Ai comunisti ovunque collocati, ai lavoratori, ai giovani e alle donne d’avanguardia
Il mese di aprile è stato caratterizzato dal salto compiuto dalla mobilitazione popolare. Dallo sciopero dei metalmeccanici del 28 marzo fino alla grande giornata di mobilitazione del 25 Aprile, passando per la manifestazione contro la guerra del 5 aprile a Roma e da quella in solidarietà al popolo palestinese del 12 aprile a Milano e per la miriade di mobilitazioni territoriali e tematiche.
Si tratta di un salto quantitativo, cioè riguarda il numero di settori delle masse popoli coinvolti, l’allargamento dei temi della mobilitazione, il numero di persone coinvolte e le forme di lotta adottate. E di un salto qualitativo, nel senso che si è andata consolidando sia la tendenza a sfidare divieti e prescrizioni imposti dalle autorità (il caso più eclatante, oltre alla giornata del 25 Aprile, è stata la “settimana rumorosa” promossa da Extinction Rebellion) sia quella a sviluppare coordinamento fra diversi organismi operai e popolari e fra i diversi ambiti di lotta (lotte operaie e sindacali, contro la guerra, il riarmo e in solidarietà con la resistenza palestinese, contro la crisi climatica e il decreto sicurezza, ecc.).
In un mese, o poco più, l’esperienza concreta della lotta di classe ha fatto emergere importanti insegnamenti per i comunisti italiani. Sono alcune delle questioni su cui concentrarsi, su cui ragionare e su cui dibattere apertamente, anziché continuare ad alimentare lo spirito di concorrenza fra aree politiche e organizzazioni che fanno perdere tempo, credibilità e fiducia agli occhi di quanti cercano una strada per uscire dalla barbarie in cui il paese e la società sono immersi e che, in definitiva, fanno il gioco della borghesia e dei suoi partiti delle Larghe Intese.
Nel mese di aprile, la mobilitazione delle masse popolari ha creato condizioni favorevoli allo sviluppo della lotta e della coscienza di classe, della mobilitazione per cacciare il governo dei nostalgici del Ventennio e dei criminali di guerra e per sostituirlo con un governo partigiano della Costituzione del 1948.
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“Gli elementi principali su cui soffermarsi sono due.
1. Alla faccia di chi continua a diffondere disfattismo e rassegnazione, nel mese di aprile si è palesata la superiore disponibilità delle masse popolari a mobilitarsi. Decine di migliaia di persone hanno partecipato alla manifestazione del 5 a Roma; altre decine di migliaia a quella di Milano del 12; centinaia di migliaia – in forma diffusa, ma con importanti concentrazioni nelle principali città – a quelle del 25 Aprile.
Quando sono chiamate a schierarsi senza ambiguità contro il governo Meloni e le Larghe Intese, le masse popolari rispondono. E se c’è un centro abbastanza autorevole che promuove la mobilitazione, la risposta è di massa.
2. La combattività delle mobilitazioni sta aumentando. O meglio, sta aumentando la combattività di chi partecipa alle manifestazioni e aumenta la determinazione a non farsi fermare dalle minacce, intimidazioni e provocazioni messe in campo dal governo e dai vertici della Repubblica Pontificia con i loro apparati repressivi e di propaganda.
Se il 5 aprile a Roma si è principalmente trattato di una grande manifestazione “di testimonianza” contro la guerra, già la manifestazione del 12 aprile a Milano ha espresso un potenziale di combattività superiore, motivo per cui il corteo è stato attaccato dalla polizia senza alcuna apparente giustificazione. Ma c’era eccome: l’attacco del corteo “a freddo” è uno strumento politico, di repressione politica, per cercare di stroncare il carattere unitario della manifestazione, alimentare la divisione e la contrapposizione fra buoni e cattivi, intimidire la parte più legalitaria delle masse popolari.
Se contro il corteo del 12 aprile a Milano il tentativo della polizia è parzialmente riuscito, il 25 Aprile l’operazione politico-poliziesca è stata molto limitata (segno della debolezza del governo Meloni) e dove è stata tentata ha trovato una risposta coraggiosa e determinata che l’ha fatta fallire.
A Milano il Pd, i vertici di Cgil e Anpi sono stati costretti a ingoiare le bandiere palestinesi alla testa del corteo, mentre avrebbero preferito quelle dello Stato terrorista d’Israele.
A Roma il movimento antifascista e antisionista ha riconquistato Porta San Paolo e sanato lo sfregio che i vertici Anpi e altri avevano permesso: lasciare la piazza agli squadristi nazi-sionisti della Brigata ebraica.
