Il governo Meloni è entrato nella fase terminale e degenerativa della sua crisi. Avviluppato nelle contraddizioni che esplodono a livello internazionale, ha esaurito gli argomenti per presentare la sua opera come parte della lotta per il sovranismo e contro le élite, ha cioè esaurito gli argomenti con cui aveva raccolto consensi fra una parte delle masse popolari.
Allo stesso tempo fa i conti con il fallimento dei propositi di soffocare il movimento popolare con la repressione.
È stretto all’angolo, ma i suoi padroni/padrini lo tengono ancora in vita (e del resto “cambiarlo con cosa e con chi?”) e, anzi, gli hanno assegnato un ruolo più coerente al contenuto della lotta di classe in corso: farsi promotore di una nuova “unità nazionale” sotto la bandiera della difesa della democrazia occidentale contro il “terrorismo” comunista e islamico, l’islamizzazione dell’Italia e la violenza politica.
L’obiettivo è radunare la parte più reazionaria della classe dominante e quella più abbrutita e moralmente corrotta delle masse popolari per fomentare la mobilitazione reazionaria.
La chiamano “unità nazionale”, ma è un salto di qualità nella guerra civile in corso che da strisciante si fa più aperta e, soprattutto, si fa più coerente con gli schieramenti di classe. Da una parte la classe dominante e dall’altra le masse popolari.
Unità nazionale
L’aspetto degenerativo della crisi del governo Meloni è ben evidente nel contenuto e nella forma delle dichiarazioni dei principali ministri. Alcuni esempi?
Commentando gli scontri che le forze dell’ordine hanno provocato al corteo del 31 gennaio a Torino, il Ministro della difesa, Crosetto, ha detto: “Oltre 1.000 persone. Organizzate militarmente. (…) Non sono manifestanti, sono guerriglieri, sono bande armate che hanno come obiettivo quello di colpire lo Stato e chi lo serve. (…) Devono essere combattuti come sono state combattute le Brigate Rosse e non essere trattati come compagni che sbagliano. Il giudizio di fronte a questi fatti deve vederci tutti uniti come lo furono le forze politiche negli anni del terrorismo. Non è in gioco una parte politica, ma la Repubblica italiana”.
Il Ministro dell’interno, Piantedosi, ha ulteriormente allargato il discorso: “chi sfila a fianco di questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità”.
Nella gara a chi la spara più grossa si è comunque distinto Salvini, ministro del tutto e niente: “conto che a chi è stato arrestato per l’aggressione al poliziotto gli si contesti almeno il tentato omicidio”.
Dulcis in fundo, Giorgia Meloni ha tirato la sintesi prendendo spunto dalla manifestazione che si è svolta a Milano il 7 febbraio contro la “speculazione olimpica”: “Migliaia e migliaia di italiani in queste ore lavorano perché tutto funzioni durante le Olimpiadi. Tantissimi lo fanno da volontari, perché vogliono che la loro Nazione faccia bella figura, che sia ammirata e rispettata. Poi ci sono loro: i nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano “contro le Olimpiadi”, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo”.
Se qualcuno pensa che tali deliri siano solo l’evidenza di problemi cognitivi, sta sbagliando. I ministri, come pure i sottosegretari, i giornalisti prezzolati, gli esponenti nazionali e locali dei partiti di governo, ecc. sono assolutamente presenti a loro stessi, sanno quello che dicono e perché lo dicono.
Non è un caso che la mossa immediatamente successiva a tali dichiarazioni sia stata la richiesta di Meloni al Pd di votare insieme il nuovo pacchetto sicurezza.
Anche chi pensa che lo scollamento dalla realtà si manifesti solo quando l’argomento è la difesa delle forze dell’ordine e la criminalizzazione del movimento popolare e “dei comunisti” è in errore.
Guardate i temi, gli argomenti e i modi con cui gli esponenti del governo stanno conducendo la campagna referendaria! Parlano, agiscono e mentono come fossero costantemente alterati, come se vivessero in una dimensione parallela in cui possono non curarsi delle conseguenze di ciò che dicono e fanno.
Anche in questo caso, però, non siamo di fronte a persone squilibrate. E infatti qualche risultato lo ottengono.
Inquinano il dibattito pubblico, terrorizzano le masse, instillano la paura e la usano come leva per promuovere il razzismo e la guerra fra poveri. E vanno spaccando il Pd, già lacerato dall’impossibile convivenza fra chi cerca di nascondere il sostegno alla Nato e allo Stato sionista di Israele (area Schlein) e chi sostiene apertamente il genocidio sionista o va a caccia di “putiniani e filorussi” (cricca Picierno).
