Il 5 aprile si è svolta a Roma la manifestazione contro la guerra e il riarmo promossa dal M5s. La grande partecipazione l’ha fatta diventare qualcosa di diverso da ciò che doveva essere originariamente: una manifestazione “di partito” si è trasformata in una “manifestazione di popolo” man mano che si avvicinava la data del suo svolgimento.
Il M5s ha avuto il merito di aver dato forma al sentimento sempre più diffuso fra le masse popolari e ha tratto giovamento dalla goffa contromossa delle Larghe Intese che, con l’obiettivo di depotenziare la manifestazione del 5 aprile, avevano fatto indire da Michele Serra il patetico raduno del 15 marzo in Piazza del Popolo, sempre a Roma. Ma l’avversione alla guerra e ai guerrafondai è talmente diffusa che il risultato è stato opposto: il 15 marzo sia Piazza del Popolo che Piazza Barberini, dove si svolgeva in contemporanea una contro manifestazione, erano piene di gente che manifestava contro le politiche di riarmo e altrettanto è avvenuto il 5 aprile. E questo indipendentemente da chi ha chiamato quelle piazze e dall’obiettivo che si poneva.
Tutte le circostanze depongono a favore del fatto che il messaggio è chiaro: tutte le mobilitazioni promosse da chi ha un minimo di autorevolezza raccolgono ampia e convinta adesione perché le masse popolari italiane non vogliono saperne di guerra, economia di guerra e riarmo. Questa è la situazione, estremamente favorevole allo sviluppo di un movimento popolare, plurale e di massa.
La chiarezza della situazione, tuttavia, non impedisce che si presentino ostacoli e difficoltà.
Il primo e più insidioso ostacolo è la combinazione di settarismo e spirito di concorrenza che caratterizza una parte delle organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese.
Settarismo e spirito di concorrenza non si presentano mai palesemente – nessuno dice mai chiaramente “non partecipiamo a quella manifestazione perché ci sentiamo in concorrenza con chi l’ha promossa”, anche perché più che una manifestazione di franchezza sarebbe una dimostrazione di irresponsabilità…
Nel caso della manifestazione del 5 aprile settarismo e spirito di concorrenza si sono presentati sotto le sembianze delle speculazioni politiche di chi dice di saperla lunga: “quella del 5 aprile è una strumentalizzazione del M5s che cerca visibilità strumentalizzando i sentimenti delle masse popolari, nonostante le sue posizioni sulla guerra siano ambigue!”.
Le ambiguità del M5s sulla guerra sono note (dal primo voto in parlamento a favore dell’invio di armi all’Ucraina fino al sostegno alla missione Eurispes nel Mar Rosso), ma remare contro la manifestazione del 5 aprile non è stato il modo per alimentare l’autentico sentimento delle masse popolari e la loro spinta e disponibilità a mobilitarsi contro la guerra. È stato, casomai, un modo arretrato per distinguersi dal M5s (e da tutti coloro che erano in piazza), come se distinguersi fosse la cosa più importante.
Alcuni giorni dopo lo svolgimento della manifestazione in questione, una parte di quelli che dicono di saperla lunga ha annunciato l’avvio di un percorso per la costruzione di una “vera manifestazione contro la guerra” da svolgersi il 21 giugno, passando per un’assemblea nazionale che si svolgerà il 24 maggio a Roma. L’iniziativa è ottima!
I promotori, la “galassia” dell’area politica afferente alla Rete dei Comunisti, hanno molti affluenti da far convergere nel fiume della mobilitazione, a partire dalla spinta del 15 marzo, del 5 aprile, quella dirompente emersa in tutte le piazze del 25 Aprile e quella che ha animato la manifestazione del 12 aprile a Milano in solidarietà con il popolo palestinese.
La manifestazione del 21 giugno, inoltre, è convocata in concomitanza con il vertice della Nato a Bruxelles e nel corso degli ultimi mesi si è andata sviluppando l’iniziativa del Coordinamento Nazionale No Nato che riunisce una miriade di comitati e organismi locali.
