Alcuni segnali indicano che nel nostro paese un movimento politico di ampia portata sta muovendo i suoi passi con continuità.
Le mobilitazioni di aprile e di maggio ne sono state un’avvisaglia – la manifestazione del 5 aprile a Roma contro la guerra, quella del 12 a Milano in solidarietà al popolo palestinese, la diffusa mobilitazione del 25 Aprile, quella di fine maggio contro il decreto sicurezza e la miriade di iniziative, cortei e proteste che hanno in lungo e in largo alzato la bandiera palestinese lungo le tappe del Giro d’Italia. Il movimento popolare si sta dispiegando.
Oltre alle decine di migliaia di persone che sono scese in piazza nelle scorse settimane, ce ne sono centinaia di migliaia che cercano ancora la strada per dare forma alla propria mobilitazione.
È un movimento eterogeneo, con idee diverse al suo interno e in cui, per il momento, ognuno procede in ordine sparso, ma l’ambizione di contribuire a fermare il declino del paese e della società sta conducendo ampi settori popolari fuori dal pantano dell’intossicazione mediatica e della diversione dalla realtà promosse a piene mani dal mainstream.
Centinaia di migliaia di persone sono preoccupate dalla spirale della Terza guerra mondiale, sono solidali con il popolo palestinese e scandalizzate per il genocidio in corso, sono contrarie alle politiche di riarmo e al militarismo. Ma finora non hanno partecipato attivamente alle manifestazioni perché nessuno di abbastanza autorevole – autorevole per loro – le ha coinvolte.
Ci sono centinaia di migliaia di lavoratori esasperati dagli attacchi di padroni e governo, molti di loro non hanno esperienza sindacale o tradizione di lotta, ma sono costretti ad attivarsi dallo smantellamento dell’apparato produttivo, dalle stragi sul lavoro, dalla repressione aziendale e dal carovita fuori controllo. Ciò che ancora li frena è il collaborazionismo con il governo e con i padroni dei vertici dei sindacati di regime e l’opportunismo che dilaga nei sindacati di base. Tuttavia, l’esigenza di lottare cresce.
Ci sono i giovani, al bivio fra una vita di abbrutimento alla mercé della classe dominante o una vita di lotta per conquistarsi un futuro, che si dimostrano sempre più disponibili a riprendersi spazi di agibilità e di partecipazione, anche quando questo comporta la violazione delle prescrizioni poliziesche e dei divieti ministeriali.
Vasti settori delle masse popolari sentono la necessità di mobilitarsi. E lo faranno.
Giro d’Italia
Mentre scriviamo il Giro d’Italia non è ancora finito, ma considerando come era iniziato, è chiarissimo che la situazione è completamente sfuggita di mano ai leccapiedi dei sionisti.
A Lecce la Digos è entrata in casa di una ragazza che dal balcone esponeva la bandiera palestinese e ha preteso che fosse rimossa. Una dimostrazione di idiozia e impotenza, più che di forza.
TUTTE le tappe del Giro sono state l’occasione per sventolare decine di bandiere palestinesi.
A Napoli c’è persino stata “un’invasione di campo”: la kefiah è stata portata a pochi centimetri da due ciclisti in fuga. Apriti cielo! “È un atto criminale” ripetevano in televisione, mostrando in loop le immagini, dando così enorme risalto alla stessa causa che la Rai ha provato in ogni modo a insabbiare e oscurare. Nei bar di tutta Italia, intanto, la discussione è proseguita attorno a una domanda: l’atto criminale è stato quello di chi ha portato la kefiah sotto il naso dei ciclisti oppure quello dei sionisti che hanno ammazzato più di ventimila bambini e altrettanti civili?
E poi bisogna citare Pisa, dove per aggirare la censura delle telecamere Rai, si è visto di tutto: palazzi con una bandiera per ogni finestra, bandiere di decine di metri e anche un gruppo di solidali, del tutto insospettabili, che hanno tirato fuori le bandiere palestinesi al momento del taglio del traguardo.
E la Digos muta!
L’uno si divide in due
Su spinta della mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari anche la società civile, i sinceri democratici e una parte crescente di amministratori locali sono in fermento.
Fra di essi ci sono elementi completamente compromessi con il sistema delle Larghe Intese, altri che ne sono esclusi e altri ancora che stanno con un piede dentro e uno fuori.
