Dietro la cappa dell’informazione mainstream e dietro il paravento del teatrino della politica borghese, i vertici della Repubblica Pontificia italiana sono costantemente impegnati a trovare il modo di mantenere il potere.
Il fatto che le masse popolari organizzate non abbiano ancora individuato la strada per rovesciarli è esattamente ciò che li tiene in sella, è l’unica cosa su cui i vertici della Repubblica Pontificia possono davvero contare.
Possono ormai basare solo parzialmente il loro potere sulle promesse di una vita dignitosa.
Da quando è iniziata la fase terminale e catastrofica della crisi generale del capitalismo, nel 2008, i vertici della Repubblica Pontificia non possono più basare la coesione sociale del paese sullo Stato sociale, che è in via di smantellamento e procede di pari passo con quello dell’apparato produttivo. Questo, insieme alle leggi che eliminano diritti e tutele, è alla base della povertà e della precarietà dilaganti.
Non possono più basare il loro potere sulla forza e sull’autorevolezza delle istituzioni. Il parlamento è relegato da anni a camera di ratifica di decisioni prese altrove, il governo procede con decreti legge avallati dal sostanziale consenso dell’opposizione e persino l’indipendenza della magistratura (un “caposaldo” della democrazia borghese) è sotto attacco. E se lo svuotamento di ruolo e “significato democratico” è dispiegato ai vertici, altrettanto avviene per gli enti locali, le amministrazioni regionali, comunali, ecc.
I vertici della Repubblica Pontificia non possono più contare neppure sul sostegno della rete di partiti, sindacati e organizzazioni istituzionali grazie a cui fino al 2008 avevano “intruppato” nel sistema delle Larghe Intese una parte attiva delle masse popolari: tutto ciò che viene percepito come contiguo alle Larghe Intese – dal Pd e i suoi cespugli ai sindacati di regime, passando per le grandi associazioni istituzionali – viene infatti respinto, criticato, contestato.
Crescono l’insofferenza, il malcontento, le proteste e la ribellione di ampi settori delle masse popolari.
Il governo Meloni, che ha recentemente tagliato il traguardo di quinto governo più longevo nella storia repubblicana, è tutt’altro che stabile e forte. Sta in piedi per miracolo e il miracolo consiste unicamente nel fatto che i principali promotori delle proteste e delle mobilitazioni non si fanno ancora apertamente promotori della sua sostituzione con un governo di emergenza popolare.
Tuttavia, è altamente probabile che il governo Meloni cadrà in tempi relativamente brevi. Già da mesi i vertici della Repubblica Pontificia italiana cercano un’alternativa per sostituirlo, ma una combinazione di fattori rende la ricerca difficoltosa.
Da una parte le “tensioni internazionali” (le contraddizioni fra imperialisti Usa e Ue, l’alleanza tra imperialisti Usa e Ue contro la Repubblica Popolare Cinese, ecc.) che attraversano anche i vertici della Repubblica Pontificia (la lotta fra partito americano e partito europeo che li attraversa); dall’altra la problematica di far ingoiare alle masse popolari un altro governo delle Larghe Intese che non passi dalle elezioni (perché se facessero ricorso alle elezioni, per i partiti delle Larghe Intese il risultato sarebbe disastroso).
La verità è che i vertici della Repubblica Pontificia non riescono più a governare il paese nelle forme e con gli strumenti con cui lo governavano in passato. Le istituzioni e il sistema politico delle Larghe Intese sono un colabrodo.
Il fatto che le masse popolari organizzate non abbiano ancora individuato la strada per rovesciare i vertici della Repubblica Pontificia e costituire un proprio governo di emergenza è esattamente ciò che tiene a galla quello che sta inesorabilmente affondando. Siamo di fronte a questo scenario, non del tutto inedito.
Una situazione simile a quella di oggi si è presentata varie volte dal 2008: con l’avvicendamento del governo Monti al governo Berlusconi (2011), con i governi Letta, Renzi e Gentiloni (dal 2013 al 2018), con l’avvicendamento del governo Draghi al governo Conte 2 (2021).
