La lotta di classe è una guerra di posizione. Nessun episodio della lotta di classe è slegato dagli altri, da quelli che lo precedono e da quelli che lo seguono, e nessun episodio è di per sé risolutivo, né in bene né in male.
Ogni episodio va valutato per il contributo che dà a conquistare posizioni nel processo pratico attraverso cui la classe operaia e le masse popolari organizzate rovesciano il sistema di potere della borghesia imperialista e instaurano il loro sistema di potere, il socialismo.
Ogni episodio va valutato per il contributo che dà nell’avanzamento della rivoluzione socialista.
Alle condizioni attuali del nostro paese il percorso più diretto per avanzare nella rivoluzione socialista coincide con la lotta per imporre un governo di emergenza popolare. In ragione di ciò, ogni episodio della lotta di classe va valutato per il contributo che dà nel raggiungere questo obiettivo.
Alla luce di questa premessa è utile analizzare le dinamiche della lotta di classe in corso. A partire dal fatto che negli ultimi otto mesi, sul piano generale, il movimento popolare ha perso alcune delle posizioni conquistate con le mobilitazioni dello scorso autunno, di settembre e ottobre.
Arretramenti
L’arretramento principale sta nel fatto che le forme di lotta attraverso cui il movimento popolare si è espresso sono state, almeno momentaneamente, ricondotte nel solco delle liturgie della lotta politica borghese.
Questo significa, ad esempio, che le organizzazioni sindacali hanno abbandonato la strada degli scioperi politici e unitari d’urgenza (come quello del 22 settembre e del 3 ottobre) in favore di scioperi rarefatti, programmati e rispettosi delle disposizioni della Commissione antisciopero.
E significa anche, ad esempio, che alcune delle organizzazioni politiche che pure a settembre e ottobre avevano avuto un ruolo positivo hanno iniziato a propagandare che “il movimento è rifluito”. Si sono dedicate alla costruzione di liste elettorali nella vana speranza di incanalare la spinta del “blocchiamo tutto” nell’obiettivo di far eleggere in parlamento qualche rappresentate.
Quando le forme di lotta vengono ricondotte nel solco delle liturgie della lotta politica borghese la prima e immediata conseguenza è che la classe dominante riprende il controllo della situazione che le era sfuggita di mano nella fase “esplosiva” della mobilitazione.
Lo fa usando la repressione come arma e come minaccia; lo fa imponendo alle masse popolari il suo terreno di lotta e le sue regole; lo fa approfittando dello sbandamento, della delusione (per i mancati risultati delle mobilitazioni) e della sfiducia che inevitabilmente riprendono a serpeggiare nel campo delle masse popolari.
Tuttavia, la classe dominante non può mantenere a lungo il controllo della situazione. Perché gli effetti della crisi generale del sistema capitalista alimentano costantemente la ribellione delle masse popolari e perché il movimento comunista e rivoluzionario può imparare dagli errori, può evitare di commettere gli stessi errori, può assumere il ruolo di avanguardia di cui c’è bisogno e che gli compete.
Le condizioni affinché ciò succeda sono essenzialmente due. Condurre un serio bilancio delle esperienze pratiche della lotta di classe e fare un’analisi realistica (non idealista, né disfattista) delle condizioni in cui la lotta di classe deve proseguire.
Alcuni elementi di bilancio li trattiamo nell’Editoriale, qui ci concentriamo su alcuni elementi di analisi.
Esigenze della lotta di classe
A dispetto di chi discetta sulle “piazze vuote di maggio” per sostenere che il movimento dello scorso autunno è irrimediabilmente rifluito, la mobilitazione continua.
Lo dimostra il fatto che la rete di organizzazioni operaie e popolari non si è dissolta.
Sia le organizzazioni operaie e popolari che esistevano prima dello scorso autunno, sia quelle che sono sorte sulla spinta di quella mobilitazione continuano a esistere, a riunirsi, a operare, a coordinarsi. Non solo, molte di esse si stanno “specializzando”, stanno studiando, stanno elaborando analisi, inchieste, progetti, programmi, piattaforme (vedi, ad esempio, la produzione di mappature e dossier a pag. 12).
Le piazze – piene o vuote – sono solo un aspetto dell’attivismo delle masse popolari, in ogni caso non ne sono mai l’indice principale. E c’è dell’altro.
