Fra le operazioni che accompagnano la campagna elettorale va annoverato il ciclico tormentone sulla patrimoniale. Se ne parla nei programmi tv, sui giornali, su internet. È elemento della telenovela tra Pd (che si dice favorevole) e M5s (con Conte che si dice contrario).
A maggio è poi iniziata la raccolta firme per una legge di iniziativa popolare denominata “1% equo” – una proposta di imposta per chi detiene patrimoni oltre i 2 milioni di euro, cioè l’1% più ricco – promossa da economisti, accademici, giuristi come Paolo Maddalena, e sostenuta da Pap, Rifondazione, Pci e sindacati di base come Usb.
Presa in astratto, quella della patrimoniale è certamente una misura giusta, che va nella direzione di applicare il principio costituzionale secondo cui chi è più ricco deve pagare di più al fine di redistribuire la ricchezza.
Il problema non è però il principio, ma la sua attuazione. La raccolta firme è utile come strumento di propaganda e mobilitazione, ma non basta certo per fare approvare e applicare una misura del genere.
A partire dal fatto che oltre il 98% delle leggi di iniziativa popolare rimane letteralmente “nel cassetto” del Parlamento. Dal 1979 a oggi sono stati presentati alla Camera e al Senato circa 300 progetti di legge accompagnati dalle firme dei cittadini, ma solo 3 sono stati approvati e trasformati in legge.
Ma avventuriamoci per un attimo nel campo dell’estremamente improbabile: e se dalle prossime elezioni uscisse un governo che davvero facesse la patrimoniale? In un mondo dove la ricchezza è oramai principalmente finanziaria, i capitalisti oggetto di questa tassa ci metterebbero poco a nascondere i loro patrimoni, a spostarli all’estero, a trovare modi per evaderla. E ci metterebbero poco anche a usare tutto il loro potere per fare la guerra al governo, per buttarlo giù o costringerlo a retrocedere; a rendere in ogni caso la misura inapplicabile. Come hanno già fatto in Grecia con il governo Tsipras e in certa misura in Italia con il primo governo del M5s, quando entrambi hanno cercato di applicare misure sgradite alla classe dominante.
Per comprendere meglio la questione, partiamo da un esempio che riguarda proprio il primo governo giallo-verde. Ricordate il Decreto Dignità voluto dal M5s? Prevedeva che un lavoratore potesse essere assunto con contratti a termine per massimo un anno, dopodiché doveva essere assunto a tempo indeterminato; proroghe per un massimo di altri 12 mesi erano consentite solo per specifiche causali, che il datore di lavoro doveva indicare esplicitamente.
Senza una mobilitazione dei lavoratori e un’azione specifica del governo per far valere lo spirito di quella legge, il Decreto Dignità si è risolto principalmente, con licenziamenti dopo il primo anno di precariato. Perché? Perché quale che sia la forza politica che va al governo, la borghesia mantiene il controllo dei mezzi di produzione e delle leve del potere economico: non basta approvare una legge per fargliela applicare. Lo stesso, e a maggior ragione, varrà quindi per la patrimoniale.
Insomma, la patrimoniale viene trattata nel discorso pubblico come una riforma qualsiasi, simile a tante altre. Questa banalizzazione squalifica l’azione politica al livello della semplice opinione, all’arte di spararla più grossa per raccattare voti, senza preoccuparsi della realizzazione pratica. Quando queste sparate passano poi alla prova di governo, siamo oramai abituati a sentirci dire che i mercati o l’Unione Europea “non ci permettono di farlo”.
La realtà è che imporre all’1% più ricco e potente d’Italia la patrimoniale non è affatto cosa banale: implica porsi in ottica da guerra, richiede di rompere con l’intero sistema economico, finanziario e politico che permette a questa minoranza di accumulare tanta ricchezza sulla pelle delle masse popolari. Significa darsi i mezzi per resistere a pressioni, manovre e iniziative che la classe dominante metterà in campo con tutti gli strumenti a sua disposizione (a livello nazionale e internazionale) per boicottare questa misura e il governo che vuole attuarla. Vuole dire darsi gli strumenti per imporgliela con misure che vanno al di là della normale prassi di governo.
La mobilitazione per la patrimoniale, per essere realistica e conseguente, deve quindi confluire in quella più generale che si pone l’obiettivo di costruire un governo capace di applicarla. Un governo che viene imposto dalla mobilitazione popolare sulla base di un livello di organizzazione, coordinamento, capacità di lotta che determinano rapporti di forza favorevoli al campo delle masse popolari. Un governo che vive, trae la sua forza e la sua linea politica dal legame con le organizzazioni operaie e popolari del paese, che è composto di elementi che hanno conquistato nella pratica della lotta di classe la fiducia e l’appoggio dei lavoratori: un Governo che noi chiamiamo di Blocco Popolare.
Solo un governo di questo genere avrebbe la forza di resistere e rispondere colpo su colpo alle manovre della classe dominante e di assumere tutte le misure necessarie per applicare realmente la patrimoniale: ordinare alle banche di sospendere ogni pagamento e trasferimento di danaro all’estero; fare appello ai funzionari e agli impiegati delle banche perché controllino l’esecuzione dei suoi ordini e decreti, impediscano violazioni e le segnalino; emanare direttive per il commercio interno e sottoporre a controllo governativo il commercio estero; imporre la nazionalizzazione dei beni per i capitalisti che cercano di delocalizzare o eludere la tassa trasferendo in altro modo il proprio patrimonio all’estero; mobilitare le masse popolari a sostenere le misure del governo e a contrastare ogni tentativo di boicottarlo.
Queste non sono misure che un governo “normale” può prendere. Sono misure che può attuare solo un governo che nasce dalla mobilitazione; che basa la sua forza, la sua vita e la sua azione sull’attività e lo sviluppo di una rete di organismi operai e popolari; che è schierato senza riserve con chi deve lavorare per vivere contro l’1% di parassiti che hanno devastato il paese, ridotto in miseria i lavoratori, posizionato l’Italia tra promotori della Terza guerra mondiale.
C’è poi un’ultima questione: vogliamo tassare i ricchi, ma per farci cosa con quei soldi? Pagare gli interessi sul debito e alzare la spesa militare al 5%? Certo che no. Ci serve quindi un governo che faccia sì la patrimoniale, ma per investire i soldi ricavati nel lavoro, nella sanità e nell’istruzione pubbliche e in tutte le misure e iniziative che servono a garantire a tutti una vita dignitosa. Questo si può fare solo se il governo che fa la patrimoniale, oltre a farla realmente applicare, ha anche la forza e la volontà di rompere con la Nato, con la Ue, con la sudditanza a Washington, con il sistema finanziario e l’ordine internazionale imposto dai gruppi imperialisti Usa, Ue e sionisti. Quindi, non un governo ordinario, solo di un colore differente dall’attuale, ma un governo che si dà i mezzi per condurre lo scontro per quello che è: una guerra di classe.






