Il 28 marzo, a Roma, 100 mila persone hanno risposto all’appello della rete No Kings e sono scese in piazza. È stata la prima manifestazione dopo la vittoria del NO al referendum e pertanto è diventata, più di quanto non fosse già, una manifestazione contro il governo Meloni e ciò che esso incarna e rappresenta; una manifestazione per cacciare il governo Meloni.
Su questa manifestazione sono state scritte e dette già molte cose. Altre restano da dire e alcune è utile ripeterle.
Bandiere della Repubblica Islamica dell’Iran
Ne sono state esposte molte lungo tutto il corteo, come è giusto che fosse, accanto a quelle della Palestina, del Venezuela, di Cuba e di Hezbollah. Notizia apparentemente di piccolo calibro, ma il suo valore politico è invece grande: è un salto in avanti delle posizioni antimperialiste e un salto indietro della retorica dell’“equidistanza” promossa da una certa sinistra borghese. Conta davvero poco che in quella piazza, anche fra i promotori, ci fossero i sostenitori della narrazione imperialista sul “regime degli ayatollah”, coloro che hanno scambiato le rivolte organizzate dal Mossad per “legittime manifestazioni per la democrazia in Iran”.
Conta il fatto che fra le masse popolari si fa strada la consapevolezza di quali sono i nemici principali dell’umanità, di quali sono i reali promotori della Terza guerra mondiale.
Assenza dei pezzi da novanta del campo largo
Ben lontana dall’essere “una piazza facilmente strumentalizzabile dal campo largo a fini elettorali”, la manifestazione è stata invece una spina nel suo fianco. Schlein e Conte si sono ben guardati dal presentarsi in piazza. È probabile che l’assenza sia stata calcolata per mandare un messaggio di “responsabilità e affidabilità” ai piani alti della Repubblica Pontificia, ma è stata senza dubbio, e soprattutto, anche manifestazione delle gravi difficoltà ad avere a che fare con le masse popolari, quando non sono accuratamente selezionate all’ingresso…
Non ci sono stati scontri
E forse questo spiega, almeno in parte, il sospiro di sollievo tirato a sera da Piantedosi: nessuno ha chiesto le sue dimissioni. Una battaglia di piazza è quello che il governo Meloni non sarebbe riuscito ad affrontare con la stessa sicumera che ha ostentato dopo la manifestazione del 31 gennaio a Torino.
Nessuno scontro e nessuna tensione, ma questo non ha impedito ai giornalacci di destra di sfoggiare un po’ del loro proverbiale e strumentale vittimismo: si sono scagliati contro una ghigliottina di cartone e qualche cartello.
Non ci sono conclusioni
Nel senso che la manifestazione non è stata né un punto di partenza né un punto di arrivo. È stata uno snodo. Di un processo che va dispiegandosi e rispetto a cui tutti i tentativi di depistaggio, sabotaggio e imbrigliamento sono destinati a fallire. Perché da questa piazza, anche da questa piazza, quello che è emerge è la voglia di protagonismo, la spinta, la necessità di cambiamento. Tutte cose che per loro stessa natura hanno linee di sviluppo tortuose, niente affatto lineari. Ad esempio, per esprimere l’esigenza di un governo che attui la Costituzione in questo specifico caso si è passati da una parola d’ordine apparentemente bizzarra: “No kings”. Nella Costituzione la parola “re” non è nemmeno menzionata, come non è paventato il rischio del ritorno alla monarchia. Ma per chi non mette la testa sotto la sabbia il messaggio è chiaro lo stesso. “La sovranità appartiene al popolo” è un messaggio chiaro per tutti quelli che vogliono intenderlo e anche per chi non vuole farlo.






