Un bilancio delle mobilitazioni di settembre e ottobre
Fra settembre e ottobre, per circa un mese, l’Italia è stata attraversata da una mobilitazione enorme e dirompente che ha sciolto come neve al sole tutte le “analisi” sulla scarsa combattività delle masse popolari italiane.
Blocchiamo tutto è stato detto e blocchiamo tutto è stato fatto: porti, stazioni, autostrade, tangenziali. Sono stati proclamati due scioperi generali di cui uno, quello del 3 ottobre, indetto unitariamente dalla Cgil e dai sindacati di base.
Le motivazioni che hanno spinto milioni di persone a scendere in piazza sussistono ancora tutte – e sussisteranno finché le Larghe Intese governeranno il paese. È dunque particolarmente importante capire come è stata possibile quella mobilitazione, come alimentarla e svilupparla per dare gambe all’obiettivo di cacciare il governo dei servi della Nato, dei sionisti e della Ue e sostituirlo con un governo di emergenza popolare.
Se si sgombera il campo dai luoghi comuni, dai facili entusiasmi e dagli ingiustificati pessimismi è possibile trovare le risposte. Procediamo per punti.
Il Calp e il ruolo delle organizzazioni operaie
A monte di ogni analisi e di ogni ragionamento c’è il fatto che le mobilitazioni di settembre e di ottobre sono lo sviluppo dell’iniziativa di un organismo operaio che ha assunto un ruolo che va oltre le questioni vertenziali e aziendali e agisce sul piano politico.
Il Comitato Autonomo Lavoratori Portuali (Calp) ha assunto un ruolo politico e lo ha fatto fin da quando, anni fa, ha iniziato a mobilitarsi contro il traffico di armi nel porto di Genova.
Con l’iniziativa pratica si è costruito una sua autorevolezza ed è diventato un punto di riferimento – non solo a Genova – per chi si oppone al coinvolgimento dell’Italia nella Terza guerra mondiale. È diventato un esempio per altri portuali e per tutto il movimento che lotta contro la Terza guerra mondiale.
Quando a fine agosto ha lanciato l’appello a bloccare tutto in caso di attacco alla Global Sumud Flotilla, il Calp ha dato uno sbocco concreto a tutto il movimento di solidarietà al popolo palestinese. Si è assunto una responsabilità e ha spinto in avanti tutto il movimento popolare.
È una traduzione pratica del principio generale per cui quando la classe operaia si organizza e si attiva, prende facilmente la testa della mobilitazione del resto delle masse popolari e la indirizza.
Il ruolo dei sindacati di base
È estremamente utile soffermarsi sul ruolo dei sindacati di base, in questo caso sulla relazione fra Calp e Usb.
Non parliamo qui del fatto che molti portuali del Calp siano iscritti Usb. Non è il sindacato di appartenenza l’aspetto decisivo del ragionamento: i porti dove sono state bloccate con continuità le armi dirette a Israele sono quelli dove sono presenti organismi di lavoratori, come il Calp, che hanno individuato i carichi di armi e organizzato i blocchi.
La questione su cui vogliamo porre l’attenzione è la seguente: quando un organismo operaio combina la propria azione con quella di un’organizzazione sindacale adeguatamente combattiva, l’azione dell’organismo operaio viene estesa e rafforzata.
L’Usb, in questo caso, ha fatto ciò che un singolo organismo operaio da solo non può fare (o può fare fino a un certo punto): ha amplificato l’appello del Calp in tutto il paese, ma soprattutto lo ha trasformato nella parola d’ordine dello sciopero generale del 22 settembre, dandogli una traduzione pratica e di massa.
L’azione dell’Usb ha rotto gli argini del bon ton sindacale dietro cui si nasconde normalmente la dirigenza della Cgil per giustificare il proprio immobilismo e ha alimentato un sommovimento fra gli iscritti, i delegati e persino tra una parte di funzionari di tutte le categorie della Cgil.
La Cgil è stata spinta a proclamare lo sciopero del 19 settembre, ma il primo vero sciopero generale a sostegno della Global Sumud Flotilla è stato quello del 22 settembre.