Ce ne sono alcuni che si pongono come “capipopolo” solo per dirigere la mobilitazione delle masse popolari verso strade sterili e magari per strumentalizzarla a fini elettorali. Ma ce ne sono altri che stanno emergendo – e altri ancora emergeranno – perché vogliono opporsi al corso che le Larghe Intese stanno imponendo al paese.
Anche in questo caso i segnali sono chiari. Una parte degli addentellati e dei cespugli che finora hanno “vivacchiato” sotto l’ombrello del polo Pd delle Larghe Intese è spinta a prendere l’iniziativa.
Delegazione a Gaza
Dal 15 al 18 maggio una delegazione di 14 parlamentari, 3 eurodeputati, 13 giornalisti, accademici ed esperti di diritto internazionale ha raggiunto Rafah, in Egitto, per entrare nella Striscia di Gaza.
Il tentativo era già avvenuto lo scorso anno e l’esito è stato il medesimo: nessuna possibilità di varcare il confine.
La delegazione non ha potuto constatare di persona il genocidio, i bombardamenti, la riduzione alla fame della popolazione di Gaza, la mancanza di farmaci e cure.
I criminali sionisti operano così: trasmettono le loro prodezze in diretta streaming, in mondovisione, ma a chi si avvicina al confine impediscono l’ingresso. Non per una questione di sicurezza – non si sono fatti scrupoli a sparare contro una delegazione di diplomatici europei, tra cui anche un funzionario italiano, in Cisgiordania il 22 maggio – ma per alimentare il senso di impotenza e lo sgomento nel resto del mondo che guarda.
E se, da una parte, l’esito di queste “missioni” non può che essere l’impotenza di fronte all’entità assassina, criminale e impunita che regge lo Stato terrorista di Israele, dall’altra va considerato che sono ANCHE iniziative come questa che contribuiscono a rompere la cappa di disinformazione, manipolazione mediatica e intossicazione dell’opinione pubblica che grava sulle masse popolari del nostro paese.
È certo, per esempio, che è in corso una lotta fra gli irriducibili pro Ucraina e pro Israele, i guerrafondai e i trafficanti di armi, da una parte, e chi prova a impugnare le bandiere della pace, della solidarietà e dell’antifascismo per raccogliere fiducia e consenso fra le masse popolari, dall’altra.
In questo quadro sorgono iniziative che, fino a oggi, nei circoli della società civile e della “sinistra democratica” non erano neppure nominate: fiaccolate, presidi e manifestazioni contro la guerra e contro il genocidio del popolo palestinese. Chi spicca fra i promotori sta rapidamente diventando quel centro autorevole di cui le centinaia di migliaia di persone che finora erano rimaste “ai margini” della mobilitazione hanno bisogno.
Comune di Napoli
C’è voluta la mobilitazione per spingere il Consiglio comunale di Napoli ad approvare la mozione per riconoscere lo Stato di Palestina, ma il 23 maggio la mozione presentata da Pd, M5s e Avs è stata approvata.
Uno schiaffo per il sindaco Manfredi e per quegli assessori che si erano prodigati nelle marchette a favore dei provocatori sionisti che a inizio maggio avevano cercato di infangare Nives Monda e la Taverna a Santa Chiara per il manifesto schieramento antisionista. Uno schiaffo che il sindaco ha goffamente cercato di evitare, disertando l’aula.
Lo schieramento del Consiglio comunale di Napoli è giusto un esempio del sommovimento che sta investendo tanti altri comuni italiani dai cui municipi sventolano i colori della bandiera palestinese.
Comune di Marzabotto
Dal palco delle celebrazioni del 25 Aprile la sindaca di Marzabotto (BO), Valentina Cuppi del Pd, aveva annunciato che il Comune si sarebbe messo alla testa dell’organizzazione di una manifestazione nei luoghi degli eccidi nazifascisti per portare la solidarietà al popolo palestinese e protestare contro il genocidio in corso a Gaza. Lo aveva annunciato e lo ha fatto.
Nelle scorse settimane sono iniziati i preparativi e la rete degli organizzatori e degli aderenti si è allargata al mondo dell’associazionismo laico e religioso, alle organizzazioni pacifiste e a esponenti della società civile.
