I motivi del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia sono avvolti nella nebbia della manipolazione, della propaganda e delle strumentalizzazioni. Le operazioni principali, più disinvolte e più gravi, manco a dirlo, sono opera del governo e dei sostenitori della riforma della giustizia.
Molto semplicemente, TUTTE le argomentazioni per il Sì al referendum sono menzogne.
La riforma della giustizia di Nordio e Meloni non riguarda principalmente la “separazione delle carriere”, non velocizza i processi, non garantisce affatto una “giustizia più giusta” e, soprattutto, una magistratura meno asservita ai poteri forti.
Tolta di mezzo la propaganda ingannevole, su cosa verte la riforma? Essenzialmente sul cambiamento degli organi che stabiliscono il funzionamento della magistratura:
– l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura, composto da membri eletti dai magistrati, verrebbe sostituito da un consiglio per i giudici e uno per i pubblici ministeri, entrambi composti da membri estratti a sorte fra gli stessi giudici e da una rosa di nomi fornita dal parlamento;
– verrebbe costituita una Corte disciplinare, per giudicare gli illeciti dei giudici, composta da membri estratti a sorte fra i giudici e i pubblici ministeri e da membri nominati dal Presidente della Repubblica e dal parlamento.
Altro che “magistratura più libera”: anche se attraverso un contorto processo di estrazione a sorte, il controllo (o per lo meno l’influenza) “della politica” sulla magistratura aumenterebbe.
È utile rilevare che anche tutta la propaganda del polo Pd delle Larghe Intese per il No alla riforma è della stessa sostanza di quella per il Sì, ovvero fuffa.
È del tutto falso che respingere la riforma è la strada per “una giustizia più giusta” (e già che usino gli stessi argomenti dei promotori del Sì dovrebbe insospettire!), a partire dal fatto che il mantenimento del sistema giudiziario vigente è la negazione stessa della giustizia.
Non è affatto vero che respingere la riforma è un modo per “difendere la Costituzione”, soprattutto se a dirlo sono quelli che hanno collaborato a pieno titolo, in tutti i modi e in ogni contesto, a violarla, la Costituzione, a eluderla, ad aggirarla e a svuotarla di significato. Non ricorderemo qui le mille picconate che i governi del Pd hanno dato alla Costituzione, le mille collaborazioni con gli eversori avvolti nella bandiera della Ue o degli Usa; non ricordiamo qui i contributi allo smantellamento della sanità e della scuola pubblica o il sostegno al coinvolgimento dell’Italia nelle guerre della Nato.
Non li ricordiamo noi perché potete farlo voi per valutare quanto siano genuini gli appelli a “difendere la Costituzione” del Pd e dei suoi cespugli.
Non è affatto vero, infine, che respingere la riforma è un modo per “difendere la democrazia”. A partire dal fatto che quella che loro chiamano democrazia è il sistema di potere e di governo da cui sono sistematicamente esclusi i lavoratori e le masse popolari, al punto che la maggioranza della popolazione ha persino smesso di andare a votare.
Per inciso, i partiti dell’attuale governo hanno preso 12.390.000 di voti: non rappresentano neanche la maggioranza delle persone che il 22 settembre 2022 sono andate a votare (29.539.000) e tanto meno rappresentano la maggioranza degli aventi diritto al voto (50.766.000)! Cosa c’è da difendere?
Chiarimenti. Il termine democrazia in bocca alla classe dominante ha un significato molto diverso da quello scritto sul vocabolario. Il vocabolario dice: “dottrina politica che si fonda sul principio della sovranità popolare, sulla garanzia delle libertà e su una concezione egualitaria dei diritti civili, politici e sociali dei cittadini”.
Ma la democrazia borghese è l’esatto opposto! Sovranità delle élite, libertà riservate ai ricchi (nel capitalismo la libertà è un privilegio) e suprematismo dei ricchi sulle masse popolari.
Le elezioni, lo strumento attraverso cui viene esercitato il feticcio della sovranità popolare, non servono affatto a decidere chi governa il paese. Mai successo. Già Gianni Agnelli, compianto da nessuno, ammetteva candidamente che le decisioni “che contano” vengono prese “da un partito che non ha eletti in parlamento”!
