Nonostante prima del referendum sulla giustizia Giorgia Meloni avesse assicurato che l’esito non avrebbe influito sul suo governo e sarebbe andata avanti “in ogni caso”, in poche ore la situazione è cambiata.
Due sottosegretari e una ministra sono stati costretti da Meloni a dimettersi, i partiti di maggioranza sono a soqquadro e tutti i giornali parlano del rimpasto di governo e della possibilità di elezioni anticipate.
Non si dovrebbe fare, non sta bene farlo, ma è utile ricordare che l’avevamo detto.
Nello scorso numero di Resistenza avevamo scritto che la vittoria del NO al referendum sarebbe stato un terremoto per il governo Meloni. E avevamo detto anche che la manifestazione del 28 marzo avrebbe potuto essere un’ulteriore spallata, potenzialmente fatale.
Anche su spinta della vittoria del NO al referendum, infatti, quella manifestazione ha assunto, più di quanto non avesse già, un valore politico specifico: è stata una mobilitazione di massa per cacciare il governo Meloni.
Se tutte le componenti del fronte anti Larghe Intese, anziché giocare all’imitazione di Nanni Moretti nel film Ecce bombo (“Che dici, vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”), avessero contribuito a perseguire quell’obiettivo i titoli di giornale dei giorni successivi avrebbero parlato delle rovinose dimissioni di Giorgia Meloni.
Tuttavia, con i se e con i ma non si va lontano. È più utile ragionare sulle posizioni conquistate con quella manifestazione anziché provare a “lavare la testa al ciuccio”.
La principale posizione conquistata è che dopo la manifestazione del 28 marzo nel campo anti Larghe Intese è emersa più chiaramente e in modo ancora più concreto la necessità di definire quale deve essere l’alternativa al governo Meloni che impedisce la sua sostituzione con un altro governo delle Larghe Intese.
Insomma, giusto per ribadirlo: nessuno vuole il Pd al governo…
Non parliamo solo di posizioni espresse da singoli compagni e compagne, di messaggi sui social e riflessioni condivise via mail, ma anche di quanto emerge dai comunicati e dalle prese di posizione di organizzazioni politiche e sindacali, movimenti, associazioni e reti sociali, in particolare quelle che sono state protagoniste delle mobilitazioni dello scorso autunno, quelle del “blocchiamo tutto”.
Alcuni pongono il problema sotto forma di domanda, senza azzardare però la risposta.
Altri pongono la stessa questione, ma si preoccupano anche di chiarire che bisogna impedire le manovre del Pd e dei suoi cespugli per cavalcare e strumentalizzare a fini elettorali la spinta al cambiamento che le masse popolari stanno esprimendo.
Qui si esaurisce il grosso delle posizioni conquistate con la manifestazione del 28 marzo. Nonostante le apparenze, non è affatto poca cosa. Sono posizioni preziose perché permettono di approfondire il ragionamento.
Pesi, contrappesi e zavorre
Approfondire il ragionamento richiede necessariamente di affrontare gli elementi di scoraggiamento e quella specifica forma di pessimismo che viene spacciata per “realismo”: due aspetti che portano a vedere la necessità di costruire l’alternativa, ma non le opportunità per costruirla.
Su tutte le analisi post referendum e post manifestazione del 28 marzo gravano lo scoraggiamento e il pessimismo, due manifestazioni della zavorra dell’elettoralismo.
La necessità di costruire un’alternativa al governo Meloni si scontra con la sconfortante consapevolezza che costruire una coalizione o anche solo una lista elettorale abbastanza rappresentativa e convincente da vincere le elezioni è una strada molto poco realistica.
Allo sconforto per l’impossibilità della via elettorale alcuni pongono un contrappeso.
“Non vogliamo necessariamente vincere le elezioni, più realisticamente ci accontentiamo di mandare in parlamento una pattuglia di compagni e compagne che portano nelle istituzioni la voce delle lotte, fanno da sponda politica per le battaglie sindacali e sociali”.
