A fine settembre il Ministero degli Interni ha pubblicato il report annuale dei provvedimenti di sfratto. Emerge che nel 2024 ne sono stati emessi complessivamente 81.054. Le richieste di esecuzione hanno toccato quota 40.158, mentre quelli effettivamente eseguiti dagli ufficiali giudiziari ammontano a 21.337.
La causa principale risulta essere la morosità delle famiglie, che non riescono a pagare l’affitto (il numero più elevato si è registra a Roma con 2.943 casi).
Le sentenze di sfratto hanno visto un aumento in Valle d’Aosta (+26,87%), Umbria (+18,28%), Marche (+8,18%), Abruzzo (+12,29%), Puglia (+13,90%), Campania (+11,80%), Lazio (+3,94%), mentre le regioni con più sfratti eseguiti sono Lombardia (4.802), Piemonte (2.413), Lazio (2.204), Emilia-Romagna (1.779), Toscana (1.705), Veneto (1.661) e Campania (1.537).
Va considerato che il report del Ministero prende in considerazione gli sfratti richiesti per necessità del locatore, per finita locazione e per morosità; non riguarda né le esecuzioni di espropri per mancati pagamenti di ratei di mutui per prime case, né gli sgomberi di occupazioni di immobili, né tantomeno rilevano gli sfratti eseguiti senza intervento della forza pubblica perché la famiglia ha lasciato l’alloggio spontaneamente. Quindi, sono dati che vanno presi per difetto.
A ogni modo e seppur in calo rispetto al 2022, anno in cui gli sfratti eseguiti sono stati più di 30 mila, questi numeri evidenziano che la cosiddetta emergenza abitativa è un problema endemico, dovuto alla mancanza di politiche abitative adeguate.
Un problema persistente, che nell’ultimo mese è diventato esplosivo. Nel vero senso della parola.
A Castel d’Azzano, nel veronese, una donna di 59 anni è stata accusata di aver fatto esplodere con il gas, il 14 ottobre, l’immobile sotto sgombero, causando la morte di tre carabinieri (di cui due dei reparti speciali) e il ferimento di diciassette persone (militari, agenti di polizia e vigili del fuoco) che si trovavano lì per eseguire lo sfratto dal casolare in cui viveva con i fratelli, imprenditori agricoli e allevatori sopraffatti da debiti e pignoramenti.
Pochi giorni prima un pensionato di 71 anni, a Sesto San Giovanni, nel milanese, nel corso dello sfratto si è gettato dal sesto piano dell’appartamento da cui lo stavano cacciando per morosità. Anche qui la disperazione ha preso il sopravvento, seppur in termini autolesionistici. Eppure la soluzione era a portata di mano per chi amministra la città in quanto, come denunciato dall’Unione Inquilini Nord Milano, il Comune sestese “tiene vuoti un centinaio di appartamenti e l’Aler ha più di sessanta alloggi sfitti”!
Il 23 ottobre invece, a Bologna, polizia e carabinieri si sono distinti nello sgomberare per finita locazione, a manganellate e in tenuta antisommossa, due famiglie con bambini (tra cui uno con disabilità e uno di dieci mesi), mentre la proprietà sfondava il muro a martellate per riprendere possesso dell’appartamento. Le immagini hanno fatto breccia nel web grazie alla presenza sul posto di attivisti di Plat (Piattaforma di Lotta per l’Abitare e i Territori). L’intera palazzina è stata recentemente acquistata da una società immobiliare che vorrebbe trasformare tutti gli appartamenti in bed & breakfast di lusso e di qui la necessità di allontanare gli attuali inquilini.
Non solo le forze dell’ordine si sono prestate a difendere con la forza la speculazione immobiliare che sta accentuando la crisi abitativa della città, ma l’unica soluzione proposta dal Comune è stata un alloggio temporaneo in albergo a Castel San Pietro, una zona lontana dall’attività lavorativa delle famiglie e dalle scuole dei loro figli: soluzione decisamente inadeguata e che dimostra il disinteresse da parte dell’amministrazione nel governare al meglio i bisogni dei cittadini.
In risposta all’accaduto, gli attivisti di Plat hanno prontamente organizzato circa cinquanta famiglie (142 persone in tutto, tra cui una settantina di minori) che hanno occupato una palazzina vuota per sei giorni, obbligando il Comune ad accordarsi con la prefettura per dare loro un alloggio temporaneo in albergo o farle rientrare nelle case in cui abitavano per il tempo necessario a negoziare le modalità di sfratto. In altre parole il problema è solo rimandato!
Questi sono solo alcuni esempi che stanno a dimostrare come la questione abitativa, tenuta sottotraccia, stia emergendo e stia diventando sempre più un problema di gestione dell’ordine pubblico, di ingovernabilità dei territori.
Altro che Piano Casa Italia sbandierato da Meloni a fine agosto a Rimini, al meeting di Comunione e Liberazione. Persino Salvini, ovviamente per suo tornaconto, ritiene che questo piano non sia sufficientemente sostenuto dalla finanziaria, tanto da invocare l’arrivo di fondi da parte delle banche. Oltre alle risorse, anche a livello di contenuto esso è del tutto insufficiente, dal momento che fa riferimento solo “case a prezzo calmierato” per le giovani coppie e famiglie.
Prendendo in prestito le parole di Massimo Pasquini, ex segretario nazionale di Unione Inquilini: “siamo di fronte a un caro affitti che si abbatte su redditi bassi e povertà. Servirebbero interventi urgenti, di politiche abitative pubbliche fondate su un incremento significativo dell’offerta di edilizia residenziale pubblica, attuando programmi pluriennali di recupero del patrimonio non utilizzato, di una rigenerazione urbana effettivamente pubblica e non speculativa appaltata a privati. Sarebbe necessario incentivare gli affitti agevolati per sostenere locazioni di lunga durata e sostenibili, regolamentare gli affitti turistici”.
Già queste proposte rappresentano un programma per garantire il diritto all’abitare, per contrastare il disagio abitativo e promuovere soluzioni abitative adeguate per le masse popolari, per risolvere i problemi persistenti a cui abbiamo accennato, avendo come riferimento le pratiche che i movimenti per il diritto all’abitare portano avanti da anni, riuscendo ad assegnare più case con le lotte di quante ne hanno assegnate le istituzioni, a partire dal Comune di Roma!






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