Il 25 ottobre si è svolta a Roma l’assemblea con cui Potere al Popolo (Pap) ha lanciato la costruzione di un “blocco sociale” per cacciare il governo Meloni alle elezioni politiche del 2027.
Abbiamo recentemente trattato dell’iniziativa, in particolare nell’articolo del 22 ottobre dell’Agenzia Stampa Staffetta Rossa “Sull’assemblea promossa da Pap il 25 ottobre a Roma – Per un fronte comune delle forze politiche, sindacali e sociali anti Larghe Intese”. Anche il (n)Pci ha scritto in proposito con il Comunicato del 23 ottobre “Ai promotori e ai partecipanti dell’assemblea indetta da Potere al Popolo”.
L’iniziativa di Pap presenta alcuni aspetti molto positivi, primi fra tutti la “vocazione unitaria” e il fatto, inedito, che nel campo anti Larghe Intese si inizia a parlare di elezioni con largo anticipo, senza aspettare le contingenze dettate dal nemico.
Abbiamo individuato anche alcune questioni eluse. La prima e più importante è la seguente: i compagni e le compagne di Pap ritengono che per cacciare il governo Meloni sia necessario aspettare le elezioni del 2027, oppure ritengono che ci siano la necessità e le condizioni per non farlo arrivare a fine mandato e cioè per cacciarlo ora?
La risposta non riguarda solo Pap, ma tutti i partiti e le organizzazioni politiche e sindacali del fronte anti Larghe Intese perché da essa deriva ciò che concretamente occorre fare per dare continuità e sviluppo alla mobilitazione popolare.
Noi siamo convinti che rimandare alle elezioni del 2027 sia una forma di attendismo perché cacciare il governo Meloni adesso è una necessità e le condizioni per farlo ci sono.
Anzi, cacciare il governo Meloni deve diventare un obiettivo perseguito sistematicamente e coscientemente da tutto il movimento popolare e da tutte le organizzazioni e gli organismi che lo promuovono. E qui si presenta una seconda questione: qual è il governo che deve prendere il suo posto?
Noi sosteniamo che quella stessa rete di organismi operai e popolari e organizzazioni politiche e sindacali che si mobilita per cacciare il governo Meloni deve promuovere anche la costituzione di un governo di emergenza che lo sostituisca, usando quella stessa forza con cui riuscirà a cacciarlo (e che, in verità, aumenterà nel corso della lotta). La “formula” è la seguente:
– rendere ingovernabile il paese fino a cacciare il governo Meloni,
– renderlo ingovernabile per impedire che le Larghe Intese installino un governo apparentemente diverso, ma che attua lo stesso programma,
– renderlo ingovernabile finché gli organismi operai e popolari non riescono a imporre un loro governo, un governo di emergenza popolare.
A chi ci risponde che non ci sono le condizioni per attuare una linea simile diciamo che è necessario mettersi a costruirle, anziché abbandonarsi alla sfiducia o alle illusioni che possano esistere scorciatoie (fra cui la partecipazione alle elezioni).
Rimane da capire qual è l’alternativa di governo che hanno in mente i compagni e le compagne (non solo di Pap!) che propongono di cacciare il governo Meloni attraverso le elezioni. E qual è la strada per realizzarla.
È molto importante che lo spieghino, perché il bilancio di tutte le esperienze elettorali degli ultimi trent’anni (quasi tutte, il M5s fa eccezione) dimostra che per via elettorale le forze anti Larghe Intese possono ambire, nel migliore dei casi, a occupare una manciata di seggi all’opposizione: le elezioni le vincono o il polo Pd delle Larghe Intese o il polo della destra reazionaria ed eversiva delle Larghe Intese.
E in ogni caso, indipendentemente da chi vince le elezioni, il governo del paese viene comunque affidato ai notabili della classe dominante. Se occorre, anche attraverso governi di emergenza borghesi (i governi Monti e Draghi non avevano neppure avuto il sacramento delle elezioni, la benedizione è stata data direttamente “ai piani alti”, scavalcando anche la farsa elettorale).
Per due motivi è molto importante che i compagni e le compagne che propongono di percorrere la via elettorale spieghino qual è il governo che deve sostituire il governo Meloni.
Se non lo fanno, inducono a pensare che l’alternativa debba essere un governo del Pd. Ma questa per le masse popolari è una prospettiva talmente repellente che, pur di non favorirla, le masse popolari a votare non ci vanno più. L’esperienza pratica le spinge a credere che votare “non serve a niente” e l’eccezione del M5s è stata a questo proposito la migliore maestra.
Se non lo spiegano, inoltre, inducono a pensare che la partecipazione alle elezioni nasconda l’obiettivo reale di eleggere una truppa di parlamentari di opposizione, non di cacciare il governo Meloni. Obiettivo legittimo, ma del tutto inadeguato alla gravità (e alle potenzialità) della situazione politica.
L’esperienza della parabola del M5s è molto preziosa perché nel 2018 il M5s ha avuto la possibilità di formare un governo anti Larghe Intese e di attuare misure favorevoli alle masse popolari. In parte lo ha fatto con il governo Conte 1 (ricordiamo qui solo il Reddito di Cittadinanza), ma solo in parte e solo temporaneamente.
La reticenza a mobilitare le masse popolari (gli elettori, ma soprattutto la rete di quelli che erano i Meet up) ha costretto il M5s a ingoiare l’alleanza con la Lega e quindi anche a rendersi promotore di misure antipopolari, razziste e reazionarie.
