Le elezioni comunali dello scorso maggio sono state un appuntamento elettorale “minore”, nel senso che nessuna delle grandi città era coinvolta nel rinnovo dell’amministrazione. Hanno avuto pertanto un peso relativo nel dibattito politico. Ma, al netto del fatto che tutti i partiti borghesi rivendicano di aver vinto, un’importanza politica l’hanno avuta.
Ha ragione Giorgia Meloni: la disfatta dei partiti di governo non c’è stata. Nel senso che non c’è stato il repulisti elettorale che ha tolto dalla mappa delle amministrazioni quelle guidate dal polo del sovranismo della Nato e dei sionisti.
Ha ragione anche chi dice che i partiti di governo hanno ben poco da festeggiare: anche dove non hanno preso la batosta da ko hanno perso voti. A Venezia, il comune più grande fra quelli andati al voto, l’amministrazione rimane in mano alla destra solo per l’insipienza del polo Pd, combinata con il fatto che il candidato della destra è un giovane vecchio democristiano, civico, poco o per nulla ammanicato con i rottami di governo.
Ma, soprattutto, hanno ragione quelli che si soffermano sul fatto che l’affluenza complessiva è scesa ancora, il che significa che il malcontento per i partiti delle Larghe Intese non è stato raccolto da nessuno e che la principale forma in cui si traduce è, ancora una volta, il distacco dai rituali del teatrino della politica borghese.
Ma le elezioni comunali dello scorso maggio un peso rilevante lo hanno avuto per chi cerca la strada per costruire un’alternativa alle Larghe Intese.
A questo proposito, l’aspetto principale è che, ANCORA UNA VOLTA, chi si è candidato per portare nelle assemblee elettive una forza di opposizione è stato sconfitto. Tutte le liste anti Larghe Intese sono state punite, hanno raccolto pochi voti, con percentuali ben al di sotto di quelle necessarie per entrare nei consigli comunali e, in alcuni casi, da prefisso telefonico.
È stata una doccia fredda per chi le ha promosse. Perché i dati elettorali dimostrano che chi non ha votato le liste anti Larghe Intese NON ha votato neppure le liste delle Larghe Intese. Pertanto, non ha alcun fondamento la linea consolatoria, ma opportunista, di riversare sulla presunta “arretratezza delle masse” la disfatta delle liste alternative alle Larghe Intese.
La traduzione giusta dei dati elettorali è che le liste anti Larghe Intese non sono state in grado di rivolgersi alla marea montante di astenuti; non sono state in grado di convincere gli astenuti; non sono state in grado di far emergere un piano alternativo a quello delle Larghe Intese, alternativo al piano che una parte crescente delle masse popolari schifa e da cui si distacca apertamente e costantemente.
È stata una doccia fredda anche per chi confidava di incanalare le mobilitazioni di piazza dei mesi scorsi nel teatrino della politica borghese.
Tutti quelli che hanno criticato e criticano i partiti del campo largo di voler strumentalizzare le mobilitazioni popolari a fini elettorali, ma che al dunque hanno fatto lo stesso, sono stati puniti esattamente come i partiti del campo largo.
La doccia è stata fredda, però può essere occasione per una sveglia, una presa di coscienza, l’innesco di un ragionamento.
Proporre alle masse popolari la prospettiva di partecipare al teatrino della politica borghese per conquistare uno, cinque, dieci (ma che dieci!) seggi all’opposizione delle Larghe Intese ottiene sistematicamente come risultato la conquista di zero seggi.
E del resto è inevitabile. In particolare gli ultimi tre anni – ci limitiamo a questi – hanno dimostrato che l’opposizione istituzionale NON SERVE A NIENTE. Conclusione apparente estremista che sottoponiamo alla verifica del lettore.
Il parlamento – ma il discorso vale per tutte le assemblee elettive – è stato svuotato di ruolo e significato ed è stato progressivamente trasformato in camera di ratifica delle decisioni del governo.