Il governo Conte 1 è stato una parentesi, nel senso che nel 2018, a fronte della vittoria schiacciante del M5s alle elezioni, i vertici della Repubblica Pontificia sono stati rocambolescamente costretti a ingoiare un governo di cui non avevano il pieno controllo – e contro cui hanno manovrato in tutti i modi – e che pur fra mille contraddizioni (a partire dal “contratto di governo” fra M5s e Lega) aveva momentaneamente rotto la continuità dei governi delle Larghe Intese e “aperto una breccia” nel sistema politico della Repubblica Pontificia.
L’agonia del sistema politico dei vertici della Repubblica Pontificia si protrarrà, con le sue conseguenze disastrose sul paese e sulle masse popolari, fintantoché le organizzazioni operaie e popolari, i partiti e i sindacati anti Larghe Intese e il movimento comunista cosciente e organizzato non imporranno una soluzione di governo positiva e veramente alternativa, non imporranno un governo di emergenza popolare.
Per avanzare in questo senso ci sono due strade possibili e per spiegarle usiamo le parole già usate dal (n)Pci.
“1. Pensiamo alle “accampate” promosse negli anni passati dai promotori del No Debito, Eurostop, No Monti Day e simili, ora però organizzate in un contesto in cui
a. un certo numero di organismi operai e popolari agiscono da nuove autorità pubbliche* e
b. i personaggi di loro fiducia (alla De Magistris, Cremaschi e simili) si sono costituiti in un organismo – in passato lo abbiamo chiamato comitato di salvezza nazionale o di liberazione nazionale, ma quello che conta è la sostanza, non il nome – che nega ogni legittimità del governo in carica e il suo diritto a governare, che lotta per affermarsi come governo legittimo del paese in nome degli interessi delle masse popolari che assume di rappresentare e che sono calpestati dal governo in carica. Quindi, un organismo costituto non per contrattare e rivendicare, ma con l’obiettivo di cacciare il governo e di mobilitare le masse popolari a sviluppare su scala crescente tutte le iniziative di cui sono capaci fino alla vittoria.
In una situazione del genere, se proprio serve, possiamo anche indurre un parlamento che è ridotto come una prostituta in vendita al miglior offerente ad avallare un governo composto da persone designate dalle organizzazioni operaie e popolari, di loro fiducia.
2. Un’altra strada è quella che hanno aperto il M5s in Italia e Syriza in Grecia nel 2015. Stante l’avanzare della crisi del sistema politico, una coalizione anti Larghe Intese si afferma alle elezioni e riesce ad andare al governo.
Se ha a che fare con organismi come il Collettivo di Fabbrica della Gkn, organizzati e dotati di iniziativa, difficilmente potrà prescindere da essi, dalle loro rivendicazioni, dai decreti anti-delocalizzazione e dai piani per la mobilità sostenibile che presentano. Anziché calare le braghe come hanno fatto sia il M5s sia Syriza, il governo anti Larghe Intese dovrà avanzare.
Vuol dire che al Governo di Blocco Popolare si arriva attraverso le elezioni? No, perché quello che fa la differenza non è la vittoria alle elezioni, ma l’esistenza di un certo numero di organizzazioni operaie e popolari, il loro coordinamento e il loro orientamento a costituire un proprio governo d’emergenza” – da “Costituire il Governo di Blocco Popolare” – da La Voce del (n)Pci n. 71.
*Nel nostro paese basterebbero un centinaio, o anche meno, di organismi
come il Collettivo di Fabbrica della Gkn che fanno delle aziende minacciate di delocalizzazione, chiusura e ristrutturazione dei centri promotori della lotta contro lo smantellamento dell’apparato produttivo del paese;
come il Calp di Genova che bloccano i porti italiani al traffico di armi;
come i No Tav che impediscono o boicottano la realizzazione di grandi opere speculative di devastazione del territorio;
come Friday For Future ed Extinction Rebellion; come Udap e i Giovani Palestinesi; come i nodi territoriali del Coordinamento Nazionale No Nato, ecc.
Coordinati tra loro e orientati a costituire un governo d’emergenza di loro fiducia, renderanno ingovernabile il paese ai vertici della Repubblica Pontificia e li costringeranno a ingoiare – pur provvisoriamente nei loro propositi – un governo d’emergenza popolare.