A Torino, a Bergamo, a Trieste il movimento popolare ha saputo imporsi nonostante le provocazioni e le cariche della polizia.
In tantissime città, grandi e piccole, le masse popolari hanno platealmente violato i divieti di manifestare, di cantare Bella ciao, di esporre striscioni, ecc.” – per approfondire vedi l’editoriale del numero 5/2025 di Resistenza “Liquidare il legalitarismo e l’opportunismo”
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“Le piazze del 25 Aprile insegnano che un presupposto fondamentale per sviluppare, estendere ed elevare di livello la resistenza popolare è rompere con il disfattismo e l’attendismo che relegano una parte del movimento comunista cosciente e organizzato come anche degli oppositori al disastroso corso delle cose al ruolo di spettatori e critici delle iniziative del nemico. Questo è stato il centro della lotta in occasione dei preparativi delle piazze del 25 Aprile: dare per persa in partenza la battaglia (questa è stata la posizione assunta a Roma dai vertici di Rete dei Comunisti che, nonostante le grandi capacità organizzative, non hanno partecipato al presidio di Porta San Paolo per contrastare le celebrazioni sioniste) oppure osare dare battaglia per battere e isolare promotori e agenti della manomissione delle manifestazioni del 25 Aprile.
L’esito della giornata del 25 Aprile mostra invece che osando rompere con la cappa del disfattismo e dell’attendismo e ingaggiando una lotta aperta con i suoi promotori è possibile rafforzare la parte più avanzata del movimento di massa e conquistare gli indecisi.
Infatti, se nelle piazze del 25 Aprile dell’anno scorso antifascismo popolare e antifascismo padronale si erano mescolati e scontrati, quest’anno ovunque la mobilitazione popolare ha messo alle strette promotori e agenti del tentativo di deturpare le manifestazioni, riducendoli a corpi estranei, isolati e protetti da enormi schieramenti di forze dell’ordine.
Non è la disponibilità delle masse popolari a mobilitarsi e lottare che manca, è che la mobilitazione delle masse può svilupparsi a condizione che alla sua testa vi sia chi è determinato a vincere” – per approfondire vedi il Comunicato del 30 aprile del (n)Pci “Usare gli insegnamenti del 25 Aprile, delle altre mobilitazioni e della partecipazione popolare ai funerali di Bergoglio per sviluppare ed elevare di livello la lotta contro il governo Meloni”.
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Anche le settimane che abbiamo di fronte sono dense di appuntamenti, scadenze, iniziative. È la stessa mobilitazione che esprime la medesima esigenza di dare uno sbocco politico unitario, che oggi si riassume nella lotta per cacciare il governo Meloni. È la stessa mobilitazione che deve salire di tono e dispiegarsi per rispondere a quella esigenza. E ciò che fa la differenza affinché la mobilitazione salga di tono e si sviluppi verso uno sbocco politico unitario non sono le iniziative – molto spesso fiacche e solo mediatiche – delle opposizioni parlamentari o le chiacchiere dei dirigenti dei sindacati di regime, ma quello che fanno i comunisti.
Un esempio plateale di ciò riguarda i referendum dell’8 e del 9 giugno.
“Il raggiungimento del quorum e la vittoria dei SÌ rafforzerebbero tutto il movimento di lotta contro il governo Meloni e indebolirebbero il campo nemico: sono due buoni motivi per impegnarsi nella campagna referendaria.
(…) Le obiezioni “da sinistra” a impegnarsi a fondo nella battaglia referendaria sono varie.
‘È impossibile raggiungere il quorum, quindi è una battaglia persa in partenza’. ‘I quesiti referendari sono parziali’. ‘I referendum sono promossi da un sindacato concertativo che anche in tempi recenti ha firmato contratti al ribasso e accordi bidone, che fa da pompiere alle lotte, che alza la voce e poi fa marcia indietro seminando illusioni e sfiducia nei lavoratori che gli vanno dietro: basta pensare che l’appello alla rivolta sociale di Maurizio Landini è diventato che il voto è la nostra rivolta!’. ‘Nei comitati referendari ci sono esponenti del PD, parte integrante del sistema delle Larghe Intese che ha attuato in alternanza con il polo Berlusconi e soci il programma comune della borghesia imperialista negli ultimi trent’anni’. ‘Con il voto non si cambia il corso delle cose’.
Sono le obiezioni di chi non ha un piano d’azione che gli permette di valorizzare gli appigli che la situazione offre, di sfruttare e allargare le contraddizioni in campo nemico, di muovere tutto quello che è possibile muovere (compresa quella parte della “opposizione parlamentare” al governo Meloni che, per contenere l’emorragia di seguito e voti tra le masse popolari, deve proclamare obiettivi che non ha attuato quando era al governo) per attuare il proprio piano d’azione.