La reticenza a mobilitare le masse popolari l’ha costretto a sottomettersi alle manovre delle Larghe Intese che volevano indebolire il governo Conte 1 e a subire, ancora, l’iniziativa della Lega che quel governo voleva rovesciarlo.
L’esperienza della parabola del M5s è molto preziosa perché dimostra che non è impossibile vincere le elezioni e andare al governo, ma senza avvalersi della mobilitazione delle masse popolari si è costretti ad affidarsi al nemico, alle sue leggi e alle sue consuetudini.
Le Larghe Intese hanno preso le contromisure e non è facile oggi – anche se non è impossibile – ripetere l’exploit del M5s. Proprio per questo c’è da fare tesoro di quell’esperienza perché dimostra, anche a chi ha la velleità di percorrere la stessa strada del M5s, che senza la mobilitazione delle masse popolari organizzate e senza la disponibilità a rendere ingovernabile il paese, governo rimane una parola senza contenuto, un guscio vuoto.
Si può andare al governo seguendo le procedure del nemico, ma si governa con le regole del nemico e per attuare il programma del nemico.
La linea che perseguiamo (rendere ingovernabile il paese fino a che gli organismi operai e popolari non impongono un loro governo) non è in contrapposizione con la partecipazione alla lotta politica borghese (elezioni, referendum, ecc.).
La partecipazione alle elezioni può essere uno strumento per alimentare l’ingovernabilità del paese, se viene concepita come un’irruzione in campo nemico
Irruzione vuol dire tante cose, ma quelle essenziali sono tre:
– usare la campagna elettorale per alimentare l’organizzazione delle masse popolari, cioè rafforzare gli organismi operai e popolari esistenti, contribuire a che ne nascano di nuovi, favorire in ogni modo il coordinamento di tutti. Il modo migliore per farlo è iniziare ad attuare da subito, senza aspettare di essere eletti, i punti del programma alternativo che si può già iniziare a mettere in pratica con i mezzi a disposizione;
– rafforzare il campo anti Larghe Intese facendo convergere tutte le spinte e le tendenze positive nell’attuazione del programma. Non solo coinvolgere organismi operai e popolari, reti sociali e movimenti, organizzazioni sindacali e associazioni, ma anche i candidati delle altre liste – anche quelli più “di sinistra” e disponibili che si candidano nelle liste delle Larghe Intese. Questa è la strada per evitare che la campagna elettorale sia la fiera delle promesse elettorali;
– forzare coscientemente i limiti della legalità borghese. La campagna elettorale è una grande opportunità per ribaltare contro il nemico la propaganda securitaria e le misure repressive. Un esempio per tutti:, di fronte all’emergenza abitativa non servono le promesse di “più case popolari”, serve recuperare e assegnare dal basso le case relegate all’abbandono. Per partecipare alle elezioni è necessario sottomettersi a leggi antidemocratiche e ingiuste (ad esempio la raccolta delle firme, la legge elettorale, ecc.), ma la campagna elettorale è occasione per condurre iniziative che scardinano la logica legalitaria (con l’azione diretta) e quella della rappresentanza (con il protagonismo popolare).
Se la campagna elettorale non viene condotta come campagna di rottura, inevitabilmente diventa, consapevolmente o meno, una manovra conciliatoria che si traduce nel far rientrare nei ranghi della compatibilità il movimento popolare.
Ci sono altri aspetti che potrebbero essere trattati, ma riteniamo che il ragionamento sia già abbastanza chiaro. Talmente chiaro che la campagna elettorale per le elezioni regionali in Puglia e in Campania – dove i compagni e le compagne di Pap, ma non solo di Pap, sono direttamente coinvolti – può essere un primo ambito di sperimentazione.
Intanto a New York...
Mentre chiudiamo il giornale sta facendo il giro del mondo la notizia della vittoria del sindaco socialista a New York. Le cose da dire sarebbero molte e non c’è né lo spazio né il tempo per dirle, dunque giusto due appunti.
Il primo è un consiglio: raffreddare gli entusiasmi. La rappresentazione che l’informazione mainstream fornisce dei “candidati di sinistra” negli Usa genera mostri.
È utile ricordare la rappresentazione che veniva fatta di Barack Obama e compararla con le politiche promosse da Obama…
Il secondo è un invito: prima di indicare Zohran Mamdani come un modello della sinistra “da cui ripartire” è bene raccogliere indizi per giungere alla formulazione dei motivi per cui Mamdani ha vinto le elezioni.
Probabilmente più fattori hanno concorso al risultato. Certamente la guerra civile in corso negli Usa e le enormi mobilitazioni in corso contro Trump (vedi articolo a pag. 14), ma anche il fatto che – almeno a parole – il candidato socialista non le ha mandate a dire e ha basato la sua campagna elettorale su un programma di rottura. Almeno a parole, beninteso.
I due fattori hanno dato slancio alla partecipazione elettorale. L’affluenza è aumentata e ha vinto il candidato socialista. Milioni di astenuti sono andati a votare perché avevano da scegliere un’alternativa a Trump e ai “democratici per Trump”. Questo è, sul piano elettorale, “il modello” a cui ispirarsi. Ma in Italia c’è da aggiungere un pezzo: combinare i programmi di rottura con le iniziative di rottura.






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