Fin dall’Unità la borghesia italiana, a causa della particolare storia del nostro paese (presenza del Papa, ruolo del Vaticano, mancata rivoluzione borghese) è stata caratterizzata da alcuni tratti peculiari: provincialismo, parassitismo, vocazione alla reazione e ambizione da grande potenza (senza però averne i mezzi). Il fascismo rappresentò il culmine di questa tendenza.
La Resistenza, a sua volta, rappresentò l’apice di quasi un secolo di lotte della classe operaia e delle masse popolari italiane, la sintesi della lotta di classe che ha caratterizzato l’Italia in tutto il periodo successivo all’Unità.
La Resistenza fu il punto più alto raggiunto dalla classe operaia italiana nella sua lotta per il potere.
Non fu solo una guerra di liberazione. Fu anche lotta contro gli agrari, che avevano ridotto i contadini alla miseria più nera; contro gli industriali, che avevano sfruttato gli operai fino all’osso e puntavano a ridurli a “scimmie ammaestrate” (per usare le parole di Ford); contro la borghesia tutta, che aveva voluto il fascismo per spezzare il movimento operaio e popolare dopo il Biennio Rosso e che ora aveva venduto il paese ai nazisti. Fu lotta contro lo Stato della borghesia, che fin dall’Unità fu strumento per reprimere nel sangue ogni ribellione popolare, per opprimere altri popoli con l’espansione coloniale, per mandare al massacro le masse popolari nelle guerre volute dalla classe dominante.
I partigiani lottarono per ribaltare tutto questo. Per un’Italia fondata sul lavoro, non sul profitto. Per la democrazia nelle fabbriche e nel paese. Per la redistribuzione delle terre ai contadini, per l’indipendenza nazionale, per la sovranità popolare. Per un paese in cui il diritto al lavoro, alla casa, alla salute, all’istruzione, a una vita dignitosa fossero garantiti per tutti. Per uno Stato che ripudiasse la guerra, il colonialismo, l’oppressione delle minoranze, che lavorasse per la pace e la solidarietà internazionale dei popoli.
Tutte cose che, allora come oggi, possono realizzarsi solo avanzando sulla strada del socialismo. Proprio per questo il Pci fu la forza fondamentale della lotta al fascismo e della Resistenza, alla testa del movimento operaio e popolare. Ma, dopo la Liberazione, il Pci non seppe elaborare una linea rivoluzionaria nella nuova situazione. Anche la sua componente più rivoluzionaria si limitò di fatto a criticare l’attendismo del Partito, che finì così in mano alla parte riformista, con in testa Togliatti. Ciò lasciò campo libero alla borghesia per riprendere in mano il paese e trasformarlo nell’opposto di quello per cui avevano lottato i partigiani.
Dalla Resistenza alla Repubblica Pontificia
La borghesia italiana dopo la caduta del fascismo è allo sbando e cerca protezione sotto l’ala degli imperialisti Usa contro cui fino a ieri era in guerra, con il Re e il Governo che scappano nella Brindisi occupata dagli Alleati. Gli imperialisti Usa, a loro volta, stringono contatti con le organizzazioni mafiose e con il Vaticano per riuscire a governare il paese e in funzione anticomunista. Già durante la guerra cercano, infatti, di limitare e contrastare le componenti comuniste del movimento partigiano, che pure sono le più decise, efficaci, combattive e intraprendenti.
Alla fine della guerra la priorità per la classe dominante diventa smantellare il movimento della Resistenza e tutte le sue istituzioni, cioè la rete del Nuovo Potere popolare formatasi nel corso della guerra di Liberazione. Come detto, il Pci non sa opporre a questo progetto una linea rivoluzionaria, capace di far valere tutta la forza del movimento popolare e comunista per difendere e sviluppare il Nuovo Potere: la borghesia passa quindi al contrattacco.
Il 15 giugno 1945 le formazioni partigiane del Corpo Volontari della Libertà (Cvl) vengono disarmate e sciolte.
Nel novembre, su impulso degli imperialisti Usa, i ministri liberali e democristiani si dimettono dal governo Parri, primo governo dell’Italia liberata ed espressione del Comitato di Liberazione Nazionale (Cln). Parri tenta di resistere e denuncia la manovra come un colpo di Stato (golpe bianco), ma alla fine è costretto a cedere.
A dicembre si insedia il nuovo governo con presidente Alcide De Gasperi, capo della Democrazia Cristiana (Dc), individuato dai servizi segreti americani come leader affidabile per garantire la sottomissione dell’Italia agli interessi degli imperialisti Usa e il suo posizionamento nel campo anticomunista.
Tra il giugno e l’agosto dell’anno successivo il Cln viene esautorato dei propri poteri e con esso i Comitati di Liberazione territoriali e di fabbrica, che verranno liquidati definitivamente nel 1947. In quello stesso anno vengono svuotate di potere anche le Commissioni Interne, organi di rappresentanza unitaria dei lavoratori, e i Consigli di gestione, organismi paritetici (metà rappresentanti dei lavoratori, metà della proprietà) con poteri consultivi e deliberanti sulla gestione dell’impresa.
