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Che la situazione sfugga di mano…

Il punto sulla situazione politica

Teresa Noce by Teresa Noce
Marzo 1, 2026
in Resistenza n. 3/2026
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Ci concentriamo spesso sulla crisi del governo Meloni perché individuare i punti deboli del nemico principale, indicarli e farvi leva è parte del percorso per arrivare a liberarsene. Tuttavia è utile guardare anche alla situazione complessiva e allargare il ragionamento.

La crisi del governo Meloni è parte della crisi in cui versano i vertici della Repubblica Pontificia italiana. Quanto più progredisce e si aggrava la prima, tanto più progredisce e si aggrava la seconda.

Supponendo che il termine normalità abbia un senso per descrivere la situazione politica nel nostro paese – i vertici della Repubblica Pontificia operano in una situazione di costante “eccezionalità” per mettere toppe ai buchi provocati dalla crisi politica – a cose normali il governo Meloni sarebbe già stato sostituito.

Un governo che persegue lo scontro istituzionale (vedi la guerra contro la magistratura) e butta benzina sul fuoco delle mobilitazioni popolari (peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, precettazioni degli scioperi, repressione e continue denigrazioni) non è ideale per i loro traffici e affari. Ma noi non siamo affatto in una situazione normale.

Sul piano internazionale. i rapporti fra i principali gruppi imperialisti mondiali sono sconvolti dalle iniziative dell’amministrazione Trump e una delle ricadute è che anche in Italia si acuisce la lotta fra “il partito americano” e “il partito europeo”.

Lo sconvolgimento delle relazioni internazionali costringe anche l’Italia alla collisione tanto con i governi e i paesi con cui esistevano già relazioni quanto con quelli con cui avrebbe interesse ad avviarne. Citiamo qui le relazioni con la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese.

In fase di crisi acuta si acuisce anche la guerra per mantenere o accaparrarsi affari e speculazioni sul piano nazionale, regionale e locale attraverso le reti e i sistemi di potere su cui si basano le consorterie dei partiti delle Larghe Intese – quelle del Pd in Emilia Romagna e in Toscana; le relazioni che Lega e Fratelli d’Italia coltivano con la ‘ndrangheta e le altre organizzazioni criminali. Il sistema sanitario nazionale è il principale terreno di “devastazione e saccheggio” di queste consorterie, ma non l’unico. Dal Tav al ponte sullo Stretto fino ai progetti di cementificazione, “riqualificazione” e speculazione dei quartieri delle città.

Il tutto, in un contesto di emergenza: con le pressioni e le manovre tanto degli agenti sionisti e atlantisti che dei lobbisti della Ue; con le operazioni legate allo sviluppo della Terza guerra mondiale in cui l’Italia è immersa fino al collo; con il crescente e sempre più evidente malcontento delle masse popolari che prende forma nelle piazze, nelle aziende, nelle scuole.

Tutto sommato, le difficoltà dei vertici della Repubblica Pontificia sono ben evidenti.

La parte che, nonostante tutto, punta a tenere in vita il governo Meloni tenta la strada di un nuova unità nazionale reazionaria (vedi l’Editoriale), ma nella classe dominante cresce la fazione di quelli che vorrebbero liberarsi di questo governo e punterebbero volentieri su un altro cavallo. Se solo ce l’avessero un altro cavallo…

Staccare la spina al governo Meloni è probabilmente la cosa meno laboriosa: fra contraddizioni interne alla maggioranza, potenziali scandali e inchieste giudiziarie sono più i motivi che giustificherebbero la sua caduta rispetto a quelli che ne giustificano la sopravvivenza.

Far votare dall’attuale parlamento la fiducia a un governo tecnico senza passare da nuove elezioni sarebbe difficile, ma non impossibile. L’attuale parlamento è pieno di voltagabbana, fedeli allo stipendio e ai rimborsi, e indurne una parte a votare la fiducia a un nuovo funzionario del capitale, presentato come “il salvatore della patria”, sta nell’ordine delle cose.

Per i vertici della Repubblica Pontificia, invece, è molto più difficile individuarlo, un personaggio del genere. Uno che metta d’accordo le varie fazioni in guerra fra loro, uno abbastanza affidabile, uno che, se pure non gode del sostegno delle masse popolari, almeno non sia loro inviso.

L’operazione governo tecnico ha specifiche difficoltà, ma per la classe dominante è comunque preferibile rispetto alla strada delle elezioni anticipate perché, nonostante le mille diavolerie escogitate per scongiurare che le masse popolari possano decidere chi deve governare il paese, a ogni tornata elettorale il dato principale, oltre all’astensione, è la volontà di punire i partiti delle Larghe Intese.

