Un’obbligatoria premessa che introduce tutti gli articoli di questo numero di Resistenza.
La situazione è fluida. Tutto può cambiare repentinamente. L’ordine della borghesia imperialista sta velocemente precipitando. Il sistema politico dei vertici della Repubblica Pontificia scricchiola e il governo Meloni vacilla.
Può succedere di tutto e concentrarsi su un unico aspetto comporta il rischio di perdere di vista la situazione generale e la bussola.
Conosciamo bene le insidie della fluidità.
Il 27 febbraio è stato chiuso il numero 3/2026 di Resistenza e il 28 l’amministrazione Trump e i terroristi d’Israele hanno aggredito la Repubblica Islamica dell’Iran mentre erano in corso “i colloqui sul nucleare”.
Abbiamo sottovalutato il grado di criminalità e banditismo dei gruppi imperialisti e non è consolatoria la considerazione che a qualcuno, al Ministro della difesa e del traffico di armi Crosetto, sia andata peggio: bloccato negli Emirati Arabi Uniti con le mani nella marmellata.
La situazione internazionale, dall’Iran alla Palestina, da Cuba al Venezuela, e quella nazionale, l’esito del referendum e il maremoto che ha travolto il governo Meloni, inducono a soffermarsi sulla miriade di aspetti particolari che fanno scorgere il capolinea dell’ordine capitalista, sprofondato nella sua crisi generale e sconvolto dalla Terza guerra mondiale che si espande. Alcuni di questi argomenti sono trattati in appositi articoli.
In questo articolo vogliamo fornire una visione politica d’insieme che poggia sugli aspetti salienti della situazione, vogliamo far emergere le possibilità e le opportunità, l’obiettivo a portata di mano. A un palmo di mano.
Ci concentriamo sul nostro paese perché rompere l’anello italiano della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti è l’unico modo serio e concreto per alimentare l’onda che la sta travolgendo.
Non vogliamo veicolare l’idea che sostituire il governo Meloni con un governo di emergenza popolare sia semplice, non vogliamo affatto banalizzare le difficoltà, gli ostacoli, la resistenza irriducibile e le manovre che la classe dominante oppone e opporrà. Non è semplice, ma è possibile. E se è possibile, allora diventa responsabilità di tutti i comunisti, di tutti i rivoluzionari, di tutti i lavoratori e le lavoratrici di avanguardia.
Alcuni fatti certi
Il governo Meloni è al capolinea. Esistono remote possibilità che sopravviva alla batosta del NO al referendum, ma se pure sopravvivesse sarebbe zoppo e costretto all’angolo.
Ci sono invece solide possibilità che non superi la tempesta perfetta: la vittoria del NO al referendum sulla giustizia, unita al marasma sul piano internazionale, ha acuito la resa dei conti fra i partiti di maggioranza e anche fra le correnti dei vertici della Repubblica Pontificia che manovrano per una soluzione di ricambio (cambiare qualcosa per non cambiare nulla). Banalmente, la benzina sopra i due euro al litro o il prolungamento delle difficoltà nell’approvvigionamento di gas sarebbero l’equivalente di una ghigliottina per il governo del taglio delle accise.
Il campo largo è allo sbando. Nessuno si lasci abbindolare dai proclami di vittoria post referendum e dai buoni propositi che scappano di bocca a Elly Schlein, Giuseppe Conte e soci.
Il NO al referendum ha travolto pure loro, prima di tutto con la dimostrazione aritmetica che quando le masse popolari non sono costrette a scegliere fra il peggio e il meno peggio (entrambi attuano lo stesso programma che per comodità chiamiamo “agenda Draghi”) le masse popolari a votare ci vanno e rivendicano il loro protagonismo anche in campo elettorale.
Il problema sono loro, i partiti del campo largo. E, fra di essi, il problema principale è il Pd, quel partito che ha tradito sistematicamente i lavoratori e le masse popolari e che le masse popolari schifano. Al punto che nell’equazione “peggio e meno peggio”, per milioni di proletari il peggio è oggi incarnato dal Pd.