L’idea sottintesa è che ‘l’ora’ dei comunisti, dei sindacati combattivi e in generale dei reali oppositori alla classe dominante arriverà quando i lavoratori finalmente capiranno che con i sindacati di regime e i partiti dei falsi ‘amici del popolo’ vanno di male in peggio, quindi quello che conta è distinguersi da questi ultimi e denunciarne l’operato.
Per chi lavora alla mobilitazione delle masse popolari e in questo lavoro costruisce le basi e raccoglie le forze per un corso delle cose che ha come protagoniste le masse popolari organizzate la campagna referendaria è un’occasione importante, perché di per sé in qualche misura mette comunque in moto gli operai e gli altri proletari, cioè le classi fondamentali per cambiare il corso delle cose nel paese.
Noi comunisti possiamo e dobbiamo usarla per arrivare ai milioni di lavoratori e pensionati iscritti alla CGIL concertativa (insofferenti, non votanti, ribelli, ecc.), per organizzarli, per elevare il loro orientamento, per portare proposte di organizzazione e di lotta, per promuovere attività coerenti con gli obiettivi della campagna referendaria che la CGIL ha promosso ma a cui non dà gambe per marciare.
Proprio perché ci proponiamo di diventare la loro autorevole direzione, interpreti riconosciuti delle loro aspirazioni migliori e risposta pratica alle loro necessità, ci gioviamo anche dell’iniziativa della CGIL anziché disinteressarcene, la usiamo per attuare il nostro piano d’azione, senza accodarci alla CGIL ma con autonomia di iniziativa” – dal comunicato del 15 maggio 2025 del (n)Pci “Due buoni motivi per cinque SÌ”.




Il principio generale valido per i referendum, è valido per ogni altra mobilitazione, manifestazione e iniziativa.
Il 31 maggio si svolgerà a Roma la manifestazione nazionale contro il decreto sicurezza e anche il 26 maggio sono previste mobilitazioni in occasione dell’avvio dell’iter parlamentare per dare una veste “democratica” alle forzature del governo Meloni che ha trasformato il ddl 1660 in decreto legge.
A promuoverlo è la Rete A pieno regime e all’appello hanno risposto una miriade di organismi, fra cui anche partiti delle Larghe Intese, associazioni nazionali della sinistra borghese e del mondo cattolico e persino organismi che raccolgono avvocati, giuristi, magistrati. Non sono le adesioni a frenare la partecipazione ampia e attiva dei comunisti. Anzi, la manifestazione del 31 maggio è l’occasione per promuovere organizzazione e mobilitazione della classe operaia, per alimentare il consolidamento del fronte anti Larghe Intese e per riaffermare su ampia scala la ribellione contro misure repressive, provocazioni e divieti con cui il governo Meloni cerca di intimidire il movimento popolare.
Il 21 giugno sarà una giornata di mobilitazione nazionale e generale contro la guerra e il riarmo e il compito dei comunisti è far confluire nella piazza di Roma le molte spinte e i numerosi affluenti che già esistono.
La manifestazione del 21 giugno a Roma è l’occasione per fare un salto nello sviluppo di un movimento popolare, plurale e di massa contro la guerra. E lo sarà, a condizione che i comunisti siano capaci di valorizzare tutto il patrimonio di mobilitazione che si è già espresso nei mesi precedenti e quello che le masse popolari esprimeranno.
“Il 5 aprile si è svolta a Roma la manifestazione contro la guerra e il riarmo promossa dal M5s. La grande partecipazione l’ha fatta diventare qualcosa di diverso da ciò che doveva essere originariamente: una manifestazione “di partito” si è trasformata in una “manifestazione di popolo” man mano che si avvicinava la data del suo svolgimento.
Il M5s ha avuto il merito di aver dato forma al sentimento sempre più diffuso fra le masse popolari e ha tratto giovamento dalla goffa contromossa delle Larghe Intese che, con l’obiettivo di depotenziare la manifestazione del 5 aprile, avevano fatto indire da Michele Serra il patetico raduno del 15 marzo in Piazza del Popolo, sempre a Roma. Ma l’avversione alla guerra e ai guerrafondai è talmente diffusa che il risultato è stato opposto: il 15 marzo sia Piazza del Popolo che Piazza Barberini, dove si svolgeva in contemporanea una contro manifestazione, erano piene di gente che manifestava contro le politiche di riarmo e altrettanto è avvenuto il 5 aprile. E questo indipendentemente da chi ha chiamato quelle piazze e dall’obiettivo che si poneva.
