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Cambiare tutto davvero

Teresa Noce by Teresa Noce
Dicembre 4, 2025
in In evidenza, Resistenza n. 11-12/2025
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Il 2025 si avvia alla conclusione in un contesto di grande incertezza. Non solo sul piano internazionale, con l’estensione e gli sviluppi della Terza guerra mondiale, ma anche sul piano nazionale.
Il governo Meloni chiude il 2025 con varie medaglie sul petto, ma l’unica che ostenta è quella di governo più longevo nella storia della Repubblica pontificia italiana. Più un disguido che un merito, ma tant’è…
Le altre medaglie? Le più luccicanti sono quelle di primo governo della storia italiana a essere denunciato alla Corte internazionale per complicità in un genocidio e di primo governo ad aver varato una finanziaria che somiglia al bilancio di una piccola azienda di provincia.
Si parla poco dell’incertezza e dell’instabilità politica italiana, l’informazione mainstream si occupa più volentieri della caduta in disgrazia del principe Andrea d’Inghilterra e del delitto di Garlasco, ma la realtà fa breccia anche nel muro di gomma della propaganda di regime.

Medaglia, medaglia…
Il 2025 si avvia alla conclusione in un contesto di grande incertezza. Non solo sul piano internazionale, con l’estensione e gli sviluppi della Terza guerra mondiale, ma anche sul piano nazionale.
Il governo Meloni chiude il 2025 con varie medaglie sul petto, ma l’unica che ostenta è quella di governo più longevo nella storia della Repubblica pontificia italiana. Più un disguido che un merito, ma tant’è…
Le altre medaglie? Le più luccicanti sono quelle di primo governo della storia italiana a essere denunciato alla Corte internazionale per complicità in un genocidio e di primo governo ad aver varato una finanziaria che somiglia al bilancio di una piccola azienda di provincia.
Si parla poco dell’incertezza e dell’instabilità politica italiana, l’informazione mainstream si occupa più volentieri della caduta in disgrazia del principe Andrea d’Inghilterra e del delitto di Garlasco, ma la realtà fa breccia anche nel muro di gomma della propaganda di regime.
Dal 25 ottobre in Cina è diventato obbligatorio essere laureati per poter fare gli influencer sui social.
Le autorità cinesi considerano la laurea come sinonimo di conoscenza, affidabilità, serietà e responsabilità. Evidentemente, giustamente, prendono come riferimento l’istruzione cinese, ben lontana dai risultati prodotti dallo scempio che nei paesi imperialisti è stato fatto della scuola e dell’università…
Qualcuno si chiede se un provvedimento simile potrebbe essere adottato anche in Italia.
Se non fosse usato come strumento di censura, sarebbe effettivamente una misura per arginare l’intossicazione delle coscienze che dilaga. Ma in Italia ci sarebbe una grave controindicazione: sarebbe messa a repentaglio la carriera di almeno due terzi dei parlamentari e quella di tutti, praticamente tutti, i componenti del governo. Lo diciamo senza pregiudizio e a ragione veduta.
A fine ottobre il vicepresidente leghista del Senato, Gian Marco Centinaio (già ministro delle politiche agricole con il governo Conte 1) ha autorizzato in Senato la presentazione di un libro sulla macchina di Majorana, quel prodigio di fantasia “in grado di annichilire la materia, produrre energia infinita, trasformare la gommapiuma in oro e persino ringiovanire le persone”.
Ecco, a proposito di conoscenza, affidabilità, serietà e responsabilità, un’altra medaglia di merda per la cricca che governa il paese…

A settembre e a ottobre si sono materializzate nelle piazze, in carne e ossa, le folle che invocano la cacciata del governo Meloni.
È una novità, dato che fino allo scorso settembre le manifestazioni di piazza avevano più che altro contestato questo o quel singolo provvedimento del governo.
E invece eccole lì: due milioni di persone nelle piazze dello sciopero generale del 3 ottobre e oltre un milione alla manifestazione nazionale di Roma del giorno dopo, a gridare tutte insieme “Governo Meloni, dimissioni”, “Governo Meloni fuori dai coglioni”.
I più cauti diranno che non bastano affatto quelle manifestazioni per poter definire la situazione politica incerta e instabile.
La cautela è sacrosanta, ma esortiamo i lettori ad allargare lo sguardo e ad approfondire il ragionamento.

