Il 23 e 24 novembre si sono tenute le elezioni regionali in Campania. Con questo comunicato fissiamo i principali aspetti indicati dal Partito dei Carc – Federazione Campania sull’esito delle elezioni.
Ha vinto l’astensione
Sono quasi 600mila in più rispetto al 2020 i campani che non sono andati a votare, per un totale di oltre 2 milioni e 700mila astenuti su 4 milioni e 900mila aventi diritto. In sintesi ha votato il 44% degli aventi diritto rispetto al 55,5% del 2020.
Rispetto a questo dato le posizioni prevalenti sono quelle di chi inveisce contro gli astenuti perché hanno dato la possibilità sempre ai soliti poteri di confermarsi alla guida della Regione. C’è chi si rallegra e brinda al fatto che i campani non si sono fatti abbindolare dalla propaganda di regime. Due letture speculari ed entrambe inutili e nocive.
Per alimentare il movimento che trasforma la società non è sufficiente lo scollamento fra le larghe masse e la classe dominante e non basta neanche “offrire un’alternativa di sinistra” nell’ambito di quelle liturgie e di quei riti. In questo senso astensionismo ed elettoralismo sono due facce della stessa medaglia.
L’astensione emersa in Campania da un lato è la manifestazione dello scollamento delle larghe masse dalla classe dominante, dal suo sistema politico, dai partiti delle Larghe Intese e pertanto va letta come un elemento positivo. Dall’altra è la manifestazione di un vuoto politico ancora tutto da riempire. Più che inveire contro gli astenuti o crogiolarsi nel loro aumento bisogna lavorare a costruire un’alternativa unitaria, di classe e di governo.
Il vuoto va riempito con un progetto, un piano e una prospettiva che trasformi ogni espressione dello scollamento fra masse popolari e classe dominante (di cui l’astensione elettorale è una di quelle più eclatanti) in organizzazione dei lavoratori e delle masse popolari e in azione congiunta del fronte di forze politiche, sindacali e sociali (dal 22 settembre lo abbiamo tutti visto in modo evidente e plateale che ciò è possibile). Un fronte che costituisca un organismo alternativo e antagonista alle istituzioni borghesi, un comitato di liberazione del paese e dei territori (come furono i CLN durante la Resistenza). Una forza e un centro autorevole capace di usare ANCHE le elezioni per alimentare l’organizzazione delle masse popolari e la loro mobilitazione, per alimentare l’ingovernabilità su tutto il territorio con l’irruzione e il “soqquadro” anche nelle liturgie e nei riti dove in genere spadroneggiano le Larghe Intese.
I risultati dei partiti delle Larghe intese
A partire dai numeri reali di queste elezioni emergono alcuni dati. Innanzitutto smentiscono la tanto sbandierata “vittoria schiacciante” di Fico e del polo PD. La coalizione a guida PD ha perso 380mila voti rispetto al 2020. Se consideriamo, poi, che il M5S nel 2020 non faceva parte di questo schieramento elettorale i voti persi salgono a 570mila.
All’interno della coalizione, poi, il PD perde 28mila voti ma i numeri sono simili alle regionali 2020 e alle politiche 2022, perde invece 70mila voti rispetto alle europee 2024. Il M5S ha perso 50mila voti rispetto alle regionali 2020. Gli attuali 180mila voti sono un disastro rispetto agli 800mila delle politiche 2022 e un ulteriore crollo rispetto ai 400mila delle europee 2024. AVS è stabile invece, in aumento rispetto alle scorse regionali, in aumento rispetto alle ultime politiche ma in calo rispetto alle europee (quando raccolse voti anche alla sua sinistra con le candidature di Salis e Lucano). Detto tutto questo, con quale faccia Schlein, De Luca e il PD parlano di “vittoria schiacciante”? Sarebbe questo il modello che Conte, Schlein, Fico e Manfredi che dicono di voler portare a livello nazionale? Il modello dell’astensione di massa e dei voti di apparato?
La coalizione del Polo Berlusconi ha quasi raddoppiato il risultato del 2020. Ma anche in questo caso bisogna entrare nel merito. Fratelli d’Italia ha preso 240mila voti, 99mila voti in più rispetto alle regionali 2020 ma sono circa la metà dei 412mila raccolti per le politiche 2022 e 100mila in meno rispetto ai 384mila raccolti con le europee del 2024. In definitiva quella che sembra una crescita è un calo. Forza Italia ha raccolto 215mila voti, in leggero calo con i 245mila delle politiche del 2022 e in linea con 214mila delle europee 2024. La Lega ha preso 110mila voti, 22mila rispetto alle regionali 2020, 20mila in più rispetto alle politiche 2022 e 4mila in meno rispetto alle europee 2024.