In questo clima avvelenato, creato ad arte, i guerrafondai, i padroni e gli speculatori di ogni risma spadroneggiano e moltiplicano gli attacchi alle condizioni di vita e di lavoro, ai diritti, alle conquiste e agli spazi di agibilità politica delle masse popolari. Eccola l’unità nazionale della borghesia!
La guerra civile in Italia
Tutti i paesi imperialisti sono avviluppati nella guerra civile, conseguenza della crisi generale e alimentata dallo sviluppo della Terza guerra mondiale in corso. In alcuni è strisciante e in altri più aperta (come negli Usa), ma in ogni caso è destinata a compiere un salto.
Anche la storia del nostro paese è una storia di guerra civile. In alcune fasi, quando gli schieramenti in campo erano nettamente definiti sulla base dell’appartenenza di classe e il movimento comunista era forte, essa è stata più aperta e dispiegata. La Resistenza antifascista del 1943-1945 è stata una guerra civile in cui le masse popolari sotto la direzione del movimento comunista, hanno schiacciato gli occupanti nazifascisti.
Lo sono stati anche “gli anni di piombo”, definizione che la borghesia usa per descrivere il periodo in cui con attentati, stragi, repressione dispiegata, arresti di massa ha cercato di soffocare l’assalto al cielo del movimento rivoluzionario degli anni Settanta.
Dopo la sconfitta del movimento rivoluzionario italiano, la guerra civile è continuata come scontro fra le varie fazioni che compongono la cupola di potere del nostro paese, i vertici della Repubblica Pontificia, sotto forma di “guerra civile strisciante”.
Un esempio di ciò è stata “la guerra della mafia allo Stato”(1992-1994), definizione con cui la borghesia sintetizza il passaggio dal regime della Democrazia Cristiana all’affermazione di Berlusconi alla guida del paese. Tangentopoli, bombe, omicidi di giudici… furono la manifestazione pubblica dello scontro per decidere quale fazione della classe dominante doveva prevalere e a quali condizioni avrebbe governato il paese.
Quando diciamo che oggi siamo in una fase in cui il governo Meloni cerca di coagulare la parte più reazionaria della borghesia per far compiere alla guerra civile un salto di qualità intendiamo tre cose.
Intendiamo mettere in evidenza il tentativo di intruppare tutti gli agenti e gli attori, protagonisti e ausiliari, del sistema politico delle Larghe Intese per creare condizioni più favorevoli a dare un corso unitario (e reazionario) al paese. Con le cattive maniere, visto che con le buone, le “prassi costituzionali”, il governo Meloni non riesce a farlo.
Intendiamo mettere in evidenza che, allo stesso tempo, il governo Meloni e la parte più reazionaria della classe dominante che si farà intruppare nei tentativi di unità nazionale stanno cercando di creare condizioni più favorevoli per limitare l’iniziativa della parte della classe dominante che non vuole o non può intrupparsi.
Questo significa che ogni eventuale passo avanti nella costruzione di questa unità nazionale alimenterà comunque e inevitabilmente lo scontro fra le diverse fazioni dei vertici della Repubblica Pontificia. E, anziché rafforzarlo, indebolirà il promotore del tentativo: il governo Meloni.
Intendiamo, infine, mettere in evidenza che l’aspetto principale dello scontro politico nel nostro paese è la lotta di classe.
L’unità nazionale promossa dal governo Meloni ha ANCHE l’obiettivo di indebolire il polo Pd delle Larghe Intese, ma ha soprattutto l’obiettivo di eliminare i lacci e lacciuoli che oggi ancora limitano il pieno dispiegamento dello Stato e dei suoi apparati (ancora una volta la Costituzione del 1948) nella persecuzione e nella repressione del movimento operaio e popolare.
Nervi saldi e contrattacco
Solo gli inguaribili ingenui, o gli imbroglioni, possono credere che le dichiarazioni deliranti, i discorsi fatti con la bava alla bocca e le minacce di ministri, sottosegretari, giudici in pensione, prefetti, questori e giornalisti di regime non avranno conseguenze pratiche. Ce l’avranno.
Ma se questa è l’estrema ratio del governo Meloni, significa che è ben più debole e disperato di quanto voglia lasciar intendere. Potenzialmente ha i giorni, non i mesi, contati.