Proprio in ragione degli opportunismi e dei settarismi che dettano legge nel movimento sindacale, a maggio è stato elaborato dal basso un appello affinché fosse proclamato uno sciopero politico d’urgenza per rispondere all’assalto alle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla da parte dei sionisti.
Quell’appello è stato prodotto da delegati sindacali di varie aziende, appartenenti a varie organizzazioni sindacali (a eccezione dei sindacati gialli e apertamente padronali, tutte le altre sigle sono presenti) e ha raccolto poco meno di duemila firme in pochi giorni, moltissime delle quali di altri delegati, Rsu e Rsa.
Lo sciopero generale del 18 maggio proclamato da Usb e quello del 29 maggio proclamato da tutti gli altri sindacati di base sono stati un’imbarazzante risposta a quell’appello, una risposta che ha mortificato quell’appello. Ma la spinta di chi lo ha promosso, fatto circolare e firmato esiste ancora, nonostante la deprimente risposta delle organizzazioni sindacali.
Una prima esigenza della lotta di classe, dunque, è sostenere, rafforzare, estendere le attività degli organismi operai e popolari, incoraggiare e favorire il loro coordinamento, alimentare il loro protagonismo.
Le piazze vuote di maggio, con particolare riferimento a quelle degli scioperi generali dei sindacati di base, non sono state la manifestazione della passività e del disinteresse delle masse popolari, ma una plateale forma di distacco (e di protesta) da concezioni, pratiche e condotte che alimentano disgregazione e frammentazione anziché unità d’azione e costruzione del fronte politico, sindacale e sociale che serve per cambiare il paese.
Diciamo da molto tempo che alimentare spirito di concorrenza e settarismo è un modo per alimentare sfiducia fra i lavoratori e le masse popolari: il discorso si è fatto palese, a maggio, in quelle piazze.
Una seconda esigenza, evidentemente non più rinviabile, è aprire e sviluppare una dispiegata lotta contro il settarismo, contro lo spirito di concorrenza e chi li promuove. Una lotta finalizzata non a regolare conti tra questa o quella organizzazione, ma alla costruzione del fronte della lotta di classe che serve ai lavoratori, ai giovani e alle masse popolari.
Le piazze vuote di maggio, con particolare riferimento a quelle promosse dal più generale movimento in solidarietà con il popolo palestinese, sono state una manifestazione di indisponibilità a mobilitarsi su percorsi già sperimentati con risultati scarsi.
Ripetere l’appello a bloccare tutto senza convinzione e senza aggiungere il pezzo che era mancato lo scorso autunno (indicare lo sbocco politico e perseguirlo) ha impedito il dispiegarsi della mobilitazione. Anche in ragione del fatto che si è fatto via via più evidente che indignarsi, chiedere il rispetto del diritto internazionale, denunciare la barbarie dei sionisti e dei loro complici, manifestare per “sensibilizzare” il governo Meloni non è sufficiente e, soprattutto, non è di prospettiva.
Una terza esigenza: le forme di lotta devono essere adeguate agli obiettivi e gli obiettivi devono essere all’altezza del livello già raggiunto dalla lotta di classe.
Un inciso sulle “piazze vuote”. Usiamo la definizione “piazze vuote” ben coscienti che si tratta di una forzatura. Le mobilitazioni di maggio hanno coinvolto un numero di persone molto inferiore rispetto allo scorso autunno e questo dato è utilizzato sistematicamente dagli opportunisti per chiudere il discorso. Addossano la responsabilità del riflusso del movimento sulle masse popolari anziché guardare alle cause reali che lo hanno prodotto. A partire dal fatto che non esiste alcun riflusso al di fuori della narrazione distorta che proprio gli opportunisti fanno della mobilitazione popolare dei mesi scorsi.
Al netto del dato esclusivamente numerico, a maggio c’è stata una miriade di mobilitazioni, distribuite su tutto il territorio nazionale, come è stato per lo scorso autunno.
