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Pensare positivo è rivoluzionario. Organizzarsi per il contrattacco

Teresa Noce by Teresa Noce
Luglio 3, 2026
in Editoriali, In evidenza, Resistenza n. 7-8/2026
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La Terza guerra mondiale dilaga. Non solo in Ucraina, Iran e Palestina: il continente africano è in subbuglio, il Venezuela è stato aggredito ed è sotto scacco, Cuba è minacciata, il Sud America è sconvolto dai tentativi di imporre governi fantoccio degli Usa. Sullo sfondo, le manovre degli imperialisti Usa, sionisti e Ue contro la Repubblica Popolare Cinese.

Il mondo non è di fronte al pericolo della Terza guerra mondiale, il mondo è già immerso nella Terza guerra mondiale.

Tutto il movimento economico e finanziario dei paesi imperialisti gira attorno alle esigenze belliche e alle proiezioni sul loro sviluppo.

Enormi quantità di denaro sono già dirottate nell’ingegneria, nella logistica e nella produzione bellica, sottratte alla sanità, all’istruzione, alle misure per fronteggiare l’emergenza climatica e ambientale, alle politiche sociali.

Gli effetti si vedono, sono alla luce del sole e continuano ad aggravarsi.

E quanta più forza prendono gli allarmi che ciclicamente irrompono nel dibattito pubblico per questa o quella emergenza, quanto più sono disperati gli appelli a “fare qualcosa”, tanto più emerge che l’attuale classe dominante non vuole e non può cambiare rotta. La guerra è una esigenza oggettiva del capitalismo in crisi.

E benché le conseguenze particolari di questo andazzo siano in parte diverse paese per paese, questo è il binario su cui procedono tutti i paesi imperialisti.

In questo senso tutti i paesi imperialisti hanno un destino comune, assegnato loro dalla storia: sono loro la prima linea (la causa, il motore, i promotori) della Terza guerra mondiale e, proprio per questo, sono anche il contesto decisivo per la rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato, unica alternativa al marasma provocato dalla crisi generale del capitalismo.

Solo la rivoluzione socialista e l’instaurazione del socialismo in almeno uno dei paesi imperialisti può interrompere il vortice distruttivo della Terza guerra mondiale.

Prima di cedere allo scetticismo e alla sfiducia, e buttare questa tesi nel secchio delle “belle speranze impossibili da realizzare”, datevi l’opportunità di approfondire.

Parliamo inevitabilmente del nostro paese, perché è esattamente qui che dobbiamo e possiamo fare la rivoluzione socialista. È questo il contributo concreto e risolutivo che i lavoratori e le masse popolari italiane possono dare alle masse popolari degli altri paesi imperialisti e ai popoli dei paesi oppressi, emancipandosi dal sistema di potere della classe dominante (vedi articolo “Anatomia della Repubblica Pontificia” a pag. 10).

Ciò che era silenzioso adesso grida

Una conseguenza del peggioramento complessivo delle condizioni di vita e di lavoro, dell’aumento della precarietà, del decadimento degli istituti sociali che in qualche modo garantivano la coesione sociale è il proliferare di proteste, manifestazioni di malcontento per il corso delle cose e, parallelamente, la ricerca di “soluzioni”.

Non è un fenomeno nato improvvisamente, è andato crescendo di pari passo con l’aggravamento della crisi generale (economica, ambientale e sociale). Fatto sta che tutti oggi gridano ai mali della società.

I media gridano, inanellando una dietro l’altra emergenze vere o inventate.

Opinionisti e influencer al servizio della classe dominante gridano al degrado e fomentano la caccia agli immigrati poveri.

Politicanti di ogni colore gridano soluzioni improvvisate, inventate, campate per aria.