Il termine legalità, poi, è più astratto dello spirito santo. Non per la discrezionalità dei giudici che interpretano la legge, ma perché anche l’interpretazione è a senso unico. La legalità borghese è sempre impunità per ricchi e potenti e prevaricazione dei poveri, dei lavoratori e delle masse popolari.
Se il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia non fosse un referendum pro o contro il governo Meloni, sarebbe stato l’ennesima recita nel teatrino della politica borghese: tanta intossicazione per nascondere la presa per il culo delle masse popolari.
Tuttavia il principale contenuto del referendum del 22 e 23 marzo è esattamente questo: l’opportunità di dare una legnata al governo Meloni. E l’opportunità va colta, sostenuta e alimentata.
Ecco perché è nell’interesse di tutte le masse popolari votare in massa NO ed è compito di tutte le organizzazioni politiche e sindacali, dei movimenti, reti sociali e organismi operai e popolari schierarsi per il NO e lavorare attivamente affinché vinca il NO. Ma c’è di più ed è utile inquadrare il referendum nella crisi politica italiana.
A causa delle contraddizioni (leggi guerra per bande nei vertici della Repubblica Pontificia) provocate dalla crisi generale del capitalismo, la classe dominante riesce sempre meno a dare un indirizzo politico unitario al paese.
I piagnistei del governo Meloni sugli sgambetti che la magistratura fa “alla politica” descrivono in parte un fenomeno che è ben più ampio (la Corte dei conti che affossa il ponte sullo Stretto di Messina è un esempio) e di lungo periodo (vedi l’avviso di garanzia a Berlusconi durante vertice Onu di Napoli nel 1994).
La verità è che tutte le istituzioni pubbliche, i poli finanziari, bancari, industriali e militari, gli istituti privati, le fondazioni, i partiti politici delle Larghe Intese, i sindacati confederali, ecc. sono attraversate dalla guerra per bande fra fazioni della classe dominante (vedi l’Editoriale).
Questo genera costantemente i tentativi di una parte della Repubblica Pontificia di mettere ordine e accentrare di più i poteri.
Sono tentativi ciclici da quando, a metà degli anni Settanta, siamo entrati nella seconda crisi generale del sistema capitalista, e che hanno subito un’accelerazione dal 2008 quando la crisi è entrata nella fase acuta e terminale. E non corrispondono affatto a uno o all’altro degli schieramenti del teatrino della politica borghese, sono promossi dal centro-sinistra, dal centro-destra e, più spesso, da specifiche correnti di entrambi.
Il referendum del 22 e 23 marzo (promosso dal governo Meloni) è in questo senso figlio di quei tentativi, rientra in quel solco, come vi rientrava il referendum costituzionale del 2016 sul “superamento del bicameralismo perfetto” promosso da Renzi, che a sua volta era figlio della riforma del titolo V della Costituzione (sull’autonomia di regioni, province e comuni) a opera dei governi Prodi, D’Alema e Amato approvata nel 2001.
I tentativi di rendere più governabile il paese alle fazioni dei vertici della Repubblica Pontificia poggiano sulla velleità di dirimere “per legge” (riforme costituzionali) le inevitabili contraddizioni che esplodono in seno alla classe dominante. Ma, allo stesso tempo, sono anche un tentativo di compiere un passo avanti nell’eliminazione di quei lacci e lacciuoli costituzionali che in qualche modo vincolano il funzionamento degli organi dello Stato alla “volontà popolare”. Sono, per dirla in modo chiaro, tentativi di blindare “gli affari del paese”, di impedire ogni controllo e intervento su di essi da parte delle masse popolari organizzate.
Mandare a monte tutti i tentativi della classe dominante di rendere più governabile il paese ai loro fini è dunque un altro motivo per votare NO al referendum.
E se vince il Sì? L’esito di ogni battaglia ha uno specifico peso ai fini della guerra, ma preso singolarmente non è determinante ai fini della guerra. Se al referendum prevalesse il Sì muterebbero le condizioni della lotta per cacciare il governo Meloni, ma non cambierebbe l’obiettivo. Sarebbe un’evidente motivo di autocritica per tutto il fronte di organizzazioni politiche, sindacali, movimenti, ecc. per non essere riusciti a valorizzare al massimo le condizioni particolarmente favorevoli. Ma sarebbe anche una sveglia a lavorare con maggiore determinazione all’alternativa al governo Meloni.


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