Per la combinazione di vari elementi, le prossime settimane possono essere decisive ai fini della cacciata del governo Meloni.
Diciamo nell’Editoriale che gli sguaiati tentativi di dare un indirizzo unitario al paese attraverso la promozione di una unità nazionale reazionaria sono velleitarie manovre difensive per eludere processi politici già in corso. Processi che minano la stabilità del governo. Vediamo i principali.
Il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo per il governo potrebbe avere un esito catastrofico perché la riforma è uno dei cardini del suo programma, perché per approvare la riforma non può ricorrere a sotterfugi tipo il voto di fiducia del parlamento e perché il referendum va sempre più assumendo un valore politico generale. Se, formalmente, il tema è la riforma della giustizia, il contenuto è governo Meloni sì o governo Meloni no.
E infatti nelle file della maggioranza la tensione sale.
Anche se Giorgia Meloni cerca di svincolare il suo governo dall’esito del referendum, la tendenza generale è, inevitabilmente, opposta.
La campagna di discredito contro chi vota No – equiparato ai “terroristi che promuovono la violenza politica” – e contro i giudici “che puntano a far invadere l’Italia dagli immigrati”, le menzogne sul fatto che la riforma porterebbe a “una giustizia giusta e veloce” sono argomenti su cui si scatenano gli esponenti, i sostenitori e i leccapiedi del governo.
Pur consapevoli che l’approvazione della riforma non rende la giustizia più giusta e la democrazia più democratica perché in una società divisa in classi la giustizia vigente è quella della classe dominante, l’interesse delle masse popolari è votare in massa No e il compito di tutti gli organismi politici, sindacali e sociali del campo anti Larghe Intese è fare una campagna attiva per il No.
Non è solo “una scelta di campo”, è l’occasione e l’opportunità di infliggere un colpo durissimo al governo Meloni, esattamente come il No al referendum costituzionale del 2016 fu una batosta per Matteo Renzi, tanto da costringerlo alle dimissioni e mandare a gambe all’aria il suo governo.
Oltre alla lotta nel campo della politica borghese per il referendum c’è anche l’iniziativa dal basso, la mobilitazione delle masse popolari. Le prossime settimane sono costellate di manifestazioni.
Le prime sul calendario sono:
– la mobilitazione degli studenti del 5 marzo contro la reintroduzione della leva obbligatoria,
– le manifestazioni per l’8 Marzo,
– lo sciopero proclamato dai sindacati di base (Usb e Cub)e Cgil – Flc per il 9 marzo,
– la mobilitazione del 14 marzo promossa dall’area politica della Rete dei Comunisti (Potere al Popolo, Usb, ecc.) “Per un NO sociale al referendum contro il governo”.
La più significativa, tuttavia, è la manifestazione nazionale a Roma del 28 marzo “contro i re e le loro guerre” promossa dalla rete No kings (già rete Stop Rearm Europe e rete A pieno regime). Il suo particolare valore sta nel legame politico con l’esito del referendum.
Se al referendum vince il No, la manifestazione del 28 marzo sarà l’occasione per rafforzare dalle piazze la batosta che il governo Meloni avrà preso alle urne.
Se vince il Sì, la manifestazione sarà comunque il primo appuntamento di un fitto calendario di iniziative per dare seguito a quel “blocchiamo tutto per cambiare tutto” che già lo scorso autunno ha fatto tremare il governo.
C’è un terzo aspetto che si combina ai precedenti: i preparativi e la partenza della nuova spedizione della Global Sumud Flotilla.
Inizialmente annunciata per il 29 marzo, la partenza è stata posticipata al 12 aprile. I sommovimenti politici a cui apre le porte sono profondi e ampi. Non solo perché è stata la spinta della flotilla a innescare la mobilitazione generale dello scorso autunno, ma anche perché la partenza è un fallimento di tutta la sua linea del governo Meloni che ha provato in ogni modo a soffocare il movimento di solidarietà con il popolo palestinese.
Nonostante inchieste, minacce, linciaggio mediatico e criminalizzazione la Global Sumud Flotilla salpa ancora e dimostra tante cose. La più importante è che quando qualcuno la organizza, la promuove e la coordina, la mobilitazione delle masse popolari scavalca i divieti, le restrizioni e gli ostacoli posti dalla classe dominante e dalle sue autorità.
C’è poi un quarto aspetto: la mobilitazione diffusa dei lavoratori e delle masse popolari.
Ci sono centinaia di focolai accesi e sparsi per il paese. C’è la mobilitazione degli abitanti di Bagnoli, a Napoli, che pretendono la bonifica del territorio contro le speculazioni legate all’America’s Cup. Ci sono le mobilitazioni della classe operaia contro lo smantellamento dell’apparato produttivo: Stellantis, Trasnova, ex Ilva, ex Gkn e altre decine di aziende.