Lungi dall’essere un efficace contrappeso, questa strada è contemporaneamente la combinazione di tante cose fra cui l’opportunismo, perché la spinta che viene dalle masse popolari è a costruire l’alternativa di governo e a farla finita con la stesura di piattaforme che restano lettera morta, non a raccogliere le briciole che cadono dal tavolo delle Larghe Intese; il malcelato settarismo che alimenta lo spirito di concorrenza tra chi aspira a entrare in parlamento; il fallimento,perché alla favola della lunga marcia nelle istituzioni che inizia con un piccolo passo non crede più neppure chi la racconta.
Nel campo delle organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese l’elettoralismo non è altro che uno scimmiottamento di ciò che hanno in animo di fare le Larghe Intese: incanalare il movimento popolare nel recinto del teatrino della politica borghese, invece di dispiegarlo nella lotta politica per il governo del paese. Un teatrino che le masse popolari, e soprattutto i giovani, evitano come la peste, come dimostra l’astensionismo di massa.
Anziché valorizzare la foresta fatta di mobilitazioni, iniziative, coordinamenti, autorganizzazione, urgenza di dare vita a forme di rappresentanza diverse da quelle permesse nel teatrino della politica borghese, l’elettoralismo spinge a soffermarsi sul rachitico fusto isolato che contende al resto della foresta la linfa vitale, ma inizia a cedere prima ancora che inizi a soffiare il vento.
No, compagni e compagne, questo non è il modo adeguato di rispondere a quell’esigenza di cambiamento che esonda da tutti gli argini. La partecipazione alle elezioni può essere, a determinate condizioni, un ingrediente accessorio nella (e della) lotta più generale per il governo alternativo al sistema delle Larghe Intese, ma in nessun caso è la strada principale.
Lo diciamo noi, ma soprattutto lo dice l’esperienza pratica.
Sarebbe interessante e serio se i partiti e le organizzazioni che hanno promosso negli ultimi dieci anni la via elettorale facessero un bilancio pubblico della loro esperienza. Ma un bilancio serio che non parta da “abbiamo avuto poca visibilità”, “siamo stati ostracizzati”, “le masse sono passivizzate” e altri piagnistei sulle regole del gioco a cui hanno deciso di giocare. Le regole sono infami, certo, ma sono note, pertanto non sono un paravento per nascondere che le avventure elettorali non hanno prodotto un governo alternativo ai due poli delle Larghe Intese e nemmeno la pattuglia di compagni che fa da sponda politica nelle istituzioni…
Rompere gli argini, esondare, mirare in alto
Fra settembre e ottobre dello scorso anno, cioè ieri, l’Italia è stata scossa da una mobilitazione straordinaria.
Abbiamo già scritto molto su quelle manifestazioni e come noi hanno scritto tutti i partiti e le organizzazioni anti Larghe Intese, i giornali e i siti di movimento. Una montagna di analisi, valutazioni, elementi di bilancio che con mille sfumature convergono sul fatto che quelle mobilitazioni hanno rotto un argine. Sintesi molto generale, ma vera.
Anche il campo nemico ha fatto le sue valutazioni e le sue analisi. Allarmi, criminalizzazioni, linciaggio mediatico e nuovi decreti sicurezza sono stati gli ingredienti salienti: una reazione corale e scomposta che fra le righe ha celato, e male, il vero nocciolo della questione: la preoccupazione.
Nelle piazze, nei porti, nelle stazioni, nelle autostrade, nelle tangenziali, al grido di “blocchiamo tutto”, la parte organizzata delle masse popolari è divenuta avanguardia di una miriade di persone che si sono attivate e sono scese sul terreno della mobilitazione pratica e della lotta.
“Stanno rompendo gli argini” è la frase che probabilmente è riecheggiata di più nelle redazioni dei giornali di Angelucci&C e nei contigui uffici della polizia politica, nelle sedi di Fratelli d’Italia, nelle cene fra i sottosegretari del governo e i malavitosi e nelle conversazioni fra gli agenti sionisti che infestano i piani alti e medi del paese.
Quella mobilitazione ha perso slancio da sola dopo aver raggiunto il suo picco, ha perso slancio perché non è stata alimentata dall’obiettivo di uno sbocco politico concreto e non perché è stata spezzata dalla repressione.