Il 1° Maggio del 1947, con la strage di Portella della Ginestra, iniziano gli eccidi di lavoratori che caratterizzeranno gli anni seguenti. La strage, compiuta dalla banda del bandito Giuliano e finanziata in funzione antipopolare dai servizi segreti americani, inaugura una strategia di lungo corso degli imperialisti Usa: la costruzione di una rete clandestina di gruppi armati e terroristici in funzione anticomunista, che culminerà nell’organizzazione della rete denominata Gladio.
Gladio comincia a essere costruita proprio nel 1947, dietro impulso dei servizi segreti Usa e sotto la supervisione del Ministro degli interni della Dc Mario Scelba. Questo inizia la sistematica epurazione dei partigiani, diventati componente principale delle forze di polizia dopo la smobilitazione del Cvl, mentre reintegra i fascisti, rimessi in libertà con l’amnistia del giugno del 1946 firmata da Togliatti. E così, poco dopo la fine della Resistenza, l’Italia è nuovamente piena di sbirri, prefetti, giudici fascisti e organizzazioni fasciste clandestine e pubbliche (il Msi viene fondato già nel novembre del 1946, in una riunione di veterani della Repubblica di Salò).
Washington interviene poi anche per altre vie.
Una è il ricatto: gli Usa promettono ingenti fondi per la ricostruzione del paese distrutto dalla guerra (Piano Marshall), ma solo se il governo sarà “affidabile e moderato”, cioè anticomunista.
Un’altra è la manipolazione della campagna elettorale. Già nelle elezioni del 1948 la Cia interviene in modo massiccio: finanzia direttamente la Democrazia Cristiana con milioni di dollari e organizza imponenti campagne di propaganda anticomunista. Nel complesso, come documentato dall’archivio della National Security, gli Stati Uniti incanalano in Italia una media di 5 milioni di dollari all’anno, dalla fine degli anni Quaranta ai primi anni Sessanta, per condizionare la politica italiana.
Per un governo che applichi la Costituzione
La Costituzione fu il compromesso raggiunto tra i due sistemi di potere che si scontravano nel paese: da un lato quello della classe operaia e delle masse popolari organizzate attorno al Pci, dall’altro quello degli imperialisti Usa, del Vaticano e delle organizzazioni criminali.
Il contenuto del compromesso fu una Costituzione che da una parte garantiva il mantenimento dell’ordinamento sociale borghese e dall’altra definiva una serie di diritti (al lavoro, all’istruzione, alla salute, ecc.) che la classe dominante si impegnava, in un indefinito futuro, a riconoscere alle masse popolari del nostro paese.
L’Italia, tuttavia, fu privata della sovranità popolare ancora prima che la Costituzione entrasse in vigore e trasformata in quella che chiamiamo Repubblica Pontificia: un protettorato degli imperialisti Usa sotto la supervisione del Vaticano. Un sistema politico che non si fonda sui principi e valori della Resistenza, ma sulla difesa del potere borghese, sul ruolo centrale del Vaticano e delle mafie, sulla riabilitazione dei peggiori fascisti, sull’asservimento e la sottomissione agli imperialisti Usa. Nasce e si perpetua con le stragi dei lavoratori, attraverso operazioni terroristiche, con la costruzione e il mantenimento di reti segrete ed eversive in funzione anticomunista e antipopolare.
Le eroiche lotte degli anni Sessanta e Settanta sono riuscite a strappare importanti conquiste – che in ogni caso la borghesia ha cominciato a smantellare non appena ne ha avuto la forza – ma non il quadro di fondo. L’esito è quello che viviamo oggi: un paese dove i lavoratori sono schiacciati e i parassiti fanno la bella vita, dove i nostalgici del Ventennio sono al governo e propongono di designare come terroristi gli antifascisti; un paese prostituito agli imperialisti Usa e sionisti, complice di quelli che hanno assunto oggi il ruolo che fu dei nazisti, promuovendo in tutto il mondo la Terza guerra mondiale.
Non è per questo che hanno lottato i partigiani! Riprendiamo in mano il loro testimone, riprendiamo il cammino della Resistenza! E questa volta per andare fino in fondo.
Iniziamo da subito a mobilitarci in ogni ambito per far valere e attuare dal basso i principi e i diritti che sancisce la Costituzione: il lavoro, la salute, l’istruzione; le libertà sindacali, politiche, la sovranità popolare; il ripudio della guerra, il principio di solidarietà, la preminenza dell’utilità sociale sulla proprietà privata. Anche mettendo in campo azioni e pratiche che violano le leggi che sono contro questi diritti e principi. Fino a rendere il paese ingovernabile alle Larghe Intese, fino a imporre un governo che applichi finalmente la parte progressista Costituzione nata dalla Resistenza.