Per come è stato concepito, per la funzione che deve svolgere, per l’impalcatura che lo sorregge e per gli inguardabili personaggi che lo popolano, il campo largo è un morto che parla. E no, non offre preziose previsioni dall’aldilà, ma spaccia qui, nel mondo terreno, la politica guerrafondaia per pacifismo e l’agenda Draghi per rinnovamento.
C’è una consistente parte di masse popolari che si sta sollevando. Lo ha fatto nelle piazze, con le mobilitazioni di settembre e ottobre scorsi e con quelle dei mesi successivi, e lo ha fatto anche nelle urne referendarie.
Lo fa quotidianamente, non solo attraverso manifestazioni, cortei, presidi e blocchi, ma soprattutto organizzandosi nei luoghi di lavoro e nelle scuole, nei quartieri delle metropoli e nei paesi di provincia, lo fa costruendo coordinamenti e reti sociali. Lo fa procedendo ancora in ordine sparso, fronteggiando in ordine sparso la repressione e con enormi difficoltà a superare le posizioni e le concezioni che ostacolano l’individuazione di uno sbocco politico comune.
In ordine sparso e fra mille difficoltà, ma si solleva e cova il contrattacco dopo decenni di resistenza.
Con la sua attività, con tutte le attività che qualificano la sua sollevazione, la parte già organizzata, attiva e mobilitata delle masse popolari aggrega a sé altri settori delle masse popolari (meno attivi e meno mobilitati) e attira a sé anche gli elementi più sensibili, democratici e progressisti della società civile: esponenti politici, amministratori locali, sindacalisti non corrotti e non venduti alla concertazione, professori ed esperti, magistrati… e persino esponenti delle autorità borghesi e delle forze armate che, per svariati motivi si oppongono a ulteriori strette reazionarie.
Condizioni e condotta
In una situazione fluida e in rapida evoluzione tutte le spinte disgreganti che coinvolgono la classe dominante (e il suo ordine, il suo sistema politico, la sua società) sono accelerate. Ma accelerano anche tutte le spinte che coinvolgono e riguardano il campo delle masse popolari, il campo rivoluzionario e il campo del movimento comunista cosciente e organizzato.
In una situazione fluida e in rapida evoluzione il ruolo del movimento comunista cosciente e organizzato e del movimento rivoluzionario è determinante, poiché come è vero che la parte organizzata e mobilitata delle masse popolari è il cuore e le gambe del cambiamento, il movimento comunista e il resto del movimento rivoluzionario ne sono la testa.
Definire ciò che è possibile e dare i mezzi ideologici e politici per realizzarlo è lo specifico compito del movimento comunista e rivoluzionario, così come è sua la responsabilità di costruire le condizioni per realizzarlo.
A determinate condizioni, infatti, quello che in una situazione fluida e in rapida evoluzione decide tutto, la direzione del corso delle cose, il prevalere della criminale ed eversiva decadenza dell’attuale classe dominante o il prevalere di una nuova governabilità, è la volontà della parte già organizzata e mobilitata delle masse popolari.
La volontà e l’organizzazione, la volontà e la mobilitazione. La volontà di prendere in mano il paese e la società per dirigerli in modo conforme ai propri interessi, anziché negli interessi esclusivi dell’attuale classe dominante.
Una di quelle determinate condizioni è che il movimento comunista e rivoluzionario riesca a mobilitare la parte organizzata delle masse popolari in modo che abbia sempre e in ogni condizione l’iniziativa politica nelle sue mani. Ci sono ovviamente delle eccezioni (rare), ma in linea generale ogni temporeggiamento è un regalo al nemico che può riorganizzarsi dopo una batosta (vedi il NO al referendum), può prendere contromisure, può far valere la sua superiorità in termini di forza immediata da dispiegare (detiene il monopolio della violenza, della legalità e della giustizia).