La manifestazione del 21 giugno può essere uno snodo importante nella costruzione di un movimento popolare, plurale e di massa contro la guerra in Italia. A condizione, ovviamente, che i promotori per primi siano disposti a valorizzare tutto il patrimonio di mobilitazione che si è già espresso e quello che le masse popolari esprimeranno, lasciando perdere le speculazioni politiche con cui cercano di dimostrare di saperla lunga.
In altri termini, la costruzione di un movimento popolare, plurale e di massa contro la guerra in Italia non è appannaggio di questo o quel partito o di quella organizzazione, è responsabilità di tutti gli organismi politici e sindacali del fronte anti Larghe Intese.
Una seconda difficoltà da superare attiene alla capacità di “togliere il tappo” del rivendicazionismo alla mobilitazione delle masse popolari.
Rivendicare al governo Meloni misure che rompono la sottomissione dell’Italia agli imperialisti Usa e Ue ha davvero pochi margini di successo e di credibilità. Non ha e non dà prospettiva alla mobilitazione.
Giorgia Meloni a metà aprile è stata negli Usa per assicurare a Trump, fra le altre cose, l’aumento delle spese militari.
Giorgia Meloni e il suo governo hanno appena licenziato il decreto sicurezza, che trasforma ogni manifestazione in un atto ostile contro la sicurezza nazionale, per dare mano libera alla repressione.
Giorgia Meloni e il suo governo – pur con mille screzi nel fronte interno – continuano a sostenere le iniziative della Ue contro la Federazione Russa e – senza alcuno screzio interno – lo Stato terrorista d’Israele.
In Italia non esiste la prospettiva di un movimento popolare, plurale e di massa contro la guerra che non sia strettamente legato all’obiettivo di cacciare il governo Meloni e imporre un governo “della pace”, di partigiani della pace, nemico dei guerrafondai e dei terroristi che guidano la Comunità Internazionale.
C’è infine un terzo ostacolo da superare. È l’attendismo. È la tendenza a rimandare, a cercare la congiuntura di “condizioni migliori”, ad aspettare che i tempi siano maturi, che le masse “siano pronte”, i lavoratori organizzati e combattivi, le piazze piene e gli obiettivi chiari. L’attendismo è la tendenza a voler vincere solo se e quando il nemico si arrende.
Noi contrastiamo il settarismo e lo spirito di concorrenza: metteremo in campo tutte le nostre energie per la migliore riuscita dell’assemblea del 24 maggio e della manifestazione del 21 giugno.
Porteremo in ogni ambito ciò che ci contraddistingue, la parola d’ordine della lotta per un governo di emergenza popolare, per rafforzare e dare sviluppo al NO alla guerra, all’economia di guerra e al riarmo. E per quanto riguarda il terzo ostacolo da superare, facciamo appello ai lavoratori, ai giovani e alle donne d’avanguardia perché si uniscano a noi per iniziare a costruire subito il futuro che dobbiamo conquistare. Per vincere bisogna combattere!

A inizio aprile il governo dei sovranisti senza sovranità ha dichiarato la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina un progetto di rilevanza strategica per la Nato, indispensabile per la mobilità di uomini e mezzi da guerra dall’Italia centrosettentrionale alla Sicilia.
Ecco una dimostrazione pratica di ciò a cui serve “l’ombrello della Nato” nella Repubblica Pontificia italiana.
Dove non riescono le spinte delle organizzazioni criminali, dove non bastano le corruttele dei comitati d’affari, dove non è sufficiente che autorità politiche, giudiziarie ed ecclesiastiche chiudano tutti e due gli occhi, arrivano le pretese dell’esercito occupante a “sbloccare la situazione”.


![[Abbadia San Salvatore] Indicazione di voto per le amministrative 2024](https://i0.wp.com/www.carc.it/wp-content/uploads/2024/06/gbp.jpg?fit=1103%2C397&ssl=1)