Ci provano e ci proveranno con maggiore decisione, con determinazione, e anche con violenza a imporre la loro unità nazionale, ad avanzare nella guerra civile contro le masse popolari. Ma ogni passo in quel senso obbliga chi lo compie a dover ricorrere alla mobilitazione delle masse popolari.
Eccolo il tallone d’Achille di tutta l’operazione! Realisticamente parlando, quali sono le masse popolari che possono essere mobilitate a combattere per difendere gli stessi personaggi che hanno già truffato i nazionalisti, i sovranisti, i razzisti e gli anticomunisti viscerali? Con quali promesse?

Certo, una componente particolarmente arretrata e abbrutita delle masse popolari esiste già, esistono gli scimmiottatori del fascismo del ventennio. E certo, le forze dell’ordine sono composte da gente spesso selezionata fra i peggiori balordi, disposti tanto al lavoro sporco quanto a farsi ridicolizzare, a beneficio di telecamere, con collari posticci e guarigioni miracolose per sostenere la farsa dell’emergenza terrorismo e della violenza politica.
Ed è certo, pure, che a dare man forte alla parte più reazionaria della borghesia italiana scenderanno direttamente in campo le agenzie Nato e Usa, il Mossad e i carnefici israeliani. Tutto vero.
Per questo motivo le dichiarazioni deliranti, i discorsi fatti con la bava alla bocca e le minacce di ministri, sottosegretari, giudici in pensione, prefetti, questori e giornalisti di regime NON vanno prese alla leggera per via dell’aspetto ridicolo e caricaturale che offrono. Al contrario, vanno prese sul serio e bisogna che il movimento comunista, il movimento operaio e il movimento popolare abbiano i nervi saldi di fronte a quello che i reazionari già fanno e faranno.
Ma le forze a disposizione del nemico si limitano a queste. E sono sempre più mal tollerate, invise, contrastate e odiate dalle masse popolari.
Guardiamo invece “alle nostre”, di forze. A quelle che il movimento popolare ha già, a partire dalla schiera di individui e organismi che non si fanno piegare o intimidire dalla repressione. Guardiamo a quelle che già oggi si battono generosamente mettendo a rischio incolumità fisica e fedina penale per resistere alle violenze poliziesche nelle piazze o per imbarcarsi con le spedizioni delle flotille che rompono l’assedio a Gaza.
Guardiamo all’iniziativa dei gruppi operai che per salvare i posti di lavoro dallo smantellamento dell’apparato produttivo (non solo “il loro posto di lavoro”) elaborano piani industriali e progetti di conversione ecologica delle aziende e guardiamo alle forze che il movimento rivoluzionario va accumulando man mano che gli organismi operai e popolari diventano un punto di riferimento per settori sempre più ampi di masse popolari.
Guardiamo alle tante forze che strapperemo persino al campo delle Larghe Intese: i consiglieri comunali e regionali, i sindaci, i rettori universitari… Ma anche quella parte di “servitori dello Stato” che non vuole più servire uno Stato di aguzzini dei lavoratori e delle masse popolari.
Ecco perché: nervi saldi sì, ma paura no.
La borghesia fa già – e farà più apertamente – la guerra ai comunisti, agli operai combattivi, alle masse organizzate, ai collettivi di lavoratori, agli organismi delle donne, ai collettivi studenteschi, alle reti ambientaliste, agli obiettori di coscienza alla guerra, agli attivisti pacifisti, ai preti pacifisti, ai militanti politici e sindacali…
Nervi saldi e una consapevolezza che dà fiducia nel futuro: la resistenza più efficace è il contrattacco.
Lo scriviamo chiaro e tondo – e saranno felici quelli che cercano un pretesto qualunque per criminalizzare – il movimento comunista, antimperialista e popolare deve passare al contrattacco per rovesciare il governo Meloni e la sua l’unità nazionale della parte più reazionaria della classe dominante.
Passare al contrattacco per cacciare il governo Meloni e sostituirlo con un governo di emergenza popolare che attua la Costituzione del 1948. Il fatto che persino questo sia considerato eversivo, dimostra la necessità di farlo.
Dare le gambe al governo di emergenza popolare che serve alle masse popolari è l’obiettivo che ci poniamo. Adesso e nelle piazze, nelle aziende, nelle scuole e nei quartieri, senza aspettare le elezioni del 2027.





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