Un bilancio delle mobilitazioni di maggio
Sosteniamo tutte le iniziative che vanno nel senso di alimentare e sviluppare la lotta di classe e l’organizzazione dei lavoratori e delle masse popolari.
Compagni e compagne del P.Carc sono iscritti a diversi sindacati, anche a Usb, anche a Cub, Cgil, ecc.
Siamo stati in tutte le piazze, manifestazioni, assemblee che si sono svolte a maggio – nella misura consentita dalle nostre forze – abbiamo sostenuto lo sciopero generale del 18 maggio e la manifestazione nazionale del 23 maggio promossi dall’Usb a Roma e anche lo sciopero generale del 29 maggio.
Abbiamo visto e toccato con mano i risultati DELETERI di concezioni e linee opportuniste e disfattiste che alimentano lo spirito di concorrenza fra organizzazioni politiche e sindacali anziché mettere al centro le esigenze della lotta di classe, a partire dall’unità di azione contro il governo e i padroni.
Non è una novità. “È sempre stato così” dice qualcuno. Vero. Ma non deve più essere così e ogni volta che “è così” bisogna assumersi la responsabilità di rompere la narrazione tossica secondo la quale sono i lavoratori e le masse popolari che sono arretrati, non si mobilitano, non lottano…
***
Nel mese di maggio appena trascorso si sono accumulati molteplici episodi molto istruttivi per tutti coloro che hanno a cuore lo sviluppo della lotta di classe e ragionano dello sviluppo del movimento rivoluzionario in Italia.
Episodi che sono, allo stesso tempo, sia il risultato della rottura politica che non c’è stata quando, nell’autunno scorso, il movimento popolare era nella sua fase dispiegata ed “esplosiva”, sia il risultato pratico di concezioni, idee e condotte deleterie che si trascinano da anni e hanno guidato – e tuttora guidano – le principali organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese del nostro paese.
Se in circa otto mesi si è passati dalla partecipazione di milioni di persone alle battaglie di strada per occupare le stazioni, i porti e le autostrade (blocchiamo tutto) ai sit-in con pochi partecipanti inginocchiati a terra “per denunciare la brutalità di Israele”, se si è passati dal pretendere la sospensione di tutte le relazioni fra Italia e Israele all’apprezzamento per le parole di circostanza con cui Giorgia Meloni e Sergio Mattarella hanno “condannato la condotta” di Ben Gvir, allora significa che in questi otto mesi sono successe cose che hanno mortificato il movimento e i lavoratori e le masse popolari che ne erano stati i protagonisti.
Siamo abituati al fatto che i vertici delle organizzazioni politiche e sindacali nascondano le proprie responsabilità e addossino “la colpa” sulle masse popolari che non sono combattive o che sono egoiste, “se ne fottono della Palestina e della guerra”. Questo atteggiamento deleterio è parte del problema suddetto. È uno dei motivi della mortificazione suddetta. È un atteggiamento che deve essere bandito.
Un autunno caldo e lungo
Lo scorso autunno il movimento popolare in solidarietà al popolo palestinese e l’equipaggio di terra della Global Sumud Flotilla (GSF) avevano fatto vacillare il governo Meloni rendendo ingovernabile il paese.
La partecipazione e il protagonismo di milioni di persone avevano innescato dinamiche “inusuali” e positive:
– rottura su ampia scala delle liturgie della lotta politica imposte dalla classe dominante (“cortei selvaggi” anziché passeggiate rituali),
– rottura su ampia scala del legalitarismo (“blocchiamo tutto”, anziché rivendicazioni pure e semplici alle istituzioni),
– convergenza delle organizzazioni sindacali su iniziative di sciopero e mobilitazione.
In quel contesto di assemblee permanenti, occupazione di piazze, blocco di stazioni, porti e autostrade che dilagavano in ogni angolo del paese lo sciopero unitario del 3 ottobre (sindacati di base e Cgil) e la manifestazione nazionale a Roma del giorno successivo avevano rappresentato il picco del movimento. Movimento che avrebbe potuto svilupparsi SOLO in ragione e in funzione di uno sbocco politico immediatamente chiaro e praticabile, solo in funzione di una rottura politica.
