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La repressione dilaga. Ma è un punto debole della classe dominante

Teresa Noce by Teresa Noce
Luglio 3, 2026
in Resistenza n. 7-8/2026
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Le autorità giudiziarie e repressive NON perseguono i reati, ma puntano a colpire

a. le pratiche di lotta, i comportamenti, le condotte e le iniziative che “aprono la strada” al movimento popolare; ma soprattutto

b. l’organizzazione, chi promuove l’organizzazione delle masse popolari (per isolarlo, criminalizzarlo, ostacolare la sua attività) e chi fra le masse popolari si mobilita e si aggrega (per spaventarlo e dissuaderlo dal proseguire).

Se si osservano le cose attraverso queste “lenti”, allora è possibile vedere le trame che uniscono tutte le operazioni repressive attraverso le quali la classe dominante conduce la sua rappresaglia contro il movimento popolare, il movimento politico e sindacale, il movimento rivoluzionario.

Limitiamoci al “bollettino di guerra” di giugno:
– inchiesta “per terrorismo” contro il movimento anarchico: diciotto indagati, sette misure cautelari, sgombero del Bencivenga occupato di Roma;
– respingimento dell’istanza di scarcerazione per Mohammad Hannoun, Riyad Albustanji, Yasser Elasaly e Raed Dawoud, arrestati lo scorso 27 dicembre con l’accusa di finanziare Hamas attraverso una rete di associazioni di beneficenza;
– arresto in Puglia di Abdalmuti Abunada, palestinese di trent’anni accusato di apologia del terrorismo jihadista;
– processo in corso a Torino contro gli attivisti di Extinction Rebellion accusati di aver “imbrattato” con una scritta la ciminiera dello stabilimento della Leonardo Spa;
– condanna, a Napoli, di trentanove lavoratori della manutenzione stradale, tutti ex disoccupati organizzati appartenenti ai movimenti Bros, accusati di “associazione a delinquere” finalizzata a estorcere ammortizzatori sociali e posti di lavoro.

Lo ripetiamo perché è un concetto fondamentale: le autorità giudiziarie e repressive NON perseguono i reati.

Pertanto fronteggiare gli attacchi repressivi sul piano principalmente legale è solo parzialmente efficace e spesso, anzi, è controproducente.

Certo, in alcuni casi la sproporzione fra il reato contestato e la pena inflitta o richiesta è tale che può suscitare la speranza che per via legale si possa impedire una palese forzatura.

Ma anche se occasionalmente ciò succede, in linea generale non è così. In linea generale, i tribunali confermano l’impianto accusatorio.

Molte delle inchieste giudiziarie, in particolare quelle “per terrorismo” e “associazione sovversiva”, non hanno l’obiettivo né di dimostrare né di sgominare alcuna “cellula” o “organizzazione” terroristica.

Molte delle inchiesta hanno come obiettivo principale quello di ostacolare l’attività degli indagati. Questo in genere avviene attraverso il sequestro di TUTTO quanto è necessario a svolgere la propria attività politica (pc, telefoni, supporti informatici, documenti, libri, riviste) e attraverso il tentativo di fare terra bruciata attorno agli indagati (in particolare attraverso la criminalizzazione mediatica).

In ultimo, ma non per questo meno importante, le autorità giudiziarie e repressive si avvalgono di mezzi più o meno leciti per accrescere quanto più possibile i problemi personali o familiari degli indagati: con pressioni sui familiari e sui conoscenti, nei posti di lavoro, ecc.

Anche questo è indice del fatto che le autorità giudiziarie e repressive non puntano a perseguire i reati, ma a logorare e ridurre all’impotenza i loro bersagli.

Alla luce di queste considerazioni – se avete indossato le giuste lenti potrete vedere le trame che uniscono tutti gli attacchi repressivi degli ultimi mesi – è possibile definire linee di condotta generali e particolari, un orientamento, cioè passi e misure concrete.

Per quanto riguarda la linea di condotta generale è utile sintetizzare alcuni punti.