Veniamo ai nostri compiti di oggi, di fronte al fermento che c’è in Italia, alle mille iniziative di base per fare fronte agli effetti della crisi e alle mille mobilitazioni e proteste.
Dobbiamo condurre una lotta contro il legalitarsimo e l’opportunismo nel movimento comunista cosciente e organizzato e nel movimento rivoluzionario (vedi Editoriale). Ma dobbiamo dedicare le migliori energie all’intervento sugli organismi operai e popolari già esistenti affinché
– il Governo di Blocco Popolare diventi anche un loro obiettivo cosciente;
– si coordinino di più e meglio e conducano insieme lotte e campagne comuni;
– rendano ingovernabile il paese al governo Meloni.
Se il governo Meloni ha probabilmente “le ore contate”, nel senso che i vertici della Repubblica Pontificia stanno tramando per sostituirlo con un governo “più affidabile”, a immagine e somiglianza dei loro interessi, il governo Meloni avrà certamente le ore contate se gli organismi operai e popolari si mettono in testa di irrompere nella lotta politica e imporre un proprio governo.
Questa prospettiva, questo sbocco, è all’ordine del giorno quali che siano le manovre delle Larghe Intese. È l’unica soluzione positiva che permette di combinare l’esigenza di porre rimedio, sia pure temporaneo e parziale, agli effetti più gravi della crisi (risponde agli interessi immediati delle masse popolari) con l’esigenza di avanzare nella costruzione della rivoluzione socialista (risponde all’interesse storico delle masse popolari).
Il mese di aprile, e in particolare la giornata del 25 Aprile, ha mostrato in piccola parte la relazione fra la debolezza del governo Meloni e la potenziale forza delle masse popolari organizzate.
Siamo a maggio e ci sono le condizioni per sprigionare quella forza a un livello superiore. Serve liberarsi da lacci e lacciuoli, vincoli, remore e paure, serve puntare in alto, serve puntare al governo del paese.
***
Otto vie per rendere ingovernabile il paese
Rendere il paese ingovernabile non vuol dire solo promuovere problemi di ordine pubblico, ma vuol dire soprattutto sviluppare il ruolo delle organizzazioni operaie e popolari come nuove autorità pubbliche.
Vuol dire che le larghe masse iniziano a trovare negli organismi operai e popolari le risposte, le indicazioni, l’autorevolezza e la serietà per mobilitarsi contro gli effetti più gravi della crisi; vuol dire che parti crescenti delle masse popolari non cercano più orientamento nelle istituzioni locali, nella Curia, nella Prefettura o nella ‘ndrina, ma nella rete di organismi operai e popolari che opera nella loro zona e che è coordinata con la rete che opera in altre zone.
Fino al punto in cui sono quelle stesse reti a scegliere i ministri del “loro governo” fra quegli esponenti della società civile in cui ripongono maggiore fiducia.
Per rendere il paese ingovernabile bisogna imparare dall’esperienza a praticare e combinare
1. la diffusione della disobbedienza e dell’insubordinazione alle autorità secondo il criterio che è legittimo tutto quello che è conforme agli interessi delle masse popolari, anche se è illegale;
2. lo sviluppo diffuso di attività del “terzo settore”: le attività di produzione e distribuzione di beni e servizi organizzate su base solidaristica locale;
3. l’appropriazione organizzata di beni e servizi (espropri, “io non pago”, ecc.) che assicura a tutta la popolazione i beni e servizi a cui la crisi blocca l’accesso;
4. gli scioperi e gli scioperi alla rovescia, principalmente nelle fabbriche e nelle scuole;
5. le occupazioni di fabbriche, di scuole, di stabili, di uffici pubblici, di banche, di piazze, ecc.;
6. le manifestazioni di protesta e il boicottaggio dell’attività delle pubbliche autorità;
7. il rifiuto organizzato di pagare imposte, ticket e mutui;
8. lo sviluppo (sul terreno economico, finanziario, dell’ordine pubblico, ecc.) di azioni autonome dal governo centrale da parte delle Amministrazioni Locali sottoposte alla pressione e sostenute dalla mobilitazione delle masse.