“Siamo molto soddisfatti. Ci sono arrivate tante proposte e idee, sia sulla manifestazione sia sul percorso da costruire in seguito, perché non vogliamo che sia un appuntamento isolato, ma l’inizio di una mobilitazione continuativa”, ha dichiarato la sindaca. “Rifletteremo su date, luoghi e iniziative. A breve comunicheremo pubblicamente quando e come si terrà la manifestazione, che potrebbe anche articolarsi in più appuntamenti a carattere nazionale” (dichiarazioni da BolognaToday).
Una prima manifestazione è stata fissata per il 15 giugno da Marzabotto a Monte Sole, i luoghi degli eccidi nazifascisti, appunto. Fra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 qui furono trucidate 1.830 persone per fare “terra bruciata” attorno ai partigiani. Lo stesso principio, fare terra bruciata attorno alla Resistenza palestinese, in ragione del quale lo Stato terrorista di Israele sta compiendo il genocidio del popolo palestinese.
Quello che sappiamo
Noi sappiamo già, e lo sappiamo perfettamente, che se lasciamo nelle mani degli elementi della società civile e della sinistra borghese la direzione della mobilitazione delle masse popolari, questa imboccherà un vicolo cieco e rifluirà, con il portato di delusione, rassegnazione e disfattismo che ne consegue.
Lo sappiamo perché lo abbiamo visto tante volte, anche nel passato recente: è rifluito il gigantesco movimento contro la guerra del 2003 ed è rifluita la stagione di lotte a cui diede sbocco il referendum alla ex Fiat di Pomigliano nel 2010 che diede la spinta alle mobilitazioni contro il governo Berlusconi e alla campagna referendaria del 2011 per la difesa dei beni pubblici e contro il nucleare.
Ma sappiamo anche che il movimento comunista cosciente e organizzato oggi è ancora debole per mettersi efficacemente alla testa della mobilitazione, ancora non gode del riconoscimento e della fiducia degli elementi avanzati delle masse popolari.
Questa oggettiva “marginalità” spinge al settarismo, al codismo e all’opportunismo alcuni partiti e organizzazioni del movimento comunista che, anziché intervenire in lungo e in largo nel movimento popolare alimentato dagli elementi della società civile e dalla sinistra borghese (anche da una parte di quelli più invischiati con le Larghe Intese), si contrappongono, lanciano anatemi, preannunciano “i tradimenti” a cui le masse popolari andranno incontro e denunciano “le strumentalizzazioni” di chi cavalca la mobilitazione.
Sono tutte manifestazioni di difficoltà. Sono tutti sintomi dell’agire senza un piano d’azione, dell’operare spinti dall’illusione che la rivoluzione prima o poi scoppierà o dalla deviazione opposta, cioè che la rivoluzione socialista non è possibile perché non ce ne sono le condizioni.
Quello che dobbiamo fare
Abbiamo un piano d’azione per alimentare in senso rivoluzionario la mobilitazione delle masse popolari, anche quella promossa dagli elementi della società civile e dalla sinistra borghese: farla confluire nella lotta per costituire un governo di emergenza delle masse popolari organizzate, il Governo di Blocco Popolare.
Vediamo quindi in modo del tutto positivo, assolutamente positivo, il fatto che la sinistra borghese si metta a promuovere manifestazioni e proteste e che la Cgil si metta a promuovere scioperi, mobilitazioni e battaglie in campo politico, come i referendum. Entrambe le cose contribuiscono a mettere in moto le masse popolari.
Spetta a noi comunisti intervenire in ogni mobilitazione e aggregato per elevare la coscienza e l’organizzazione della loro parte più avanzata e determinata.
Tradurre in pratica il nostro piano d’azione significa portare in ogni mobilitazione la parola d’ordine e l’obiettivo del Governo di Blocco Popolare, ma se ci limitassimo a questo la nostra azione sarebbe monca e traballante.
Noi dobbiamo favorire e sostenere tutti i processi attraverso cui da ogni mobilitazione sedimenta l’organizzazione dei lavoratori e delle masse popolari. Questo vuol dire che da ogni manifestazione, iniziativa e protesta dobbiamo curare che rimanga un nucleo, grande o piccolo è al momento secondario, di elementi delle masse popolari organizzati.
Allo stesso tempo dobbiamo favorire il coordinamento degli organismi operai e popolari, di quelli esistenti e di quelli che via via si costituiranno. Ma c’è di più.
Dobbiamo imparare a fare cose che spontaneamente non sappiamo fare perché non sono ancora nostra abitudine e su cui dobbiamo sforzarci e sperimentare. Tra queste, due in particolare.