La resistenza agli attacchi repressivi, qualunque siano le forme che hanno e i pretesti su cui si basano, è un terreno della più generale lotta di classe. È sbagliato considerare la lotta alla repressione “un intoppo” rispetto alle altre attività di questa lotta: una concezione simile impedisce di sfruttare a proprio vantaggio la debolezza della classe dominante (la repressione è SEMPRE manifestazione di questa debolezza) e la forza che le masse popolari sono capaci di esprimere.

Se la classe dominante attacca è per limitare e ostacolare organismi politici e sindacali, singoli compagni e compagne che li compongono, per bloccare sul nascere pratiche di lotta efficaci. Trasformare l’attacco in occasione di organizzazione, mobilitazione, ribellione e insubordinazione significa DEMOLIRNE l’efficacia. Significa indebolire il nemico. Significa trasformare l’attacco repressivo in un macigno che ricade su chi l’ha sollevato.

Un ulteriore aspetto da inquadrare è il seguente: ogni attacco repressivo spinge le masse popolari a schierarsi o al fianco e a sostegno delle autorità borghesi o al fianco e in solidarietà di chi è colpito dalla repressione.

Questa divisione avviene spontaneamente. E già questo indebolisce la classe dominante e i suoi attacchi repressivi.

Se poi viene promossa e alimentata coscientemente, allora i suoi effetti sono per essa potenzialmente devastanti.

Ecco perché è fondamentale che chi è colpito dalla repressione chieda sostegno e solidarietà!

La linea di demarcazione fra il campo nemico e il nostro campo deve essere netta, deve diventare un solco, deve comportare uno schieramento.

Questo vale per “i piccoli episodi” di repressione come per “le grandi inchieste” (a maggior ragione per quelle per “terrorismo”, associazione sovversiva o associazione a delinquere, devastazione e saccheggio, ecc.).

Concepire e condurre la lotta contro la repressione come parte della più generale lotta di classe permette di approfittare e valorizzare le contraddizioni che pure esistono nelle istituzioni della Repubblica Pontificia italiana (vedi articolo a pag. 10).

Neppure le autorità giudiziarie e repressive sono un blocco granitico. Al contrario, sono attraversate da scontri interni e guerre per bande che generalmente assumono la forma della lotta fra chi è più deciso a perseguire la via della repressione e si fa promotore della “svolta autoritaria” e chi – per ragioni specifiche e particolari – veste i panni del garantismo e della difesa dei diritti sanciti dalla Costituzione.
Succede quindi che il Giudice di Pace annulli multe, che un tribunale smonti teoremi repressivi e dispensi assoluzioni anziché condanne.
L’iter repressivo persegue comunque l’obiettivo di ostacolare l’attività politica o sindacale di chi è stato colpito, ma “le forme della democrazia borghese sono salve”.
A Bologna, un Giudice di Pace ha annullato alcune delle multe comminate per le mobilitazioni del “blocchiamo tutto” di settembre e ottobre. È un precedente importante: è in un certo modo una “sentenza politica”. Che può essere estesa, replicata, moltiplicata ovunque e tanto più se i ricorsi contro quelle multe diventano consapevolmente strumenti di mobilitazione politica.

Per quanto riguarda i passi e le misure concrete, le questioni principali si riassumono in tre aspetti.

Il primo riguarda chi è colpito dalla repressione e consiste nel continuare le proprie attività, le iniziative, le pratiche di lotta efficaci (anche quelle formalmente perseguite). Se un organismo (o anche un individuo) continua la sua attività (pure alle nuove condizioni poste dall’attacco repressivo), allora l’attacco repressivo è stato vano. Le autorità giudiziarie e repressive NON sono riuscite a centrare l’obiettivo.

Il secondo riguarda tutti gli organismi politici e sindacali di classe, rivoluzionari, anticapitalisti e antimperialisti: bisogna esprimere solidarietà a chi è colpito dalla repressione.

Devono passare in secondo piano eventuali differenze politiche, polemiche, litigi, “sgarri”: TUTTI devono contribuire a scavare quel solco di cui sopra, tutti devono contribuire a rafforzare il campo delle masse popolari contro quello della classe dominante.

