Povera Giorgia. All’indomani dell’esito referendario ha diffuso un video in cui affranta si esibiva nell’ingoio pubblico della sconfitta. In mezzo alle frasche e agli uccellini della sua villa – anche quella già oggetto di sospetti abusi – è partita la crisi di governo.
Nulla di nuovo in realtà. Il governo è nato zoppo e ha perso continuamente pezzi, fatto figuracce colossali e perso sin da subito ogni credibilità non mantenendo una sola delle promesse per cui era stato eletto. Ai casi Sangiuliano e Almasri (ma la lista è ben più lunga) si sono aggiunti la fuoriuscita di Vannacci e il caso Crosetto, il ministro ex (?) lobbista di armi, che ancora non è riuscito a spiegare agli italiani cosa ci faceva a Dubai nei giorni in cui gli Usa e Israele attaccavano l’Iran.
La sconfitta referendaria è stata la tranvata delle tranvate. Ma non bisogna dirlo. La bestia ferita ha quindi cominciato a sbattere la coda di qua e di là per provare a salvare il governo. Già il 24 marzo i due sottosegretari alla giustizia, Delmastro e Bertolozzi, hanno presentato le dimissioni e le proprie teste sulla scrivania della Meloni. I pretesti non mancavano. Delmastro gestiva a sua insaputa un ristorante con gente invischiata con la Camorra. La Bertolozzi è da due anni sotto processo per lo scandalo Almasri e per questo – dopo una campagna referendaria passata a offendere giudici e PM – ha deciso di dimettersi (a scoppio ritardato).
Ma il taglione non si è fermato ai due sottosegretari. Il 25 marzo la terza testa impagliata sulla sua scrivania è diventata quella di Daniela Santanchè. Insostenibile il conflitto di interesse con cui da quattro anni dirige il ministero del turismo. Evidentemente più problematico delle inchieste per bancarotta e truffa all’Inps.
Per spingerla a compiere l’insano gesto, Meloni ha tuonato “da oggi non si copre più nessuno” ma perché prima chi copriva? E cosa è cambiato? Non si deve dire.
Il 26 marzo è stato il turno di Maurizio Gasparri che si è dimesso a grande richiesta dal ruolo di capogruppo di Forza Italia, lasciando il posto a Stefania Craxi. Anche in Forza Italia le riunioni tra Tajani e la famiglia Berlusconi (i proprietari del partito) sono diventate una rissa perenne. Forse per questo il ministro degli esteri, intontito, non riesce a proferire discorsi di senso compiuto sulle continue crisi internazionali in corso.
Al palo la Lega, già orfana di Vannacci, che con la sconfitta referendaria vede allontanarsi l’autonomia differenziata. Il ministro Salvini non ha alternative che fare il pagliaccio con felpe e caschetti inneggiando al ponte sullo Stretto, mentre ogni infrastruttura del paese fa acqua da tutte le parti.
Ma non è tutto. Mentre l’ennesima balla raccontata da Meloni sul contenimento dei costi del carburante viene a galla, sotto il mirino ci finisce Piantedosi. Il ministro del manganello e dei decreti sicurezza ha conferito diversi incarichi pubblici alla sua amante, Claudia Conte. La notizia è trapelata da un giornalista legato a Fratelli d’Italia e per bocca della stessa Conte. Ufficialmente ancora silenzio da parte del governo e da sua moglie Paola Berardino, attualmente Prefetto di Grosseto. Ma Piantedosi dovrà rispondere a entrambi… Sangiuliano ex ministro della cultura, fu costretto alle dimissioni per lo stesso motivo. Nel caso del ministro dell’interno è appropriato dire che chi di manganello ferisce, di manganello perisce.

Come ne esce il governo dalla tranvata referendaria? Dire a pezzi è un eufemismo. È ancora in carica solo perché ai piani alti della Repubblica Pontificia sono in affanno a trovare un sostituto. E perché il movimento popolare non si è ancora posto con decisione l’obiettivo di cacciarlo rendendo ingovernabile il paese fino a cacciarlo.
Di quello che succede ai piani alti bisogna tenerne conto, ma in definitiva non è l’aspetto principale del ragionamento. Quello che pensa e fa il movimento popolare, compresi i modi, la direzione che imbocca e gli obiettivi che si dà, è ciò che conta. E se il governo Meloni è ancora in piedi è perché nel movimento popolare è ancora forte e influente la concezione di aspettare le elezioni del 2027 per “regolare i conti” e, intanto, rivendicare misure per fare fronte agli effetti della crisi. Anziché unire il movimento in un unico fronte e andarsi a prendere il governo del paese. Non mancano le forze. Non mancano le intelligenze. Non mancano neanche le condizioni di debolezza del nemico. Serve la capacità di sognare. La volontà di vincere. Di imporre dal basso un governo che attui la Costituzione. Di unire le forze e imporre un regime change in Italia.


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