Ci sono le manifestazioni e le iniziative contro la guerra e la Nato, una miriade di mobilitazioni antifasciste e antirazziste per contrastare le manovre della manovalanza dei padroni che raccoglie firme per una legge sulla remigrazione. C’è la lotta per la difesa degli spazi sociali, quella contro la repressione e i decreti sicurezza, quelle in solidarietà al Venezuela bolivariano, al popolo cubano e al popolo palestinese.
Senza una spinta cosciente al coordinamento, senza uno sbocco politico chiaro ognuna di queste mobilitazioni – ma anche il complesso di queste mobilitazioni – non è sufficiente a sbarrare la strada alle manovre del governo Meloni, benché ognuna di esse sia la manifestazione di quanto è capillare e diffusa la resistenza delle masse popolari.
Possibilità/necessità
Una simile combinazione di condizioni favorevoli alla cacciata del governo Meloni non c’era mai stata, benché il governo sia debole e traballante fin dalla sua installazione.
Questo non basta per avere la certezza di riuscire a cacciarlo nelle prossime settimane, ma tutti coloro che si pongono questo obiettivo devono impegnarsi per raggiungerlo.
Non c’è nessuna argomentazione valida per “rimandare la resa dei conti” alle prossime elezioni (che siano nel 2027 o anticipate); c’è invece la necessità di valorizzare fino in fondo l’opportunità che la combinazione delle condizioni favorevoli offre.
I principali ostacoli da affrontare risolutamente sono il settarismo e la politica degli orticelli. Le conseguenze cui porta il pensare ai piccoli interessi di bottega di questa o quella organizzazione politica o sindacale, anziché alle esigenze della lotta di classe, sono note.
Le abbiamo viste anche, solo per citare un esempio, quando lo spirito di concorrenza fra le organizzazioni sindacali è diventato il principale ostacolo al dare seguito allo sciopero del 3 ottobre scorso, lo sciopero unitario della Cgil con i sindacati di base.
Ancora oggi c’è, nelle organizzazioni sindacali, chi pensa che quello sciopero unitario sia stato “un incidente di percorso”, commesso per assecondare la spinta del movimento popolare che effettivamente voleva l’unità.
Ecco, chi è convinto che sia stato un errore di percorso è parte del problema per cui lo sciopero unitario del 3 ottobre non ha avuto un seguito all’altezza delle esigenze della lotta di classe.
La verità è che non esistono giustificazioni, buone ragioni o scuse per ostacolare il processo per cui tutti coloro che sono schierati contro il governo Meloni – organizzazioni politiche e sindacali, movimenti, reti sociali, associazioni, ecc. – confluiscano nella manifestazione del 28 marzo a Roma.
Non è affatto un argomento valido quello che indica il problema nella vicinanza di alcuni dei promotori con i cespugli del polo Pd delle Larghe Intese.
Abbiamo già avuto modo di affrontare l’argomento in passato: chiunque sia il promotore di una manifestazione, a determinarne il contenuto è chi partecipa, chi la assume, chi fa leva e sviluppa gli aspetti avanzati che la manifestazione esprime e chi valorizza il protagonismo dei partecipanti. Ma non è tutto.
Proprio considerando che una parte dei promotori di quella manifestazione, una parte della rete “No kings”, ha legami più o meno diretti con il polo Pd delle Larghe Intese è solo partecipando alla manifestazione – e contribuendo a determinarne il contenuto – che è possibile spaccare il fronte delle Larghe Intese e ostacolare le manovre del Pd per incanalare la mobilitazione nel solco della compatibilità e della concertazione, per respingere i tentativi del Pd di portarla “sotto l’ombrello” delle Larghe Intese.
Gli organismi operai e popolari hanno tutto l’interesse a impedire che il Pd prenda in mano le redini della mobilitazione, usandola per le sue speculazioni elettorali, per dividere fra buoni e cattivi, tra “pacifici e violenti”, tra responsabili e irresponsabili…
Che la mobilitazione delle masse popolari “sfugga di mano” al Pd e ai suoi emissari è una prospettiva assolutamente positiva e da perseguire. Significa toglierla dalle mani dei corresponsabili del degrado in cui versa il paese, dei complici dei promotori della Terza guerra mondiale e del genocidio in Palestina che contestano il governo Meloni, ma che se fossero al suo posto farebbero le stesse cose.
Più di speculare sulla possibilità effettiva di cacciare il governo Meloni, che significa attendismo – e, a maggior ragione, più che crogiolarsi nel dubbio “cade o non cade” – si tratta di portare il ragionamento sul terreno della responsabilità e dell’azione.
Il governo Meloni sarà cacciato se il movimento comunista, il sindacalismo di base e il movimento operaio e popolare si assumono la responsabilità di cacciarlo e si danno i mezzi per farlo; se promuovono e sviluppano la sinergia, la concatenazione e il coordinamento delle mobilitazioni.