Il sindacalismo di base ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone, una “base” che va molto al di là del numero degli iscritti alle organizzazioni che avevano proclamato lo sciopero; ha coinvolto studenti e vari settori della masse popolari che hanno effettivamente “bloccato tutto” il paese. E ciò ha letteralmente costretto i vertici della Cgil a proclamare lo sciopero unitario del 3 ottobre.
Emerge qui un secondo principio generale: quando le organizzazioni sindacali di base indicano una strada di lotta e di riscossa che risponde alle aspirazioni dei lavoratori, imboccando la strada della rottura con l’andazzo ordinario delle cose, con le manifestazioni-passeggiata e con gli scioperi indolore, una parte importante di lavoratori risponde ai loro appelli, anche se sono iscritti alla Cgil, ad altri sindacati di regime o a nessun sindacato.
Società civile, parlamentari e influencer
Non è affatto vero che l’ampiezza della mobilitazione in solidarietà al popolo palestinese e a sostegno della Global Sumud Flotilla è il risultato della visibilità di alcuni dei componenti della Flotilla (elementi della società civile, parlamentari, giornalisti, influencer, ecc.).
La straordinaria mobilitazione è stata il frutto del protagonismo di un pezzo di classe operaia – a partire dall’imbarco di Josè Nivoi del Calp e dell’Usb – che si è posta alla testa della mobilitazione.
Combinato a questo – e subordinato a questo – c’è il ruolo assunto dagli elementi della società civile, parlamentari, giornalisti, influencer imbarcati sulla Flotilla e, a traino, quello dei partiti del campo largo (con uno stuolo di amministratori locali al seguito).
Il protagonismo del Calp e dell’Usb – e non la presenza sulla Flotilla di parlamentari, giornalisti, influencer, ecc. – è stato non solo l’innesco della mobilitazione, ma anche il principale e più efficace strumento di deterrenza contro i sionisti d’Israele e i loro agenti in Italia, fuori e dentro il governo e le istituzioni.
Quegli elementi della società civile, quei parlamentari, giornalisti, ecc. che, pur godendo di una qualche fiducia e di un qualche prestigio fra le masse popolari, durante le mobilitazioni hanno assunto posizioni ambigue e conciliatorie sono stati isolati e superati. E sono emerse altre figure (alcune sconosciute alle masse fino a poche settimane prima), in virtù del sostegno che hanno pubblicamente dato al movimento popolare e alle forme in cui si andava esprimendo.
Significativo, a questo proposito, è che il governo Meloni e il polo Pd delle Larghe Intese hanno fatto un’enorme fatica a delegittimare e criminalizzare il movimento popolare, anche quando ha assunto forme e pratiche radicali, ad esempio violando le norme dei decreti sicurezza.
Chi ha condannato o anche solo ha preso le distanze dalle piazze si è isolato ed è giustamente finito nel novero dei complici dei sionisti.
Emerge così un terzo principio generale: la mobilitazione delle masse popolari – non gli elementi della società civile, i parlamentari, i giornalisti, gli influencer, ecc. – sposta a sinistra l’asse politico del paese.
Risultati della mobilitazione
L’Editoriale del numero scorso di Resistenza era intitolato “Giorni che valgono anni” e non a caso. La mobilitazione popolare di alcune settimane ha cambiato il paese e ha assestato un bel colpo al disfattismo, all’attendismo e alle posizioni conciliatorie.
Intendiamoci, al governo c’è ancora la cricca dei servi della Nato, degli Usa, dei sionisti e della Ue raccolta attorno a Giorgia Meloni; il sistema politico è ancora quello delle Larghe Intese, dove “l’opposizione” regge il sacco al governo perché in definitiva ha lo stesso programma. Ma sono cambiate alcune cose sostanziali per lo sviluppo della lotta di classe.
Abbiamo già parlato del ruolo assunto dalla classe operaia, in particolare quella organizzata che opera con continuità. Abbiamo parlato anche delle potenzialità del ruolo dei sindacati di base.