La prima è riassumibile nel fatto di portare gli organismi operai e popolari a mettere alla prova quegli elementi della società civile e della sinistra borghese che si mettono a promuovere la mobilitazione.
Vuol dire prenderli come punto di riferimento e “tartassarli”: chiamarli in causa, sollecitarli, chiedere loro di attivarsi, spingerli a prendere posizione e a promuovere iniziative favorevoli agli interessi delle masse popolari, mettere al servizio della mobilitazione i mezzi e le risorse che hanno a disposizione, spingerli a sostenere e affiancare gli organismi operai e popolari nelle relazioni – qualunque tipo di relazione – con le autorità e le istituzioni borghesi.
La seconda riguarda invece gli elementi della società civile e della sinistra borghese a cui riusciamo ad arrivare direttamente. Si tratta di spingerli a usare i mezzi e le possibilità di cui dispongono per sostenere le attività e le iniziative degli organismi operai e popolari. Anche quando queste attività e queste iniziative sono criminalizzate, represse e condannate dalle autorità e dalle istituzioni borghesi.
Sono due cose che ci obbligano ad affrontare il settarismo che ancora esiste nelle file del movimento comunista cosciente e organizzato e anche nelle nostre.
È vero che gli elementi della società civile e della sinistra borghese, anche “i migliori”, hanno già dimostrato mille volte tutta la loro inaffidabilità e discontinuità e le loro paturnie legalitarie: oggi ci sono, ma domani no; oggi sono agguerriti e domani sono depressi; oggi si sentono legati alle masse, domani si scoprono dipendenti del sistema delle Larghe Intese, oggi sono incendiari e domani sono pompieri. Ma è proprio in base al se, al quanto e al come essi si mettono al servizio dell’organizzazione e della mobilitazione delle masse popolari che verranno selezionati.
I più collusi con la classe dominante, i più codardi e opportunisti saranno surclassati e sostituiti da altri, quelli più disponibili a mettersi al servizio del cambiamento politico di cui c’è bisogno e che solo un grande movimento popolare di massa può imporre.
Del resto, saranno proprio quegli elementi della società civile e della sinistra borghese che avranno raccolto la fiducia delle masse popolari e che incarnano le loro aspirazioni al cambiamento a essere i ministri del Governo di Blocco Popolare.
L’esito dipende da noi
Dobbiamo imparare a vincolare gli esponenti della società civile e della sinistra borghese agli interessi, alle rivendicazioni e alle attività degli organismi operai e popolari.
Dobbiamo spingerli ad assumersene la responsabilità, nonostante per loro natura siano abituati al contrario: a fare i farfalloni in cerca di facili consensi, a non cimentarsi in qualcosa di più impegnativo della presa di posizione individuale.
È un pezzo importante nell’attuazione del nostro piano d’azione. Perché la mobilitazione delle masse popolari spinge gli elementi della società civile e della sinistra borghese ad assumere un ruolo e ciò alimenta lo sviluppo della mobilitazione delle masse popolari in ragione del prestigio di cui questi elementi godono e della fiducia che già raccolgono.
Possiamo giovarci del prestigio di cui godono già, ma in definitiva dobbiamo imparare a trattare e superare il nostro residuo settarismo. E a questo proposito non bastano le dichiarazioni di buona volontà, serve prendere saldamente in mano l’attuazione del nostro piano d’azione, serve coltivare la nostra autonomia ideologica e politica, serve mettere l’obiettivo della costruzione del Governo di Blocco Popolare davanti alle difficoltà.
L’esito dipende da noi. Nel senso che dipende da chi ha un piano d’azione. Quanti nel movimento comunista italiano non lo hanno, lasceranno la direzione della mobilitazione delle masse popolari in mano alla sinistra borghese e la sinistra borghese la porterà al riflusso. Possiamo imprimere al corso delle cose uno sviluppo diverso.
Possiamo portare il movimento popolare, che sta muovendo i suoi passi, al punto di rottura con il sistema politico delle Larghe Intese, possiamo costruire la massa critica che rende ingestibile il paese alle Larghe Intese, possiamo entrare a gamba tesa nelle contraddizioni del nemico, cacciare il governo Meloni e sostituirlo con il Governo di Blocco Popolare.
Non è facile, non è scontato e l’esito non è certo, ma “chi non lotta ha già perso”. E dopo decenni di sconfitte, siamo convinti che questo sia il momento di lottare per vincere.






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