Tutte le circostanze depongono a favore del fatto che il messaggio è chiaro: tutte le mobilitazioni promosse da chi ha un minimo di autorevolezza raccolgono ampia e convinta adesione perché le masse popolari italiane non vogliono saperne di guerra, economia di guerra e riarmo. Questa è la situazione, estremamente favorevole allo sviluppo di un movimento popolare, plurale e di massa” – per approfondire vedi l’articolo del numero 5/2025 di Resistenza “Per un movimento di massa contro la guerra”.
Leggi anche l’Appello a Potere al Popolo e ai promotori della campagna “Stop rearm Europe”
Il prossimo 21 giugno a Roma sono state convocate due mobilitazioni nazionali: una, convocata da Potere al Popolo e altri organismi che hanno lanciato questa data a seguito dell’assemblea del 13 aprile scorso a Roma; l’altra, convocata dai promotori della campagna “Stop rearm Europe” che risponde ad un appello di numerosi organismi europei ed è stata lanciata in una riunione internazionale, partecipata da oltre 90 organismi, lo scorso 5 maggio.
Due piazze per il prossimo 21 giugno sarebbero inevitabilmente disgreganti e dispersive per l’ampio e diffuso fermento popolare che cerca un riferimento e momenti di lotta unitari per scendere in piazza contro la guerra. Per questo motivo l’appello esplicito ai promotori delle due mobilitazioni è quello di dialogare e convergere per confluire in una piazza unica che raccolga e valorizzi il malcontento e la volontà di protesta e riscossa di larga parte della popolazione del nostro paese. Una piazza unica che non vuol dire annacquare o modificare le parole d’ordine su cui ogni mobilitazione è stata convocata, ma vuol dire combinarle per promuovere una mobilitazione popolare unitaria e di riscossa, che risponda alle esigenze popolari, in cui ogni organismo di lotta porti la propria identità e le proprie parole d’ordine.
Non c’è altra strada da percorrere che non sia quella della lotta di liberazione dagli occupanti Usa-Nato e dagli speculatori della UE che intendono ingrassare le proprie tasche sulla nostra pelle e dai governi e partiti a loro sottomessi e convogliare in questa lotta il più ampio numero di persone possibile. Il Coordinamento Nazionale No Nato lavorerà nelle prossime settimane per promuovere la convergenza su una piazza unitaria, portando l’esplicita parola d’ordine di farla finita con la NATO e l’occupazione militare del nostro paese e della necessità di promuovere una vera e propria lotta di liberazione. Lotta di liberazione che deve partire da ogni territorio e convergere in un’unica mobilitazione generale a cui lavorare con pazienza, dedizione, alimentando la solidarietà, superando gli steccati del settarismo e della concorrenza e sviluppando sempre di più il coordinamento delle forze antimperialiste e pacifiste del nostro paese.
Indipendentemente da chi la promuove e da quale sia la piattaforma che la indice, ogni mobilitazione avanza rivendicazioni alle quali né il governo Meloni né nessun altro governo delle Larghe Intese può dare soddisfazione.
Per fermare l’economia di guerra e il finanziamento al riarmo, per “abbassare le armi e alzare i salari”, per sospendere la collaborazione fra l’Italia e la colonia sionista d’Israele serve un governo che abbia la volontà di farlo e si dia i mezzi per farlo. L’unico governo del genere è il Governo di Blocco Popolare.
Non possiamo convincere nessuno che “ci vuole il Governo di Blocco Popolare”, ma, nonostante le riserve e lo scetticismo verso il piano d’azione che promuoviamo, sia i promotori sia i partecipanti alle mobilitazioni sono spinti dal corso delle cose a fare un bilancio della loro esperienza e a fare i conti con lo sbocco politico che bisogna alla lotta contro il corso sempre più disastroso delle cose.
Chiedere che il governo Meloni prenda misure contrarie agli interessi di chi lo ha installato e contrarie alla sua natura (è pur sempre una stalla piena di nostalgici del Ventennio e ammiratori dei fucilatori di partigiani) non ha prodotto risultati.
Sperare che un altro governo delle Larghe Intese (polo Pd e gregari M5s e Avs) possa attuare un vero programma alternativo a favore delle masse popolari è da illusi o imbroglioni.
Se le mobilitazioni del mese di aprile hanno mostrato la la potenziale forza delle masse popolari organizzate, le mobilitazioni di maggio possono sprigionare quella forza a un livello superiore.
Serve liberarsi da lacci e lacciuoli, vincoli, remore e paure, serve puntare in alto, serve puntare al governo del paese.