Oltre a ciò, in tutto il paese sono sorti – o ci sono condizioni più favorevoli per cui sorgano – organismi di lavoratori nelle aziende private (persino in quelle della filiera bellica – vedi pag. 9) e nelle aziende pubbliche, in particolare nella sanità e nella scuola. Sono sorti o stanno sorgendo ovunque organismi studenteschi che sono già protagonisti di una dispiegata mobilitazione nelle scuole (vedi articolo a pag. 7).
Le pratiche di lotta si sono repentinamente fatte più radicali. Questo non significa solo, né soprattutto, “scontri con la polizia”: significa che gli organismi operai e popolari, le reti sociali, i movimenti non si limitano più alla protesta, ma si stanno dando i mezzi per iniziare a fare quello che bisogna fare, senza delegare al governo e alle istituzioni che invece non vogliono farlo.
È un sommovimento generale che fa emergere due linee ben distinte, in lotta fra loro per affermarsi l’una sull’altra, riguardo agli sviluppi possibili.
Da una parte, la linea promossa da quelli che, passata “la contingenza”, sono per far tornare le cose come stavano prima: concorrenza fra organizzazioni politiche, concorrenza fra organizzazioni sindacali, un qualche tipo di sfiducia, se non proprio rassegnazione, rispetto al fatto che il movimento popolare può rovesciare il sistema politico delle Larghe Intese e imporre un governo che faccia in grande e per esteso quello che gli organismi operai e popolari e i movimenti hanno già iniziato a fare con gli strumenti che hanno a disposizione.
È anche da qui che prendono forza le rinnovate illusioni che a sinistra animano gli appelli per farsi trovare preparati alle elezioni politiche del 2027, come se non fosse possibile cacciare il governo Meloni prima del 2027…
Dall’altra parte, la linea promossa da quanti vogliono valorizzare e sviluppare i risultati della mobilitazione di settembre e di ottobre per farla finita con il programma comune delle Larghe Intese, la cui attuazione è affidata oggi al governo Meloni, e lavorare per costituire un governo alternativo alle Larghe Intese.
Che fare?
È doverosa una considerazione generale. Abbiamo detto che le mobilitazioni di settembre e ottobre sono state lo sviluppo dell’iniziativa di un organismo operaio che ha iniziato ad assumere un ruolo che va oltre le questioni vertenziali e aziendali e agisce sul piano politico.
Qualcuno può obiettare che si tratta di una forzatura perché ad alimentare quelle mobilitazioni c’erano più fattori, anche molto diversi fra loro. Ribadiamo qui che hanno concorso sicuramente più fattori, anche diversi fra loro, ma la questione decisiva è stata – ed è – il ruolo politico assunto dalla classe operaia organizzata che opera con continuità oltre le questioni vertenziali e di azienda.
Oltre al Calp, ci sono già altri esempi di organismi simili – citiamo qui solo il Collettivo di Fabbrica della ex Gkn – solo che, per il momento, sono ancora pochi e, soprattutto, procedono ancora in ordine sparso.
Ragionando sui risultati pratici della loro iniziativa (vedi anche articolo a pag. 10) è evidente che basterebbero venti, trenta, cinquanta organismi come questi nelle principali aziende del paese per fare la differenza. E il discorso va allargato agli organismi che non sono operai: al movimento No Tav, a Extincion Rebellion e Ultima Generazione, a Giovani Palestinesi e Udap, Sanitari per Gaza, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università…
Se iniziano a coordinarsi, la lotta per rovesciare il sistema delle Larghe Intese e costituire un governo di emergenza popolare può fare un balzo enorme.
Il che fare? è quindi già abbastanza chiaro: dobbiamo usare ogni situazione, ogni pretesto, ogni appiglio per rafforzare il ruolo politico degli organismi operai e popolari esistenti (e sono già davvero tanti!), costruirne laddove non ci sono e promuovere il coordinamento di tutti.
Questa è un’indicazione generale assolutamente valida tanto per le organizzazioni politiche comuniste e anti Larghe Intese quanto per le organizzazioni sindacali di base. Ed è valida anche per ogni lavoratore avanzato, per ogni elemento avanzato delle masse popolari.






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