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Il non detto sul moderno fascismo

Teresa Noce by Teresa Noce
Luglio 3, 2026
in Resistenza n. 7-8/2026
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LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI

LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI

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Nonostante la propaganda che la classe dominante fa di sé e del suo regime, la democrazia borghese NON è più il regime vigente nei paesi imperialisti, Italia compresa. È talmente evidente che da oltre quarant’anni ci sono analisti e politologi borghesi che cercano un termine adeguato a descrivere la realtà.

Uno di questi tentativi è il neologismo democratura, fusione dei termini democrazia e dittatura, coniato per descrivere la contraddizione fra l’ufficialità della forma (democrazia) e la costante e sostanziale erosione dei diritti democratici in favore dell’accentramento del potere, delle restrizioni delle libertà individuali e collettive, dell’aumento del controllo, della repressione e delle politiche securitarie e del proliferare di ostacoli di varia natura alla partecipazione delle masse popolari alla vita politica.

Il tentativo poggia su alcuni evidenti elementi concreti, ma è solo parzialmente efficace.

Il vizio di fondo è che il termine di paragone rimane il regime democratico-borghese e la soluzione alla democratura consisterebbe, nelle illusioni di chi usa il termine, nel ritorno alla democrazia borghese.

Con un importante cortocircuito di fondo: la storia si muove in avanti, non all’indietro.

Un altro tentativo è la tesi che viviamo nel moderno fascismo che spopola fra i sinceri democratici preoccupati del corso delle cose, ma anche fra tanti compagni e tante compagne.

I promotori della tesi non riescono a spiegare, se non attraverso formule raccogliticce ed empiriche, quali sarebbero queste forme “moderne” in cui vive oggi il fascismo.

Il fascismo storico fu la dittatura terroristica di una parte della borghesia sulle masse popolari per contrastare il movimento rivoluzionario (il Biennio rosso). Si è affermato come rivoluzione passiva, che fu rottura reazionaria con il sistema politico vigente, non come continuazione del sistema politico.

Non ci sono “forme moderne” di fenomeni simili, in questa fase politica.

La costante erosione dei diritti democratici in favore dell’accentramento del potere, le restrizioni delle libertà individuali e collettive, l’aumento del controllo, della repressione e delle politiche securitarie e il proliferare di ostacoli di varia natura alla partecipazione delle masse popolari alla vita politica NON sono sufficienti a paragonare l’attuale regime politico al fascismo; il termine “moderno” non basta a liquidare le sostanziali e strutturali differenze.

Il termine moderno fascismo è dunque fuorviante rispetto alla comprensione della realtà. Alimenta la convinzione che la classe dominante abbia il pieno controllo della società, senza neppure aver dovuto “sparare un colpo”, senza neppure dover schierare l’esercito nelle strade, in ragione del fatto che il terrore della sua dittatura immobilizza le masse. Ma questo è palesemente falso, un’esagerazione distopica della realtà.

Chi si accoda alla tesi del moderno fascismo, inoltre, finisce con il contribuire a disarmare ideologicamente e organizzativamente le masse popolari, spacciando per persa la lotta fra la mobilitazione reazionaria e la mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari che in realtà e in corso e il cui esito è aperto.

Anche i sostenitori della tesi del moderno fascismo, come gli assertori della democratura, rimpiangono i tempi del regime democratico borghese. Come gli assertori della democratura, non riescono a spiegare come si potrebbe tornare indietro (come, a opera di chi, attraverso quali forme di lotta, forme di organizzazione, ecc. Ma soprattutto: perché tornare indietro anziché andare avanti?).

Ecco il non detto sul moderno fascismo (e sulla democratura): la democrazia borghese per come viene mitizzata da chi vorrebbe tornarci NON ESISTE da almeno 150 anni! Né in Italia né nel resto dei paesi imperialisti.

Il feticcio della democrazia borghese

La democrazia borghese è stata il regime politico vigente nei paesi capitalisti durante quel lasso di tempo fra l’affermazione del capitalismo come modo di produzione dominante e l’inizio della fase imperialista del capitalismo.

Quando gli effetti della prima crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale hanno iniziato a incombere sul modo di produzione capitalista (intorno agli inizi del XX secolo), quando è iniziata la fase imperialista del capitalismo, la borghesia ha adeguato il regime politico dei paesi imperialisti per scongiurare l’avanzata del movimento comunista e della rivoluzione socialista.

Se avesse fatto ricorso alla sola repressione, per quanto brutale, l’esito dello scontro sarebbe stato incerto: lo scontro fra le classi sarebbe diventato guerra civile e la borghesia avrebbe rischiato di soccombere.