I discorsi di fuoco che denunciano le politiche del governo non hanno mai traduzione pratica, non servono a niente, come i piagnistei su quanto è terrorista la colonia di Israele o su quanto sono cattivi i padroni che chiudono o delocalizzazione le aziende. Non servono le mozioni, gli ordini del giorno, ecc. poiché il governo se ne frega e procede sulla sua strada.
Nessuna delle iniziative istituzionali prese a qualunque livello dalle opposizioni è servita a cambiare di una virgola il sostegno e la complicità delle istituzioni italiane con il genocidio in Palestina, il riarmo, l’economia di guerra, la conversione bellica delle aziende, lo smantellamento della sanità e la devastazione dell’ambiente.
Giustamente alle masse popolari – che qui dimostrano di capire molto meglio dei cervelloni che le denigrano – o almeno alla loro parte più generosa, combattiva e lungimirante, “andare all’opposizione” non interessa; “costruire l’opposizione non interessa”; dare fiducia a chi promette di costruire l’alternativa senza assumersi la responsabilità di fare ADESSO opposizione, senza sconti e “con ogni mezzo”, al governo Meloni e ai suoi portaborse del Pd non interessa.
Per qualche ragione oscura – facciamo finta che lo sia – i cervelloni che cercano di convincere le masse popolari a votare per le liste di opposizione sono più preoccupati di portare in porto la presentazione delle liste elettorali, le coalizioni, gli accordi, i nomi, le firme. Sono più preoccupati di partecipare da outsiders al teatrino della politica borghese che non di moltiplicare gli sforzi per far cadere adesso il governo Meloni.
Anzi, alcuni addirittura dicono – altri lo pensano, ma non hanno il coraggio di dirlo – che se il governo Meloni cadesse adessosarebbe un problema, perché “non sono pronti per le elezioni”.
Senza francesismi o locuzioni del politicamente corretto “andate a quel paese” è la risposta che ricevono dalle masse popolari.
È la risposta giusta, del resto. Il governo Meloni deve essere cacciato prima possibile e deve essere sostituito da un governo che attua le parti progressiste della Costituzione.
Tutto quello che ostacola questo percorso pratico è parte del problema. Non lo diciamo noi. Lo dicono, ancora una volta, le masse popolari. Lo dicono gli esiti elettorali che, ancora una volta, pongono platealmente la questione.
Cervelloni elettoralisti, questuanti di un posto in parlamento, pompieri delle mobilitazioni, appassionati delle liturgie del teatrino della politica continuano a sostenere che l’astensione che dilaga è il segno dei tempi, intendendo che è il segno dell’antipolitica, della “passivizzazione delle masse”, dell’egoismo e della disgregazione prodotti dalla crisi del capitalismo.
La crisi generale del capitalismo produce e alimenta la barbarie, fra cui anche egoismo e disgregazione, ma questi cervelloni non considerano il fatto – non lo considerano MAI – che l’astensione dilagante dimostra piuttosto che sono loro a essere non uno, non due, ma cinque passi indietro rispetto ai tempi.
Dobbiamo parlare apertamente di governo del paese e di potere, non di costruire l’opposizione. Perché questo è l’argomento che sta a cuore alla parte avanzata e combattiva delle masse popolari: contare, decidere, demolire il vecchio e costruire il nuovo.
La partecipazione alle elezioni è un discorso solido solo come aspetto accessorio, solo se ha una qualche funzione positiva rispetto al protagonismo delle organizzazioni operaie e popolari su cui si basa la costruzione della nuova governabilità del paese, del nuovo sistema politico del paese.
In questo senso, per chi vuole intenderlo, ANCHE i risultati delle elezioni comunali di maggio sono un ottimo spunto per ragionare sulle elezioni politiche del 2027. A partire dal fatto che aspettarle in buon ordine, sperando “che il governo Meloni non cada prima”, è un regalo a Meloni e alle Larghe Intese e una piaga per i lavoratori e le masse popolari.




![[Roma] Per una rossa primavera, contro settarismo e guerra tra bande](https://i0.wp.com/www.carc.it/wp-content/uploads/2026/03/1-25.jpeg?fit=1080%2C720&ssl=1)

