“La misura è colma e le maree globali per la Palestina libera indicano la rotta.
Per l’autodeterminazione dei corpi e dei popoli, ci vogliamo vivə e liberə, a la lucha!
Facciamo salire la marea, contro la violenza patriarcale e lo Stato femminicida, sfiduciamo la politica integralista e autoritaria globale.
Per un’antiviolenza femminista, finanziata e libera dall’ideologia punitivista e confessionale.
Per una formazione libera da condizionamenti e diktat, per la libertà di ricerca e di insegnamento, per l’educazione sessuo-affettiva dall’infanzia all’università.
Contro la legge finanziaria del riarmo: noi la guerra non la paghiamo. Né complici né vittime della conversione bellica”.
Questo è l’appello di Non una di Meno per le mobilitazioni che ruotano attorno alla Giornata internazionale contro la violenza di genere che quest’anno si articolerà in un corteo nazionale a Roma, il 22 novembre, e in mobilitazioni locali nella giornata del 25 novembre.
Sono poche righe, ma sono preziose perché indicano il legame tra la condizione delle donne delle masse popolari e l’aggravarsi della crisi del capitalismo di cui la guerra esterna (la Terza guerra mondiale) e la guerra interna (gli effetti della speculazione, del degrado, dello sfruttamento – di cui anche l’oppressione di genere è manifestazione) sono espressione. Due facce della stessa medaglia.
Non a caso i media di regime intossicano le masse popolari cercando di usare le manifestazione dell’oppressione di genere per distogliere l’attenzione dal contesto in cui esse avvengono, sono causate, prodotte e riprodotte come una inaccettabile “normalità”. L’argomento più usato a questo proposito è che se le donne vengono ammazzate per il fatto di essere donne, la colpa è degli uomini.
Non si tratta certo di negare il fatto che gli uomini hanno concezioni, e quindi anche comportamenti, arretrati, frutto di abbrutimento, deleteri e criminali nei confronti delle donne. I femminicidi sono solo la punta dell’iceberg di ciò. Ma il patriarcato e il maschilismo non sono affatto tare individuali, o soprattutto individuali, ma piuttosto il prodotto inevitabile di una società marcia e al capolinea, che non ha nulla di positivo da offrire alle masse popolari.
Una società che va rovesciata e che le donne e gli uomini delle masse popolari hanno il compito di rovesciare.
La lotta per rovesciare il capitalismo e per instaurare il socialismo è la prima e principale cura alle manifestazioni deleterie dell’influenza della società capitalista sulle masse popolari. Tuttavia non è sufficiente “essere contro il capitalismo e per il socialismo” per essere esenti dall’abbrutimento che dilaga.
Bisogna che quella lotta abbia traduzione pratica in orientamenti particolari, strumenti, forme di organizzazione e mobilitazione.
È fondamentale, ad esempio, che le donne delle masse popolari si dotino di proprie forme di organizzazione indipendenti e autonome.
È fondamentale, poi, che gli orientamenti generali abbiamo traduzione pratica e concreta in obiettivi contingenti.
La combinazione dei due aspetti è “far salire la marea” della mobilitazione delle donne delle masse popolari attraverso l’organizzazione in collettivi in ogni posto di lavoro, nelle scuole, nei quartieri: declinare tutte le specifiche rivendicazioni delle donne delle masse popolari nella parola d’ordine di cacciare il governo Meloni e sostituirlo con un governo di emergenza popolare.
Una tragica ironia della sorte vuole che il governo Meloni sia “il primo governo italiano capeggiato da una donna” (a proposito di medaglie…, vedi articolo principale). Il che è una dimostrazione del fatto che, organizzate, solo le donne delle masse popolari possono salvare le donne delle masse popolari…






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