Un’altra condizione è che il movimento comunista e rivoluzionario sia capace di vedere la realtà e spiegarla per ciò che è: mostrare le debolezze del nemico senza sottovalutarlo, ma senza ingigantirne la forza; affrontare le difficoltà delle masse popolari organizzate senza disfattismo; imparare a progettare iniziative, operazioni e campagne basate sui reali rapporti di forza, imparare degli errori, mirare in alto senza accontentarsi dei risultati transitori.
È un ragionamento da “ottica di guerra”, perché in effetti è una guerra. Una guerra di posizione.
Una terza condizione è che il movimento comunista e rivoluzionario sia animato da una sana propensione alla battaglia dialettica, dalla disponibilità al dibattito, alla critica, all’autocritica. Che cento scuole (politiche) gareggino, ma le idee sbagliate devono essere contrastate, le concezioni retrive devono essere estirpate, chi incarna posizioni arretrate deve essere, se possibile, conquistato.
Siamo letteralmente in tempi di guerra – non in senso figurato, la Terza guerra mondiale dilaga – e ogni spirito di concorrenza, ogni “cura degli orticelli”, ogni politicantismo sono ostacoli allo sviluppo della lotta di classe e della lotta per il potere.
Scenari possibili
Se il governo Meloni sopravvive ai regolamenti di conti e alle acuite contraddizioni di cui sopra, la strada è una.
Non gridare “dimissioni” nelle piazze e prepararsi alle elezioni del 2027 per “regolare i conti”, ma assediarlo, rendere ingovernabile il paese, come a settembre e ottobre, finché non crolla, costringerlo a scappare. E continuare con la mobilitazione finché il Presidente della Repubblica non conferisce il mandato di formare un nuovo governo a un novero di persone (esponenti della società civile di cui sopra) indicato dalla parte più avanzata e organizzata delle masse popolari.
Se il governo Meloni non sopravvive e il Presidente della Repubblica prova ad assegnare l’incarico di formare un nuovo governo a un qualche tecnico (il campo largo, Pd in testa, ci si butterebbe a pesce), la strada è una: rendere il paese ingovernabile finché il Presidente della Repubblica non conferisce il mandato di formare un nuovo governo composto da persone indicate dalla parte avanzata, organizzata e mobilitata delle masse popolari.
Se vengono indette elezioni anticipate, la strada è ancora una.
Non disperdere energie nella concorrenza elettorale, ma alimentare la convergenza di tutti i partiti e le liste alternative e antagoniste tanto al polo Meloni/Salvini/famiglia Berlusconi quanto al polo Pd per fare della campagna elettorale un elemento di ingovernabilità del paese dal basso.
Cavalcare la tempesta perfetta
Il capolinea delle Larghe Intese corrisponde al potenziale inizio di un nuovo corso per il nostro paese.
Per il ruolo che ha il nostro paese sul piano internazionale questo nuovo corso è destinato a innescare un effetto domino. La nave affonda tanto più velocemente quanta più acqua imbarca dalla falla principale.
Togliere il sostegno dell’Italia, retroterra di mille traffici e operazioni della Terza guerra mondiale, agli imperialisti Usa, ai sionisti d’Israele e ai banchieri della Ue e assicurarlo invece al popolo palestinese, venezuelano, iraniano, cubano sarebbe una falla enorme per la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti.
Togliere il sostegno del governo italiano (leggi, legalità, monopolio della violenza) ai padroni e agli speculatori e darlo ai lavoratori e alle masse popolari sarebbe un sollievo di fronte agli effetti devastanti della crisi.
Bene, la tempesta è in corso. O la si cavalca o ci travolge. O il movimento comunista e rivoluzionario si assume la responsabilità di cavalcarla oppure si assume quella di aver “aspettato e sperato” che arrivasse qualcuno a salvare le masse popolari. Per grazia divina o per il buon cuore dei capitalisti. Due cose che non esistono e pertanto non sono possibili. Due cose molto meno concrete che imporre un governo di emergenza popolare contando sulla forza delle masse popolari organizzate. Sulla forza che già esprimono e quella che saranno capaci di esprimere iniziando a ragionare, ad agire da nuova classe dirigente del paese.