Il 2025 volge al termine in un contesto di grande incertezza politica soprattutto perché le mobilitazioni di settembre e ottobre hanno fatto emergere la forza delle masse popolari organizzate e l’hanno indirizzata contro il governo Meloni, mettendolo con le spalle al muro.
E soprattutto perché hanno posto con evidenza la necessità di un governo alternativo alla cricca Meloni/Salvini/Tajani e alle Larghe Intese, contribuendo a mettere sul tavolo alcune questioni decisive: quale governo deve sostituire il governo Meloni? Da chi deve essere composto? Quale programma deve attuare?
Iniziare a rispondere a queste domande significa iniziare a toccare con mano l’instabilità del sistema politico delle Larghe Intese e prendere atto della situazione: tutto può ristagnare in un’apparente stasi oppure tutto può cambiare molto velocemente. Ciò di cui bisogna essere coscienti, in ogni caso, è che a decidere gli sviluppi sarà principalmente la mobilitazione delle masse popolari organizzate.

Tutto può ristagnare in un’apparente stasi

La crisi del governo Meloni non è iniziata lo scorso settembre. Il governo Meloni è nato malato, come tentativo di (esperimento per) far ingoiare alle masse popolari un governo che si presentasse come “alternativo e antagonista” al governo Draghi, ma che attuasse lo stesso programma.
Così è stato, ma in tre anni di governo sono emerse sia le contraddizioni fra i partiti che lo compongono, sia le contraddizioni fra i gruppi di potere di cui è disseminata la Repubblica Pontificia italiana. La guerra tra governo e magistratura, con lo stop alla costruzione del ponte sullo Stretto di Messina da parte della Corte dei conti, è solo una di queste.
Il governo Meloni, nato raccogliticcio e malato, non si è ancora disgregato solo perché i vertici della Repubblica Pontificia non hanno un’alternativa, non riescono ad accordarsi sulla formazione di un altro governo che abbia le caratteristiche e le capacità per portare avanti lo stesso programma senza suscitare la ribellione delle masse popolari.
Ne deriva che il governo Meloni sta ancora in piedi solo perché nel paese non è sorto un diffuso movimento popolare che ponga con determinazione la linea della sua cacciata. Ecco spiegata la medaglia di governo più longevo della Repubblica Pontificia, conquistata pur non avendo alcun merito…
La situazione di apparente stabilità politica ha comunque delle conseguenze pratiche: maggiore sottomissione dell’Italia agli imperialisti Usa, ai sionisti e alla Ue, con tutto quello che ne consegue in termini di intruppamento del paese nella Terza guerra mondiale e complicità nel genocidio in Palestina; aggravamento delle endemiche “emergenze” economiche e sociali, prima fra tutte l’ecatombe di posti di lavoro, lo smantellamento dell’apparato produttivo, della sanità pubblica e dell’istruzione pubblica; l’allargamento della speculazione, l’aggravamento della devastazione ambientale e dei territori, ecc.
Tutte conseguenze che a loro volta alimentano la ribellione e la mobilitazione delle masse popolari.

Tutto può cambiare molto velocemente

Che il governo Meloni debba arrivare a fine mandato, nel 2027, non è un comandamento scolpito sulla pietra. Stante la situazione sarebbe anzi un disguido e in una certa misura un errore.
Un disguido perché le condizioni oggettive indicano che il governo Meloni è debole e vacilla. Un errore, dunque, non approfittarne per cacciarlo.
Più che guardare “all’occasione delle elezioni del 2027” c’è da ragionare su cosa fare per mandare a casa il governo Meloni adesso, su cosa fare per dare uno sbocco politico alla mobilitazione promossa dagli organismi operai e popolari, dai movimenti, dalle reti sociali, dalle organizzazioni sindacali.
“Sbocco politico” non è lotta per conquistare una rappresentanza parlamentare fra i banchi dell’opposizione, ma lotta per imporre un governo di emergenza popolare che trascina l’Italia fuori dalla spirale della Terza guerra mondiale e la schiera a fianco dei popoli in rivolta e delle masse popolari in lotta; che ferma lo smantellamento e il saccheggio dell’apparato produttivo e lo ristruttura e riorganizza per produrre quello che occorre alle masse popolari e al paese in modo compatibile con l’ambiente e la sicurezza; che assicura un lavoro utile e dignitoso a ogni persona. Altro che conversione bellica delle aziende!
“È il governo dei sogni!”, commenta con sarcasmo chi è assuefatto a vivere di incubi.
No, non è il governo dei sogni. È la traduzione pratica che NOI diamo (a questo proposito chiediamo a chi ne dà un’altra di spiegarla bene, in modo che si possano confrontare le diverse prospettive) a quel “Cambiamo tutto” che giustamente campeggia nelle parole d’ordine di tante organizzazioni politiche e sindacali in questi mesi.