A ben leggere i risultati, quindi, l’incremento dei voti del centrodestra derivano dal fatto che nel 2020 intere liste, partiti e singoli candidati portavoti erano saliti sul carro di De Luca e a questo giro sono “tornati” al centrodestra. Nomi e liste che hanno fatto fuori candidati storici del polo Berlusconi come Severino Nappi e Marco Nonno.
A guardare tg e leggere i giornali tutti hanno vinto le elezioni. La verità è che a parte qualche spostamento interno di voti tra i poli delle Larghe intese, il dato che fa più clamore sono i quasi 600mila astenuti.
I risultati di Campania Popolare
La coalizione Campania Popolare ha raccolto 40mila voti. Circa 10mila in più rispetto al risultato del 2020 di Potere al Popolo. Una parte di questi voti sicuramente si è spostato dalla lista Terra del 2020 che includeva Sinistra italiana, Dema e PRC e che raccolse 25mila voti. Un’altra parte probabilmente è arrivata da alcuni scontenti del M5S. Gli attuali voti di Campania popolare sono poco meno di quelli che prese Unione Popolare alle politiche 2022 (45mila). Da questi numeri emerge bene che l’obiettivo di raccogliere gli astenuti dal voto non è riuscito. L’esperienza condotta da Campania popolare, però, è utile se ne trarremo i giusti insegnamenti e una condotta conseguente nel prosieguo della lotta.
Mettere al centro il PER e la lotta per l’attuazione delle misure urgenti. La campagna elettorale che hanno messo in campo i compagni è stata generosa, dedita a dare visibilità alle vertenze popolari e di denuncia rispetto alle malefatte delle Larghe intese. Azioni, denunce, mobilitazioni e iniziative di lotta che hanno avuto gambe non solo per il fatto che gli stessi candidati della lista Campania popolare fossero espressione ed esponenti del mondo sindacale, dei comitati e delle realtà autorganizzate del territorio campano, ma perché sin dall’inizio la lista si è posta in alternativa e in contrasto con le politiche delle larghe intese. Questo anche il motivo principale delle nostre indicazioni di voto.
Si è trattato però di una campagna elettorale molto incentrata sul CONTRO e sul perché non bisognasse votare Fico, De Luca, Cirielli e quant’altri ma poco incentrata sul PER, sui programmi radicali stesi a partire dalle proposte del movimento popolare dei vari territori accompagnati da azioni radicali che ne attuassero qui ed ora parti crescenti. Per capirci, è giusto parlare di emergenza abitativa ma promuovere, ad esempio, l’occupazione delle case sfitte e degli immobili comunali in disuso vuol dire che il centro della propria campagna non è chiedere voti ma organizzarsi, coordinarsi e mobilitarsi per attuare qui ed ora misure scritte nei programmi. Dimostra come già durante la campagna elettorale si farà da subito quello che si promette di fare una volta eletti.
Si tratta di azioni e iniziative necessarie e che non possono essere sostituite dal racconto delle iniziative e attività che già si fanno durante il resto dell’anno. Iniziative di rottura che hanno peso ancora maggiore all’indomani di un movimento nazionale che come linea di condotta si è dato la parola d’ordine “blocchiamo tutto”. La campagna elettorale è un momento straordinario, di attenzione e interesse straordinario e richiede azioni e iniziative straordinarie. Sono quelle le opportunità che bisogna cogliere per arrivare a settori di masse cui normalmente non si arriverebbe e ai quali non basta la rassicurazione di quello che già si fa ma la dimostrazione pratica di essere di un’altra pasta. In sintesi questo vuol dire proporsi come forza di governo e non come forza di opposizione.
Alcuni esempi di cosa voglia dire attuare subito e dal basso le misure urgenti e necessarie per le masse popolari:
– diffusione della disobbedienza e dell’insubordinazione alle autorità;
– attività pubbliche e ramificate di mutualismo, produzione e distribuzione di beni e servizi;
– appropriazione organizzata di beni e servizi (espropri, “io non pago”, ecc.) che assicura a tutta la popolazione i beni e servizi a cui la crisi blocca l’accesso;
– scioperi e scioperi alla rovescia nelle fabbriche e nelle scuole;
– occupazioni di fabbriche, di scuole, case, di stabili, di uffici pubblici, di banche, di piazze, ecc.