Questa precisazione, questo inciso, è dunque solo un ulteriore spunto che rafforza il ragionamento generale: nessun episodio della lotta di classe è slegato dagli altri, da quelli che lo precedono e da quelli che lo seguono, e nessun episodio è di per sé risolutivo, né in bene né in male. Se la partecipazione e il coinvolgimento delle ampie masse alle manifestazioni, agli scioperi, alle iniziative di lotta sono diminuiti, significa principalmente che chi li ha promossi e organizzati deve interrogarsi sui motivi “delle piazze vuote” e sulle soluzioni.
Necessità / opportunità
La classe operaia e le masse popolari NON hanno il problema di cercare o imbattersi più o meno fortunosamente in una sponda politica che si dimostri più sensibile delle altre ai loro problemi. La questione all’ordine del giorno non è costruire una lista elettorale che sia espressione “del mondo del lavoro” o dei movimenti: una lista simile sarebbe, sarà, semplicemente messa all’angolo.
Non si tratta neanche di trovare l’organizzazione sindacale più combattiva delle altre.
La classe operaia e le masse popolari del nostro paese hanno il problema di liberarsi quanto prima del governo Meloni e impedire che il suo posto sia preso da un altro governo di funzionari del capitale più o meno sovranisti, più o meno razzisti, più o meno reazionari, ma ugualmente antioperai e antipopolari.
Hanno il problema di imparare a organizzarsi e darsi i mezzi per far valere la loro forza, per imporre con la mobilitazione un governo di emergenza che attui le parti progressiste della Costituzione.
Di fronte a questa necessità tutte le organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese, comuniste, antimperialiste e “di classe” hanno l’opportunità di fare il salto di cui sopra: imparare dagli errori e assumere il ruolo di avanguardia di cui c’è bisogno e che compete loro.
Le conseguenze dei nodi ideologici e politici e delle condotte che hanno portato il movimento popolare a perdere posizioni rispetto allo scorso autunno sono un’occasione per affrontarli e superarli, quei nodi. Primo fra tutti la tendenza a procrastinare, ad attendere “le condizioni favorevoli”, a sperare che attraverso metodi di lotta “compatibili” si possa conquistare un qualche avanzamento per i lavoratori e per le masse popolari.
Il governo Meloni può essere cacciato adesso, a condizione che le organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese si mettano alla testa della mobilitazione per cacciarlo.
Il governo di emergenza popolare che attua le parti progressiste della Costituzione può essere imposto: a condizione che le masse popolari organizzate rendano ingovernabile il paese a ogni governo che sia emanazione ed espressione delle Larghe Intese e si organizzino per agire, loro, da nuova classe dirigente.
Questa è la strada, senza scorciatoie, per avanzare più rapidamente nella rivoluzione socialista.
14 maggio 2026: Il Consiglio dei Ministri approva ufficialmente la delibera quadro per l’avvio dei tre nuovi teatri operativi in Iraq, Somalia e Tunisia.
Queste missioni – dal costo di circa 21,5 milioni di euro per il 2026 – si inseriscono nel piano finanziario complessivo delle missioni militari italiane per l’anno corrente, che include le proroghe delle missioni già attive in Libano, Kosovo, e Niger (un costo complessivo di circa 1,8 miliardi di euro per un totale di oltre 11 mila militari mobilitati).
In Iraq la nuova missione (196 militari e 5 mezzi aerei) serve “ad assicurare il supporto diretto alle forze di sicurezza locali dopo la rimodulazione strategica della Coalizione internazionale anti-Daesh”.
In Tunisia il dispiegamento della Guardia di Finanza ha scopi di consulenza e addestramento delle forze tunisine per potenziare il pattugliamento delle coste e il contrasto al traffico di migranti.
In Somalia l’obiettivo è l’addestramento delle Forze Armate somale nel quadro del contrasto all’estremismo islamico.
Al netto delle spiegazioni di maniera, la questione vera è che il governo Meloni continua a investire forze, risorse e uomini per reggere il sacco agli imperialisti Usa, ai sionisti e alla Ue nelle scorrerie e nelle rapine che continuano a perpetrare in ogni angolo del mondo.
Che le cifre di spesa dichiarate siano vere o false non cambia, rimane il fatto che quel denaro deve essere speso per una delle molte emergenze che il nostro paese affronta: dal dissesto idrogeologico alla fatiscenza delle scuole, dalla sanità al collasso del trasporto pubblico che non risponde più al diritto alla mobilità. Quei soldi spesi nelle missioni militari gridano vendetta.



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