Questa è la strada anche per impedire che i vertici della Repubblica Pontificia installino al posto del governo Meloni un governo di un altro colore, ma che attua lo stesso programma.
Stiamo parlando, in definitiva, di assumersi la responsabilità di rendere ingestibile il paese a ogni governo delle Larghe Intese, fino alla costituzione di un governo di emergenza popolare.
Spinte e oscillazioni
Che si riesca a cacciare il governo Meloni approfittando della combinazione di condizioni favorevoli delle prossime settimane è possibile, ma non è affatto certo.
Quello che è certo è che se pure il governo Meloni rimanesse in sella, uscirà peggio di come è messo oggi. E già non è un fiore.
È certo che se pure il governo Meloni rimanesse in sella, si tratterà di tornare a spingere e colpire più forte per farlo cadere.
Le manifestazioni di settembre e ottobre lo hanno fatto vacillare, quelle di questa primavera possono farlo cadere o almeno lo faranno vacillare ancora di più. Può resistere, ma se resiste è solo perché gli organismi operai e popolari, il movimento comunista, le organizzazioni politiche e sindacali, i movimenti e le reti sociali non hanno ancora assunto con decisione l’obiettivo di imporre un proprio governo.
Con l’idea più strutturata di un’alternativa, e con la determinazione a imporla, il governo Meloni crollerebbe.
Le prossime settimane sono politicamente dense. Ci sono molte occasioni per sviluppare l’unità d’azione, il coordinamento, la convergenza delle mobilitazioni, l’agire insieme.
Facciamo in modo che siano anche occasione per pensare e progettare insieme il nostro futuro. A partire dai nomi dei ministri del governo di emergenza che ha il compito di portare l’Italia fuori dalla Terza guerra mondiale, di fermare lo smantellamento dell’apparato produttivo, di assegnare un lavoro utile e dignitoso a tutti, di cacciare gli agenti sionisti dalle stanze dei bottoni e di togliere l’acqua in cui sguazzano i promotori del razzismo e della guerra fra poveri.
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Per un governo che attua la Costituzione, non gli ordini di servizio della Questura
In un articolo del 21 febbraio sul sito del Corriere della Sera Fabrizio Roncone presenta Franco Gabrielli (già prefetto di Roma e dell’Aquila, capo della polizia, capo della protezione civile e capo dei servizi segreti; già sottosegretario con delega ai servizi segreti nel governo Draghi) come possibile “alternativa” a Giorgia Meloni nel caso in cui Pd e M5s non trovino un accordo.
Tralasciamo qui la quantità di smancerie e i quintali di melassa – tipiche della pubblicità ingannevole – contenuti nel breve articolo di Roncone, l’esempio è utile per dimostrare come ragionano nel reame delle Larghe Intese.
Iniziano a pensare al dopo Meloni – talmente è evidente che traballa! – e serve trovare chi possa sostituirla. Dato che gli esemplari umani che infestano la scena politica sono impresentabili, dato che gli unti del signore, le menti eccellenti della finanza e gli irreprensibili e infallibili funzionari del capitale sono stati provati tutti e tutti sono stati bruciati (Monti, Draghi…), allora perché non puntare su uno sbirro di lungo corso?
Gabrielli è un sedicente “moderato progressista” (ottimo! Nessun rischio di conflitto con le autorità sovranazionali che spolpano il paese).
È ammanicato con i servizi segreti (perfetto! Nessun rischio di conflitto con gli agenti sionisti e atlantisti che infestano l’Italia).
È democratico (magari! Nessun rischio di figure di merda tipo La Russa che si vanta di avere il busto di Mussolini in casa e insabbia le indagini sul figlio accusato di stupro).
Ed è uno sbirro (eccellente! Nessun rischio di cedimento sulla svolta repressiva da dare al paese per proteggere gli interessi delle multinazionali, della Nato, degli Usa, dei padroni, delle organizzazioni criminali che decidono del Tav e del ponte sullo Stretto).
Nel reame delle Larghe Intese non sono poco intelligenti, ma non sanno che pesci prendere.
Al nostro paese SERVE un governo che fa piazza pulita di tutto quello che le Larghe Intese vogliono preservare e perpetuare. Serve un governo che rende pubbliche le generalità e il ruolo degli agenti sionisti, che impedisce che i porti italiani siano usati per il traffico di armi, che nazionalizzi le aziende che i padroni vogliono chiudere e delocalizzare, che prende i soldi investiti nella produzione e nel traffico di armi per risanare il sistema sanitario nazionale. Un sistema sanitario nazionale pubblico.
Quindi, giudicate voi. Avete tutti gli elementi per capire se al nostro paese serve un altro governo questurino con a capo Franco Gabrielli o un governo che attua la Costituzione del 1948 con Francesca Albanese…






