L’1 giugno, in provincia di Cosenza, quattro lavoratori immigrati sono stati ammazzati dai caporali: intrappolati nell’abitacolo di un’auto e bruciati vivi. Si è chiusa così la “vertenza” – le virgolette sono d’obbligo – sulla rivendicazione di un contratto di lavoro e il pagamento del salario.
Anche se i volti noti del governo erano tutti impegnati a soffiare sul fuoco della retorica nazionalista e guerrafondaia e i media fin troppo impegnati a offrire loro un palcoscenico, la strage ha scosso una parte del paese.
L’inconciliabile contraddizione fra lavoro e capitale è tornata alla ribalta.
Certo, la strage di Amendolara ha caratteristiche specifiche.
I lavoratori ammazzati erano immigrati (“regolari”), come i loro assassini, i caporali. Apparentemente si tratta di una vicenda distante dalla realtà quotidiana di milioni di lavoratori.
Però i lavoratori immigrati lavoravano, tramite i caporali, per un’azienda agricola italiana. Cioè l’azienda agricola si avvaleva ordinariamente del caporalato per reperire manodopera. Alla faccia della propaganda sui “diritti acquisiti” e sulla legalità. Nessun giornale fa il nome dell’azienda in questione, si sa solo il settore, agroalimentare, e la zona in cui opera, Scanzano Jonico.
La giustizia “sta facendo il suo corso”. I caporali assassini sono stati ripresi dalle telecamere di una stazione di servizio, riconosciuti, denunciati per omicidio.
Anche l’azienda, coinvolta in un’indagine parallela, è sotto inchiesta in virtù della legge 199/2016 che punisce non solo i caporali intermediari, ma anche il datore di lavoro (il committente) che utilizza, assume o impiega manodopera sfruttando lo stato di bisogno dei lavoratori.
Hanno scoperto l’acqua calda. L’omicidio di quattro lavoratori ha permesso alle autorità di scoprire l’acqua calda e la giustizia fa il suo corso.
Quello che sta a monte di questa vicenda, il sistema che c’è dietro, tuttavia, non viene né menzionato né tantomeno incluso in nessuna delle riflessioni pubbliche di politicanti, sindacalisti di regime, opinionisti e analisti.
A Milano è in costruzione il consolato generale degli Usa. Un cantiere enorme, un progetto da oltre 200 milioni di dollari. I lavori sono affidati alla Caddell Construction Co. LLC, un colosso statunitense delle costruzioni con sede in Alabama.
È emerso che oltre 400 operai, principalmente di nazionalità indiana e keniota, erano impiegati in condizioni di semischiavitù. I manovali venivano reclutati direttamente nei paesi d’origine tramite agenzie intermediarie e costretti a pagare una tangente iniziale di oltre 5 mila euro solo per ottenere il visto e il diritto di viaggiare in Italia.
Nonostante sulle buste paga figurassero retribuzioni regolari da contratto edile (circa 1.470 euro), l’azienda applicava massicce trattenute forzate per il vitto e l’alloggio. Agli operai restavano poco più di 600 euro mensili per turni da 10 o 12 ore di lavoro al giorno. Ovviamente senza tutele e misure di sicurezza.
Le testimonianze raccolte dai magistrati raccontano di un clima di terrore: insulti, aggressioni fisiche e la costante minaccia di licenziamento e revoca del permesso di soggiorno in caso di proteste.
Parliamo della strage di Amendolara e parliamo del cantiere del consolato generale degli Usa. Parliamo di un’azienda del profondo Sud e dell’apice del sistema imperialista mondiale. Parliamo sempre della stessa cosa, del fatto che l’azienda del profondo Sud italiano e quella che realizza la sede diplomatica dell’apice del sistema imperialista mondiale si basano entrambe sul caporalato. Sulle minacce, sulle aggressioni, sui ricatti. E sugli omicidi di chi si ribella.
Questa NON è la condizione di tutti i lavoratori in Italia. Ma questa è la condizione che incombe su tutti i lavoratori in Italia. Questa è la condizione che incide sulle condizioni di vita e di lavoro di tutti i lavoratori in Italia.
Questa è la frontiera con cui tutte le masse popolari in Italia devono fare i conti.
C’è un messaggio che il generale Vannacci sta rilanciando a tutto spiano nei suoi canali di propaganda: “se importi il Terzo mondo diventi il Terzo mondo”.
Ecco, “il Terzo mondo” che per i borghesi italiani ha “regolato i suoi conti” ad Amendolara, dipendeva da un’azienda italiana di Scanzano Jonico. A Milano il “Terzo mondo” lo hanno imposto direttamente gli Usa.
La verità è che il Terzo mondo sono le relazioni sociali del capitalismo. Quelle di cui non si parla abbastanza. Mentre chi ne parla è retrogrado, fazioso, obsoleto.
I capitalisti ci impongono il “Terzo mondo” e lo spacciano per progresso. Sciocchi noi che ci interessiamo delle cose superate dalla storia, come della relazione fra lavoro e capitale anziché dell’invasione dei musulmani, della lotta di classe anziché del vivere bene, della resistenza anziché della resilienza.
I lavoratori ammazzati ad Amendolara sono nostri morti. Come tutti quelli che sono sacrificati sull’altare del profitto.
Ragioniamoci, meditiamoci su. Perché quando la borghesia parla di guerra fa finta di ignorare quella che i lavoratori e le masse popolari subiscono senza neppure che sia stata dichiarata. Mentre su chi non se ne dimentica fioccano la criminalizzazione, le accuse, le denunce e le inchieste per terrorismo, sovversione e turbativa dell’ordine pubblico.




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