Si trovano nelle iniziative militanti e nelle fiaccolate contro la guerra. Si trovano, a migliaia, anche nelle manifestazioni che i cespugli e gli addentellati delle Larghe Intese promuovono per raccogliere consensi e giustificare la loro esistenza nel teatrino della politica borghese. È (anche) lì che devono stare i comunisti.
Ecco perché nascondersi dietro il fatto che “è arrivato il momento di mobilitarsi su parole d’ordine chiare e radicali”, se non è un’ingenuità, è una manifestazione di estremismo infantile: radicale all’apparenza, ma tutt’altro che rivoluzionario.
Ovviamente Lenin ha trattato in lungo e in largo l’argomento in L’ estremismo, malattia infantile del comunismo.

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Tags: MovimentiPolitica
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