Per evitare di arrivare alla guerra civile, la borghesia ha creato uno specifico regime politico in cui formalmente erano mantenute le vestigia della democrazia borghese (“Costituzione democratica”, elezioni parlamentari, diritto di sciopero, ecc.), ma in cui, sostanzialmente, il regime politico poggiava su cinque pilastri:

“1. Mantenere l’arretratezza politica e in generale culturale delle masse popolari. A questo fine diffondere attivamente tra le masse una cultura d’evasione dalla realtà; promuovere teorie, movimenti e occupazioni che distolgono l’attenzione, l’interesse e l’attività delle masse popolari dagli antagonismi di classe e le concentrano su futilità (diversione); fare confusione e intossicazione con teorie reazionarie e notizie false. Insomma impedire la crescita della coscienza politica con un apposito e articolato sistema di operazioni culturali. (…)

2. Soddisfare le richieste di miglioramento che le masse popolari avanzano con più forza; dare a ognuno la speranza di poter avere una vita dignitosa e alimentare questa speranza con qualche risultato pratico; avvolgere ogni lavoratore in una rete di vincoli finanziari (mutui, rate, ipoteche, bollette, imposte, affitti, ecc.) che lo mettono a ogni momento nel rischio di perdere individualmente tutto o comunque molto del suo stato sociale se non riesce a rispettare le scadenze e le cadenze fissategli. (…)

3. Sviluppare canali di partecipazione delle masse popolari alla lotta politica della borghesia in posizione subordinata, al seguito dei suoi partiti e dei suoi esponenti. La partecipazione delle masse popolari alla lotta politica della borghesia è un ingrediente indispensabile della controrivoluzione preventiva. La divisione dei poteri, le assemblee rappresentative, le elezioni politiche e la lotta tra vari partiti (il pluripartitismo) sono aspetti essenziali dei regimi di controrivoluzione preventiva. La borghesia deve far percepire alle masse come loro lo Stato che in realtà è della borghesia imperialista. Tutti quelli che vogliono partecipare alla vita politica, devono poter partecipare. La borghesia però pone, e deve porre, la tacita condizione che stiano al gioco e alle regole della classe dominante: non vadano oltre il suo ordinamento sociale. Nonostante questa tacita condizione, la borghesia è comunque da subito costretta a dividere più nettamente la sua attività politica in due campi. Uno pubblico, a cui le masse popolari sono ammesse (il “teatrino della politica borghese”). Un altro segreto, riservato agli addetti ai lavori. (…)

4. Mantenere le masse popolari e in particolare gli operai in uno stato di impotenza, evitare che si organizzino; fornire alle masse organizzazioni dirette da uomini di fiducia della borghesia, da uomini venali, corrompibili, ambiziosi, individualisti; impedire che gli operai formino organizzazioni autonome dalla borghesia nella loro struttura e nel loro orientamento.

5. Reprimere il più selettivamente possibile i comunisti. Impedire a ogni costo che i comunisti abbiano successo: quindi che moltiplichino la loro forza organizzandosi in partito; che elaborino e assimilino una concezione del mondo, un metodo di conoscenza e di lavoro e una strategia giusti, che svolgano un’attività efficace; che reclutino, che affermino la loro egemonia nella classe operaia. Corrompere e cooptare i comunisti, spezzare ed eliminare quelli che non si lasciano corrompere e cooptare” – dal Manifesto Programma del (n)Pci.

Pur con alcune differenze, il regime di controrivoluzione preventiva è quello che ancora vige nei paesi imperialisti, sotto il nome di “regime democratico”.

La repressione dilaga

Un cavallo di battaglia dei sostenitori della tesi della democratura, e ancor più dei sostenitori della tesi del moderno fascismo, è che la repressione che dilaga sia una manifestazione di questa “svolta autoritaria e reazionaria della borghesia”.

Vero, la svolta autoritaria c’è, eccome. Essa però non è indice di una superiore coesione della classe dominante e, tanto meno, una manifestazione della sua forza. Essa è la manifestazione del fatto che la crisi generale del capitalismo ha raggiunto un grado di sviluppo tale per cui il secondo, il terzo e il quarto pilastro del regime di controrivoluzione preventiva non sono più in grado di tenere le masse sottomesse (e tanto meno la loro parte avanzata): le masse popolari, al contrario, sono spinte a mobilitarsi e a ribellarsi.

Pertanto si allarga e si inasprisce la repressione – che da selettiva diventa dispiegata – e letteralmente dilagano tutte le attività previste nel primo pilastro del regime di controtivoluzione preventiva: intossicazione delle coscienze, diversione dalla realtà e dalla lotta di classe.

Quanto più la repressione si fa dispiegata e quanto più la diversione della realtà e l’intossicazione delle coscienze proliferano, tanto più ciò è dimostrazione della crisi della borghesia, del suo regime politico e della sua società.

Indietro non si torna

Che sia una parte fra le più acculturate, sensibili e preoccupate della sinistra borghese a credere che viviamo in una democratura è in un certo senso inevitabile: per origine di classe quei politologi e quegli intellettuali non possono che sperare di tornare all’epoca in cui la loro classe di appartenza ha avuto un ruolo positivo e progressivo per l’umanità.

Che sia la parte della sinistra borghese con meno strumenti, ma dai buoni sentimenti, a credere di vivere nel moderno fascismo è, anche in questo caso, normale. Per la sinistra borghese, che non ha il supporto della profondità di analisi scientifica del mondo, il mondo si interpreta attraverso i sentimenti: in assenza della buona democrazia borghese allora c’è il cattivo fascismo (moderno, che poi a ben vedere non vuol dire niente).

Che i primi e i secondi siano nostalgici delle liturgie democratiche sta nell’ordine nelle cose.

Ma che lo siano i comunisti no. Il regime di controrivoluzione preventiva può essere superato solo avanzando, come anche il suo nome suggerisce, nella rivoluzione socialista. Non sono più la democrazia borghese o i suoi surrogati il futuro delle masse popolari, ma la dittatura del proletariato. E se il termine dittatura appare troppo “impegnativo”, chiamiamola pure democrazia sovietica. La democrazia dei Consigli.

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Tags: MetodoPolitica
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