Arrivati a questo punto si pone una questione: qual è oggi il ruolo del Pd?

Il Pd è una delle stampelle del sistema delle Larghe Intese, un protagonista assoluto del teatrino della politica borghese, quella sceneggiata a reti unificate che va in onda per inquinare le coscienze e il dibattito pubblico per permettere “alla politica che conta” di decidere al riparo dagli occhi delle masse popolari.

Il Pd viene spacciato come “il principale partito di opposizione”, ma è tutt’altro.

È un partito disgregato dalla lotta fra fazioni e ne sono esempi le “divisioni interne” su tutti i temi dirimenti: dalla guerra in Ucraina al genocidio in Palestina, dal referendum al diritto all’aborto.

È un partito che le masse popolari percepiscono ostile. E hanno ragione. È un partito padronale a tutti gli effetti: ha promosso o sostenuto tutti gli attacchi alle condizioni di vita e di lavoro, lo smantellamento dei diritti, le violazioni della Costituzione.

È un partito che non vuole assumersi la responsabilità di governare perché il suo programma è uguale al programma del governo Meloni. E se il principale partito d’opposizione non vuole andare al governo, quanto può essere efficace la sua opposizione? E infatti…

L’opposizione del Pd si nota solo quando, occasionalmente, alza la voce su aspetti marginali. Tuttavia sono ben più frequenti le occasioni in cui giustifica il suo immobilismo con la scusa che “al governo ci sono gli altri”.

Le principali attività in cui si cimenta sono la pubblicazione di qualche post sui social o la partecipazione alle trasmissioni in tv, ma si guarda bene dal promuovere la mobilitazione delle masse popolari contro il governo. Tranne quando la mobilitazione non è una manifestazione rituale, di facciata, di testimonianza.

Sulle questioni serie, il Pd ha lo stesso orientamento dei partiti del governo Meloni. In certi casi dichiara di pensarla diversamente, ma agisce come il governo.

Il disegno di legge sull’antisemitismo in discussione in parlamento ne è ennesima dimostrazione. Alcuni agenti sionisti del governo Meloni hanno proposto un testo che alcuni gli agenti sionisti del Pd hanno contestato e rimaneggiato, presentandone uno alternativo più repressivo di quello presentato dal governo (sic!)

Le sue maggiori energie, il Pd le investe nella lotta per difendere gli affari e le speculazioni che fanno capo alle sue consorterie a livello nazionale regionale e locale.

Qual è, dunque, il ruolo del Pd? Fare da stampella al governo Meloni.

La principale funzione politica del Pd consiste nel trattenere negli argini del sistema politico delle Larghe Intese il fronte delle organizzazioni politiche, sindacali, associative che gli fanno capo: Cgil, Arci, Anpi, la fitta rete di movimenti e associazioni pacifiste, ecc.

In modi diversi ognuna di esse deve assecondare le spinte che arrivano dalla base e scendere sul terreno della mobilitazione , ma evitando accuratamente che la mobilitazione delle masse popolari “sfugga di mano”.

Se la mobilitazione delle masse popolari diventa il principale elemento di ingovernabilità del paese – come si è visto a settembre e ottobre – gli esiti e le conseguenze sarebbero per i vertici della Repubblica Pontificia ben peggiori del marasma in cui sono immersi oggi.

Possiamo dunque concludere che il Pd ha il ruolo di pompiere della mobilitazione delle masse popolari. Lavora per dividerla, disgregarla e soffocarla dall’interno. Ma è pur vero che quanto resta del suo legame con le masse poggia principalmente su quanto e come veste i panni di partito di opposizione efficace, senza se e senza ma, al governo Meloni.

Possiamo giovarci del fatto che il Pd sta fra l’incudine e il martello. Non basta – e in definitiva non serve – denunciare sistematicamente che il Pd è un partito padronale, che ha il compito di spegnere i focolai di ribellione al sistema delle Larghe Intese. È ben più produttivo approfittare di tutte le occasioni in cui il Pd e i suoi cespugli sono costretti a promuovere mobilitazioni e manifestazioni contro il governo Meloni per intervenire su quella parte di masse popolari che vi partecipa nella speranza di trovare soluzioni che il Pd non può e non vuole dare.

In un contesto in cui tutti gli attori presenti nel teatrino della politica borghese si fanno in quattro per evitare “che la situazione sfugga di mano”, ci sono ampi margini per far sfuggire di mano la situazione al Pd.

Porselo come obiettivo è un primo passo. Perseguirlo è il secondo.

Un passo dopo l’altro le masse popolari organizzate imparano a rendere ingovernabile il paese a qualsiasi governo delle Larghe Intese e a realizzare le condizioni per un loro governo di emergenza.

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Tags: Politica
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