La repressione, la rappresaglia, è iniziata dopo ed è ancora in corso.
Quella mobilitazione ha fatto tremare il governo e l’ha fatto vacillare. Le autorità e le istituzioni del potere costituito, per alcune settimane, hanno avuto meno autorevolezza e meno controllo delle assemblee popolari.
Questo succedeva sei mesi fa, cioè ieri. Ma è vero che alcune cose sono cambiate da ieri a oggi.
Il governo Meloni fino a ieri ostentava una forza e una salute che non aveva, oggi è platealmente al capolinea.
Ha perso un referendum e si sta disgregando. I suoi padroni e padrini che siedono a Washington hanno iniziato un’aggressione alla Repubblica Islamica dell’Iran che ha la stessa conseguenza di una tanica di benzina versata su un incendio. L’incendio non è figurato: il genocidio in Palestina non è mai finito e la Terza guerra mondiale è in corso. Il governo mente, afferma che l’Italia rimarrà fuori dalla guerra, mente come quando dice che l’Italia non è complice di Israele e non lo sostiene. Ma l’economia di guerra dilaga.
E la benzina? Il prezzo aumenta e il governo, che aveva promesso il taglio delle accise, mente ancora.
Sulla ex Ilva e su tutto ciò che resta dell’apparato produttivo il governo mente. Sulle pensioni ha mentito.
Anche sul referendum sulla giustizia ha mentito: ha spacciato il SÌ come la strada per svincolare la politica dal controllo persecutorio della magistratura (e viceversa, svincolare la magistratura dal controllo della politica), ma il governo usa, eccome, la magistratura per perseguitare chi è sceso in piazza a settembre e ottobre.
E poi decreti sicurezza, divieti, repressione, terrorismo mediatico.
Sono passati solo sei mesi, ma i motivi per rompere gli argini si sono moltiplicati. Esattamente come l’esigenza e la spinta a esondare.
Ogni settimana ci sono decine di piccole e grandi mobilitazioni. Nuove flotille si sono messe in viaggio (vedi Cuba) e altre per Gaza si stanno armando.
Se nelle piazze, nei porti, nelle stazioni, nelle autostrade, nelle tangenziali, al grido di “blocchiamo tutto”, la parte organizzata delle masse popolari impone la cacciata del governo Meloni, il governo Meloni cade subito.
Se impone che nessun governo di qualche funzionario del capitale venga installato al posto del governo Meloni, Mattarella può cercare tutti i conigli che vuole nel suo cilindro, ma il governo tecnico non si farà perché il paese è ingovernabile. Cioè le autorità e le istituzioni del potere costituito hanno meno autorevolezza e meno controllo delle assemblee popolari.
A quel punto la strada sarebbe segnata: elezioni anticipate. Ma se nelle piazze, nei porti, nelle stazioni, nelle autostrade, nelle tangenziali, al grido di “blocchiamo tutto”, la parte organizzata delle masse popolari indica i nomi di chi deve comporre il nuovo governo – elezioni o non elezioni, maggioranza parlamentare o non maggioranza parlamentare – quel governo verrà composto, costituito e imposto.
È fantapolitica. Perché con i se e i ma non si risolve nulla. Ma è fantapolitica solo finché non iniziamo a farlo. Finché questo obiettivo non diventa lo sbocco dichiarato e perseguito dalla parte più determinata e decisa del movimento comunista e rivoluzionario e delle altre forze politiche, sindacali e sociali che sono contro le Larghe Intese.
Tutti quelli che si stanno chiedendo quale potrebbe essere l’alternativa al governo Meloni è bene che inizino a confrontarsi, tutti insieme, sui nomi dei ministri del governo di emergenza popolare che dobbiamo – e soprattutto possiamo – conquistare.
Poi, dopo, penseremo anche alle elezioni. Saranno utili a dare una maggioranza parlamentare al governo che viene dal “blocchiamo tutto” e ha il mandato popolare di attuare le parti progressiste della Costituzione.
La maggioranza che conta e conterà è nelle aziende, nelle scuole, nei movimenti, nelle piazze. Questo è il regime change necessario e possibile in Italia.