Cambiare tutto

Per cambiare tutto sul piano politico bisogna cambiare il modo in cui si valuta il movimento pratico delle masse popolari.
Le mobilitazioni, le manifestazioni e le proteste non sono un bacino di opinione pubblica da incanalare nel teatrino della politica (lotta politica borghese, ipotetici voti alle elezioni, ecc.), ma il contesto in cui sviluppare il protagonismo degli organismi operai e popolari e l’ecosistema in cui si formano nuovi organismi.
Le mobilitazioni di settembre e ottobre sono scaturite dall’azione del Calp di Genova (vedi l’Editoriale) e hanno creato l’ecosistema in cui gli organismi che già esistevano si sono rafforzati e una miriade di embrioni di organismi operai e popolari si sono formati (soprattutto nelle scuole e nella sanità).
Se le mobilitazioni di settembre e ottobre, scaturite dall’azione di un organismo operaio, hanno ispirato e mobilitato milioni di persone e hanno messo il governo Meloni con le spalle al muro, allora l’azione cosciente e coordinata di dieci, cinquanta, cento organismi operai e popolari può porsi qualunque obiettivo.
Gli ambiti di intervento sono infiniti. Le forme e i metodi di lotta possibili sono imprevedibili. La forza dispiegata è inarrestabile. Qualunque contromisura delle autorità, dei ministeri, dei tribunali e delle prefetture sarebbe velleitaria.
Da qui una sintesi: per cambiare tutto sul piano politico, per riuscire a costituire un governo di emergenza popolare, serve rafforzare il ruolo degli organismi operai e popolari che esistono già, serve lavorare per farne nascere di nuovi e serve promuovere il coordinamento di tutti, di quelli esistenti e di quelli che sorgeranno. La rete degli organismi operai e popolari sarà la base su cui poggia e la forza di cui si avvale il nuovo governo che serve al paese.
È utile affrontare una seconda questione. Il governo che gli assuefatti agli incubi definiscono “dei sogni” deve essere composto da personaggi che godono della fiducia degli organismi operai e popolari.

Attenzione: NON da personaggi che godono della fiducia nostra o di questa o quella organizzazione politica e sindacale, dei comunisti o degli antimperialisti, ma della fiducia degli organismi operai e popolari. Perché è agli organismi operai e popolari che tali personaggi devono rispondere del loro operato.
I potenziali ministri di un governo di emergenza popolare, dunque, esistono già.
Alcuni sono attivisti di lungo corso, altri sono emersi con le mobilitazioni di settembre e ottobre, altri ancora erano dei perfetti sconosciuti per le larghe masse fino a giugno. Sono sulle pagine di tutti i giornali, in genere per essere denigrati, sminuiti, ridicolizzati, messi in contraddizione.
La sinistra borghese e il polo Pd delle Larghe Intese farebbero carte false – e fanno su di loro mille pressioni – per inserirne i nomi nelle liste elettorali e irretire le masse popolari con promesse di cambiamento di cui quei nomi sarebbero garanzia.
Possiamo fare degli esempi, tuttavia è il principio di fondo che deve essere chiaro: parliamo di personaggi che godono della fiducia degli organismi operai e popolari e che, chiamati a dirigere un pezzo di paese, vincolano la loro azione e il loro ruolo a quella fiducia; che vengono mandati a casa nel momento in cui quella fiducia viene meno. Servono nomi? Francesca Albanese, Moni Ovadia, Alessandro Barbero, Pasquale Tridico, Giorgio Parisi, Carlo Rovelli…
I personaggi che la sinistra borghese e il polo Pd delle Larghe Intese vuole inserire nelle liste elettorali per irretire le masse popolari sono molti. Ecco, possono avere un ruolo diverso e positivo: anziché partecipare al raggiro o rimanere ai margini per non esserne complici, possono mettere le loro conoscenze, esperienze e capacità al servizio degli interessi delle masse popolari.
Oggi non siamo (ancora) nella situazione in cui “anche una cuoca può dirigere lo Stato”, ma in quella in cui i portuali, i metalmeccanici, i fattorini, i maestri, le professoresse, i muratori, le autiste, gli infermieri, i bidelli, le pensionate, ecc. organizzati e attivi nella lotta politica e nelle lotte sociali possono decidere – quindi devono decidere – chi deve governare il paese negli interessi delle masse popolari.
Il 2025 si chiude in una situazione di grandi sommovimenti. Confidiamo di aver dato ai lettori alcuni elementi su cui ragionare. Non per arrivare alla conclusione che non c’è niente da fare, che cambiare tutto è difficile, ma per concludere che il lavoro da fare è molto e per cambiare tutto il contributo di ognuno è prezioso.

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Tags: Politica
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