Ma, anziché assumersi la responsabilità di indicare la rottura che avrebbe dato slancio al movimento (“bloccare tutto fino a cacciare il governo Meloni e sostituirlo con un governo di emergenza popolare”), la testa di quelle organizzazioni politiche e sindacali che pure avevano avuto un ruolo positivo hanno iniziato a nascondersi dietro discorsi opportunistici, irresponsabili e assolutamente campati per aria: “il movimento è rifluito” (sic!), “le masse non sono più disposte a mobilitarsi”, “ai lavoratori non interessano più la Palestina e la guerra”, ecc.
La paura per gli sviluppi dell’incendio che stava divampando ha trasformato in poche ore gli incendiari in pompieri.
Il nodo politico di quella fase – che è durata mesi e per certi versi è ancora in corso – è riassumibile nella lotta fra l’imboccare la strada della mobilitazione per rendere ingovernabile il paese fino a cacciare il governo Meloni e imporre un governo che attui la Costituzione oppure incanalare la mobilitazione nel solco della politica d’opinione, nei rituali elettorali (elettoralismo) e nella moltiplicazione delle mobilitazioni rivendicative sperando di influenzare il governo Meloni (economicismo).
È del tutto vero che rendere ingovernabile il paese fino a cacciare il governo Meloni avrebbe creato una situazione inedita con cui tutte le componenti del movimento popolare, operaio, comunista, antimperialista avrebbero dovuto fare i conti, cercando il modo per imprimere una ulteriore spinta in avanti, per coordinare a un livello superiore l’azione delle organizzazioni operaie e popolari.
È del tutto vero, del resto, che perseguire la strada di incanalare la mobilitazione nel solco della politica d’opinione, nei rituali elettorali e nella moltiplicazione delle mobilitazioni rivendicative, sperando di influenzare il governo Meloni, ha aperto le porte a un oggettivo arretramemento del movimento popolare. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: le urne sono vuote (è indicativo l’esito delle elezioni amministrative del 24 e 25 maggio, articolo a pag. 6) e le piazze sono andate svuotandosi (basta guardare a quelle dei due scioperi generali del 18 e 29 maggio).
È molto importante sottolineare che quella fase è davvero durata mesi.
Se guardiamo al corteo nazionale del 4 ottobre a Roma come al picco della mobilitazione, allora vedremo che l’attivismo costante, continuativo, combattivo è durato almeno fino al referendum sulla giustizia di fine marzo e alla cacciata dei sionisti e dei guerrafondai dalle piazze del 25 Aprile.
Lunghe settimane, mesi, in cui i dirigenti dei sindacati di base e le organizzazioni politiche di riferimento hanno letteralmente INTOSSICATO il dibattito politico attorno al fatto che “il movimento è rifluito”, oltre a non assumersi il compito di far fronte in modo efficace alla repressione che il governo ha scatenato dopo le mobilitazioni dell’autunno e che è ancora in corso con decine di inchieste, arresti e multe.
Apprendisti stregoni
Per otto mesi i vertici dell’Usb e di Potere al Popolo hanno insistito in ogni occasione pubblica nel rivendicare un loro ruolo esclusivo nelle mobilitazioni dello scorso autunno.
Per quanto si possa, si debba e si voglia essere critici con quell’area politica, è indubbio che Usb e Potere al Popolo (in particolare Usb) hanno avuto un ruolo determinante nel dare alla spinta delle masse uno sbocco pratico e organizzativo sul piano della mobilitazione: la “miccia” delle mobilitazioni dello scorso autunno è stato lo sciopero del 22 settembre proclamato da Usb.
Uno sciopero che ha esondato, a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di persone che non erano iscritte a Usb, un’iniziativa che ha costretto la Cgil a rimediare al maldestro tentativo di boicottare lo sciopero del 22 settembre con la proclamazione di un imbarazzante sciopero il 19 settembre, un’iniziativa che ha impresso un’accelerazione improvvisa allo sviluppo di tutto il movimento popolare e lo ha ampliato.