Il terzo è che nessuno deve essere lasciato solo di fronte alla repressione.

Chi è già parte di collettivi può iniziare a raccogliere i nomi dei compagni e delle compagne incarcerati e avviare una corrispondenza continuativa, inviare lettere, riviste, disegni, cartoline.

Chi non è parte di organismi può iniziare a organizzarsi anche a partire da queste attività.

E poi c’è il sostegno economico: attraverso la raccolta di sottoscrizioni, iniziative benefit e altro.

Occorre coordinarsi con gli organismi i cui membri sono stati multati o sottoposti a fogli di via, arresti domiciliari, sorveglianza speciale e tessere la rete della solidarietà, della vicinanza politica e umana.

Come abbiamo detto, pur con diversi gradi di accanimento, le autorità giudiziarie e repressive mirano anche a logorare le persone, ad affossarle, a isolarle. Tutti coloro che sono colpiti dalla repressione sono parte integrante di quella umanità che insorge contro la barbarie del capitalismo: nessuno deve essere lasciato indietro, quali che siano le accuse che gli vengono mosse, le pene che gli vengono inflitte, le denigrazioni a cui è sottoposto.

Prima un’inchiesta della Procura di Milano per “istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica o religiosa” per aver esposto durante una manifestazione in solidarietà con il popolo palestinese, il 28 settembre 2024 a Milano, i cartelli con le foto di alcuni agenti sionisti.
Poi, emersa il 21 aprile con le perquisizioni a dirigenti e compagni del P.Carc, un’inchiesta della Procura di Napoli per associazione sovversiva finalizzata a costruire un gruppo armato “ispirato alle Brigate Rosse”. Il corposo fascicolo dell’inchiesta si limita a riprodurre post social di alcuni giovanissimi simpatizzanti, ma più che altro punta il dito contro le attività di formazione politica, ideologica e storica che il P.Carc conduce ordinariamente.
Il 10 giugno le perquisizioni a Firenze a membri e collaboratori del P.Carc con l’accusa di – sentite bene!!! – diffamazione di Marco Carrai e imbrattamento di alcuni muri del teatro Puccini.
Per non cadere nel ridicolo solo con le scarpe, ma per sprofondarci fino al collo,  il Questore di Firenze, Fausto Lamparelli, ha emesso anche due avvisi orali contro due dei tre indagati per diffamazione.
L’avviso orale rientra nelle misure di tipo amministrativo finalizzate a prevenire i reati da parte di individui ritenuti, in modo del tutto soggettivo e arbitrario, “socialmente pericolosi”.
È l’equivalente di una minaccia: “Cambia comportamento o passerai guai”, è una misura esclusivamente intimidatoria.
Ma non è finita. Al terzo indagato è stato affibbiato un foglio di via per un anno da Firenze!
Il provvedimento, oltre a essere illegittimo politicamente, non ha nemmeno i presupposti giuridici per essere erogato: le autorità affermano che la presenza del compagno in città sarebbe “priva di valida giustifica”. Ma il compagno a Firenze ci studia!
Si basa poi su notizie mendaci: le autorità sostengono che durante le perquisizioni del 10 giugno sono stati trovati “numerosi volantini dello stesso tenore diffamatorio”. Ma nel verbale degli stessi carabinieri, che abbiamo reso pubblico su internet, questo non sta scritto da nessuna parte!
“Rendiamo noto tutto questo – dice la Segreteria Federale Toscana in un comunicato – affinché chi dovesse ricevere provvedimenti simili stia in guardia rispetto alle menzogne su cui si basano – oltre che rispetto alla totale illegittimità politica. Consigliamo di conservare sempre copia integrale del provvedimento, annotare data e modalità della notifica, contattare subito i propri compagni e un legale, raccogliere prove utili. Questo perché la battaglia va condotta anche sul piano legale: rallentare e ostacolare l’iter repressivo è una prima forma di resistenza all’azione del nemico.
È quello che i tre compagni hanno intenzione di fare con l’ausilio di un team di legali di cui fa parte anche Lorenzo Tombelli, presidente provinciale dell’Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi nazisti.”

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