– manifestazioni di protesta e il boicottaggio dell’attività delle pubbliche autorità;
– rifiuto organizzato di pagare imposte, ticket e mutui.
– azioni di pressione, incalzo e sputtanamento delle amministrazioni comunali organizzando nella lotta l’attuazione delle misure necessarie a risolvere le varie problematiche negli interessi delle masse popolari.
Non si tratta di attività che nel movimento popolare non vengono praticate, l’aspetto decisivo è mettere in campo queste iniziative come azioni di attuazione di un programma politico e di governo alternativo alle larghe intese e che metta a soqquadro la campagna elettorale.
Il fuoco sono le organizzazioni operaie e popolari. Campania popolare ha fatto una campagna elettorale più radicale laddove è stata sostenuta dalle organizzazioni operaie e popolari. È questo il motivo per cui a Napoli ha condotto diverse iniziative raggiungendo il 4% dei voti mentre nelle altre provincie non è arrivata all’1%.
Avere un progetto di governo della regione – e del paese – vuol dire creare e moltiplicare queste organizzazioni ovunque e rendere protagoniste e coordinare tra loro quelle già esistenti. Ogni sforzo va incanalato in quella direzione prima, durante e dopo la campagna elettorale.
Basta pensare a quanto avvenuto con lo sciopero del 22 settembre, quello del 3 ottobre e l’oceanica manifestazione nazionale del 4 ottobre. Esse sono frutto dell’azione e dell’effetto domino scaturiti dall’appello dell’organizzazione operaia dei portuali di Genova, il CALP.
Se le mobilitazioni di settembre e ottobre, scaturite dall’azione di un organismo operaio, hanno ispirato e mobilitato milioni di persone e hanno messo il governo Meloni con le spalle al muro, allora l’azione cosciente e coordinata di dieci, cinquanta, cento organismi operai e popolari può porsi qualunque obiettivo. Per cambiare tutto serve portare ovunque la parola d’ordine dell’organizzazione!
Il governo Fico è nato malato. Cacciarlo è possibile e necessario ma per farlo è necessario:
– promuovere organizzazione (a partire dai posti di lavoro),
– promuovere il coordinamento e la convergenza tra le organizzazioni (bando al settarismo),
– promuovere iniziative per rendere i territori che abitiamo ingestibili a Fico, De Luca, Manfredi e al resto delle autorità.
Costruire il fronte comune. Dalle mobilitazioni degli ultimi mesi ma anche dalla campagna elettorale è emerso con forza che esista già nei fatti un fronte comune antagonista e in contrasto con le larghe intese. Questo fronte va ben al di là delle singole organizzazioni e anche di coalizioni elettorali come Campania Popolare, le singole sigle sindacali e reti sociali. È un fronte che anzi nei fatti già racchiude tutte queste esperienze e potenzialmente è propulsore di altre. È un fronte che per svilupparsi ha la necessità di liberarsi di ogni forma di concorrenza e settarismo al suo interno.
È un fronte che passa dai luoghi di lavoro, dalle RSU combattive e dai gruppi e collettivi di operai che al di là della tessera che hanno in tasca si mobilitano per i propri diritti e contro le politiche di guerra e il genocidio in Palestina. Che passa attraverso le scuole e le università, i quartieri e le città di tutta la regione per il diritto all’istruzione, alla salute, alla salvaguardia dell’ambiente e in altre mille battaglie per fare fronte agli effetti più gravi della crisi generale del capitalismo in cui siamo immersi. Sviluppare questo movimento nel paese e in Campania significa coalizzarlo attorno a un obiettivo che ne realizza le aspirazioni.
A questo punto torna il ragionamento sulla costruzione di un comitato di liberazione del paese e dei territori da cui siamo partiti. Serve una forza di governo alternativo della regione Campania in sintonia con le aspirazioni e le necessità delle masse popolari e dei lavoratori. Una forza di governo alternativo che sia decisa ad attuarle fino in fondo dando ad esse forma e forza di legge. Che costruisca ed estenda rapporti di forza adeguati approfittando della debolezza e della crisi cronica delle Larghe Intese che i dati elettorali hanno impietosamente mostrato.
Campania popolare, così come qualunque altra forza politica o sindacale decisa a lottare contro il catastrofico corso delle cose, può e deve contribuire alla costruzione di questa alternativa larga, unitaria e di governo per la Campania. Questo è l’unico vero modello da affermare sui territori e imporre sul piano nazionale!





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