Regna la confusione perché tutte le analisi e le soluzioni che eludono le reali cause della situazione, che eludono la crisi generale del capitalismo e negano il nesso fra il marasma che viviamo qui in Italia e lo sviluppo della Terza guerra mondiale sono solo chiacchiere caotiche che alimentano la confusione, ostacolano l’analisi della realtà e l’elaborazione di soluzioni efficaci.

Le scorciatoie vanno per la maggiore. Dalla remigrazione promossa dalla destra reazionaria e dai nostalgici del Ventennio alla patrimoniale promossa dalla sinistra borghese. Chiacchiere che intossicano le coscienze e alimentano impotenza e disfattismo.

Quello che era fermo ha iniziato a muoversi

Quanto più peggiora la situazione – e peggiora a vista d’occhio – tanto più le masse popolari sono spinte a mobilitarsi, a prendere una qualche iniziativa.

E, infatti, le mobilitazioni e le proteste si moltiplicano. Ma si moltiplicano anche le forme di resistenza arretrate, antisociali, distruttive e autodistruttive.

Chi si ostina a dire che “in Italia non si muove niente” è semplicemente scollegato dalla realtà.

La parte sana e avanzata delle masse popolari si mobilita ininterrottamente da anni contro il genocidio in Palestina e contro la Terza guerra mondiale. Da anni proseguono le proteste contro i responsabili della crisi climatica e ambientale. Il paese è costellato da grandi e piccoli episodi di resistenza operaia allo smantellamento dell’apparato produttivo. Ci sono mobilitazioni capillari contro la devastazione ambientale, contro le grandi opere speculative, inutili e dannose. Sono in movimento gli studenti e gli insegnanti delle scuole superiori e delle università, i genitori degli alunni delle scuole elementari.

Per contro, anche la parte più abbrutita, in preda alla propaganda reazionaria, inizia in qualche modo a mobilitarsi.

Lo fa a comando di questo o quel capobastone razzista o fascista, su spinta di concezioni retrive e antisociali, ma inizia a farlo in modo sempre più collettivo.

Questo significa che la lotta fra la mobilitazione rivoluzionaria e la mobilitazione reazionaria delle masse popolari si acuisce ed entra sempre più nel vivo.

Questo significa che l’organizzazione e la mobilitazione delle masse popolari – in una direzione o nell’altra – ha assunto, assume e via via assumerà un ruolo sempre più importante, decisivo.

Pensare positivo è un atto rivoluzionario

Nel contesto che qui abbiamo descritto necessariamente per sommi capi, dilaga anche la paura.

Dilaga perché le autorità e le istituzioni della classe dominante non possono e non vogliono dare una risposta positiva ai problemi della stragrande maggioranza della popolazione, non sono in grado di difendere e tutelare la coesione sociale. Anzi, operano e agiscono SOLO in funzione delle esigenze del capitale finanziario e speculativo.

Dilaga perché le forme e gli strumenti con cui la classe dominante governava la società e il paese sono diventati sempre più apertamente strumenti di oppressione e persecuzione delle masse popolari.

Dilaga perché la propaganda della classe dominante è ancora ben radicata nel senso comune corrente di una parte importante delle masse popolari. La classe dominante spaccia il declino del suo sistema come il declino della società umana, dell’umanità, esattamente come spaccia i suoi interessi particolari per interessi comuni, per il bene comune.

Tuttavia, il declino della società capitalista NON è la fine del mondo e non corrisponde affatto al declino della società umana. Al contrario, l’estinzione del capitalismo sarà – è – un epocale salto evolutivo per la società umana.

Un salto grazie al quale il genere umano si libera delle cause della guerra, della crisi climatica e ambientale, del razzismo, del maschilismo e dell’oppressione di genere e di TUTTE le conseguenze della divisione in classi della società.

Quel salto rivoluzionario è possibile. Sarà traumatico e non sarà lineare, ma è possibile, oltre che necessario. Quel salto è la rivoluzione socialista che con l’instaurazione del socialismo apre la strada a una nuova fase della civiltà umana.