Il problema non è il fastidio suscitato dalla costante rivendicazione di Usb e Potere al Popolo di essere stati i primi e gli unici promotori di quel movimento – una condotta che ha alimentato ed esasperato lo spirito di concorrenza anziché l’unità di azione e lo sviluppo della mobilitazione – ma che la gestione di questo “supposto primato” oltre a essere fastidiosa poggia pure su una ricostruzione falsa e fallace. E porta fuori strada sia i compagni e le compagne di Usb e Potere al Popolo, sia i loro “detrattori e concorrenti”, a partire dagli altri sindacati di base e aree politiche di riferimento (vedi in particolare, ma non solo, il Si Cobas).
I compagni e le compagne di Usb e Potere al Popolo NON hanno fatto un bilancio delle mobilitazioni dello scorso autunno. Non hanno cercato di capire cosa, come e perché ha acceso la scintilla che ha “incendiato la prateria”. I loro detrattori e concorrenti si sono accodati.
La questione si è resa particolarmente evidente rispetto allo sciopero generale unitario del 3 ottobre (sindacati di base e Cgil). Quello sciopero è stato possibile in quelle modalità SOLO perché i lavoratori lo hanno voluto, scavalcando le dirigenze di TUTTE le organizzazioni sindacali che avrebbero preferito non farlo.
Non a caso, fin dal giorno dopo, accanto al requiem per il movimento, i dirigenti di Usb – citiamo qui Guido Lutrario che lo ha ripetuto più volte – lo indicavano come un errore di percorso da evitare accuratamente in futuro!
Questo è l’esempio della sistematica condotta che ha alimentato lo sciocco e irresponsabile spirito di concorrenza, il settarismo “immorale”, che ha portato alla tragicomica convocazione di due scioperi generali nel mese di maggio, proclamati – dichiaratamente – uno in concorrenza con l’altro. Uno per riaffermare una supposta “egemonia” sul movimento popolare, l’altro per contrastare la supposta egemonia dei concorrenti. Sì, è una storia di supposte, non è lotta di classe.
La questione è che NESSUNO di coloro che pretende di rappresentare la parte avanzata e combattiva dei lavoratori si è comportato da dirigente rivoluzionario. Tutti si sono comportati da apprendisti stregoni: e, “speriamo che dio ce la mandi buona”, hanno provato a ripetere e scopiazzare percorsi del passato – quelli dello scorso autunno – senza capire cosa aveva prodotto quella mobilitazione, senza considerare che nei sette mesi successivi hanno vestito il ruolo dei pompieri e dei conciliatori.
Apprendisti rivoluzionari (fare il bilancio)
Lo scorso autunno l’appello a mobilitarsi e a bloccare tutto non è arrivato da un’organizzazione sindacale, ma da un gruppo di lavoratori, i portuali del Calp di Genova. È inutile che qualcuno cerchi di mestare nel torbido dicendo che “il Calp è l’Usb”: sarebbe un insulto all’intelligenza delle persone.
Più che insultare l’intelligenza delle persone (e la propria) è bene ragionare sul fatto che a maggio nessun gruppo autorevole, rispettato, ammirato e combattivo di lavoratori ha lanciato l’appello chiaro e tondo a scioperare e a scendere in strada per bloccare tutto.
I lavoratori sono stati utilizzati né più né meno come massa di manovra per far riuscire questo o quello sciopero a discapito dell’altro. E i lavoratori (e le masse popolari) hanno mandato a quel paese sia questo che quello sciopero, sia questa che quella organizzazione sindacale, le manifestazioni e i presidi “in ginocchio”.
Lo scorso autunno gli scioperi e le manifestazioni sono stati fatti aggirando o violando divieti e limiti. A maggio la paura di incorrere in multe, sanzioni e denunce ha paralizzato i dirigenti dei sindacati di base.
La paura si diffonde fra le masse esattamente come il coraggio. Chi dimostra coraggio infonde coraggio e diventa un punto di riferimento autorevole, chi diffonde paura può alimentare solo sfiducia e disfattismo.