Tutto quello che alimenta scetticismo o sfiducia sulla possibilità di compiere quel salto è manifestazione di quanta influenza abbia ancora la classe dominante a livello culturale, intellettuale e pratico sulle masse popolari.

Lo scetticismo e la sfiducia che popolano i pensieri e i sentimenti dei lavoratori e delle masse popolari sono l’ultima catena che lega i lavoratori e le masse popolari alla classe dominante.

Ma il problema principale, la questione dirimente, è quanto lo scetticismo e la sfiducia condizionano i comunisti, i rivoluzionari, quelli che vogliono cambiare il mondo, le avanguardie politiche e le avanguardie di lotta: sono loro a essere ancora convinti che “non ci sono le condizioni per la rivoluzione”, che “il nemico è troppo forte”, che “sarebbe bello e giusto, ma…”.

Compagni e compagne, pensare positivo non è idealismo. Non è ingiustificato ottimismo. È la manifestazione della raggiunta comprensione che il crollo del vecchio mondo dei capitalisti è il presupposto della nascita del nuovo mondo delle masse popolari organizzate. Pensare positivo è rivoluzionario.

Muovere tutto al contrattacco

La Terza guerra mondiale dilaga, i governi, le istituzioni e le autorità della classe dominante la alimentano; gli effetti della crisi generale e della guerra mondiale spingono le masse popolari a mobilitarsi e a prendere l’iniziativa.

È qui, espressamente qui, che il ruolo dei comunisti diventa determinante.

Sono i comunisti che devono promuovere il rafforzamento politico, ideologico e organizzativo degli organismi operai e popolari, delle organizzazioni politiche e sindacali che in linea generale oppongono resistenza al disastroso corso delle cose. Con l’obiettivo di farle passare al contrattacco.

Per rovesciare i governi, le istituzioni e le autorità della classe dominante e sostituirli con un governo di emergenza popolare, con istituzioni che rispondono agli organismi operai e popolari e con nuove autorità pubbliche.

Gli attuali organismi operai e popolari devono diventare quello che furono i soviet in Russia: questo è il contenuto del nostro lavoro, il nostro obiettivo.

Ci sono mille motivi per cui tanti compagni e tante compagne, lavoratori e lavoratrici, elementi delle masse popolari sono ancora propensi a buttare questa tesi nel secchio delle “belle speranze impossibili da realizzare”.

Ma in definitiva, per quanto ognuno di questi motivi si presenti come solido e ragionevole, è solo manifestazione di scetticismo e sfiducia.

Scetticismo e sfiducia in quello che diciamo noi (nella linea, nei metodi, negli strumenti di lotta e negli obiettivi), ma anche – e forse soprattutto – scetticismo e sfiducia nel fatto che i lavoratori e le masse popolari organizzate siano in grado di imporre il salto epocale di cui c’è bisogno. Che poi, a bene vedere, è anche sfiducia in se stessi.

Ecco perché pensare positivo è un atto rivoluzionario. Rompe prima di tutto con la convinzione che le classi oppresse debbano rimanere oppresse, come per “volontà divina”.

Ma la volontà divina non esiste, come non esiste la natura umana e non esistono sortilegi che condannano le masse popolari a essere carne da macello o da cannone per la classe dominante. Dunque la questione non è metafisica, ma molto concreta.

Ogni iniziativa che non si proietta all’offensiva, al contrattacco, lascia terreno al nemico. Lascia terreno ai governi, alle istituzioni e alle autorità della classe dominante o anche a coloro che per conto della classe dominante promuovono la mobilitazione reazionaria delle masse popolari.

In tempi di guerra – che sono anche i tempi della rivoluzione socialista – o si conquistano posizioni oppure si arretra: l’equilibrio è sempre e solo una fase temporanea. E ora c’è bisogno di organizzarsi per contrattaccare, non di equilibrismi e rinvii.

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Tags: Politica
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