Se ne facciano una ragione tutti coloro che – indipendentemente dal sindacato di appartenenza – continuano a lamentarsi delle limitazioni al diritto di sciopero, delle multe, delle sanzioni e delle precettazioni: la lotta alle regole stabilite dal nemico non appassiona neppure la parte più tiepida delle masse popolari, figuriamoci quella più calda.
Lo scorso autunno la prospettiva di rendere ingovernabile il paese per obiettivi chiari – uno su tutti: sospendere le relazioni fra Italia e Israele – ha alimentato la combattività e la disponibilità a mobilitarsi di milioni di persone.
Quella spinta avrebbe potuto e dovuto diventare lotta per cacciare il governo Meloni, ma a quel punto le organizzazioni politiche e sindacali si sono ritirate in buon ordine e hanno addossato la responsabilità del loro ritiro sulle masse popolari.
A maggio è stato chiaro fin da subito che nessuna delle organizzazioni sindacali di base sarebbe stata disposta a rilanciare la mobilitazione da dove si era interrotta. Nessuna organizzazione si è messa seriamente a organizzare lo sciopero a partire dalle aziende, per allargare la partecipazione a studenti e masse popolari. Ognuno si è fatto la sua manifestazione, il suo presidio.
Oltre alla difficoltà oggettiva di raccogliere frutti diversi da quelli seminati e coltivati per mesi (il movimento è rifluito, ecc.), i motivi sono di natura politica.
I vertici dell’Usb sono integrati nel progetto elettorale di Potere al Popolo e operano per portare acqua a quel mulino (aspettare le elezioni del 2027 per cacciare il governo Meloni…). Gli altri sindacati di base sono accecati dalla concorrenza con Usb e inadeguati quanto Usb a promuovere un ragionamento che metta al centro lo sviluppo unitario della mobilitazione.
La condivisione sulle pagine social del Si Cobas di un comunicato della Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria, area politica di riferimento di una parte di quel sindacato, che “rivendicava” il flop dello sciopero del 18 maggio proclamato da Usb è giusto un indice di quanto è deleteria la situazione…
La responsabilità della rottura politica
Lo scorso autunno il movimento popolare non è riuscito a cacciare il governo Meloni e a sostiturlo con un governo di emergenza popolare, tuttavia questa rimane la questione politica all’ordine del giorno perché inevasa.
Non sarà risolta né dalle illusioni elettoraliste né da quelle movimentiste ed economiciste. È su questa questione che va misurato e valutato il ruolo di ogni forza politica e sindacale che si definisce di opposizione, di alternativa, di classe, comunista o rivoluzionaria.
Perché la rottura con il sistema di potere della Repubblica Pontificia e con le liturgie della lotta politica borghese sono già un’esigenza oggettiva: gli effetti della crisi generale, della Terza guerra mondiale in corso, dell’economia di guerra alimentano la mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari.
La questione, dunque, non è stabilire se ci sono o no le condizioni per un governo di emergenza popolare, per la mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari e per la rivoluzione socialista, la questione è far emergere, formare, temprare la classe dirigente politica e sindacale che si assume la responsabilità di questa rottura.
E del resto, quei gruppi dirigenti politici e sindacali le cui concezioni e le cui condotte ostacolano lo sviluppo della lotta di classe saranno scavalcati dal corso delle cose, saranno superati.
Questo è ciò che emerge senza sconti ed edulcorazioni dalle mobilitazioni di maggio. Emerge dagli scioperi falliti, dalle piazze vuote e dai risultati da prefisso telefonico che le liste anti Larghe Intese hanno raccolto alle elezioni comunali di fine maggio.
Questo è ciò che pone la necessità di una trasformazione: da apprendisti stregoni a rivoluzionari che imparano dagli errori e li correggono, anziché ripeterli.



![[Roma] Per una rossa primavera, contro settarismo e guerra tra bande](https://i0.wp.com/www.carc.it/wp-content/uploads/2026/03/1-25.jpeg?fit=1080%2C720&ssl=1)


