Gli effetti della crisi generale, il vortice della Terza guerra mondiale, gli effetti della crisi ambientale e le misure che le Larghe Intese vogliono imporre, spacciandole per “soluzioni”, spingono le masse popolari a mobilitarsi. Il quanto si mobilitano (fino a che punto), il come si mobilitano e l’obiettivo per cui si mobilitano sono questioni che dipendono in tutto e per tutto dalla concezione che guida le organizzazioni politiche e sindacali che appartengono, o hanno l’ambizione di appartenere, al movimento rivoluzionario
La morte di Bergoglio e i cinque giorni di lutto nazionale (altro che Stato laico! L’Italia è una Repubblica Pontificia) hanno consentito al governo Meloni di nascondersi dentro la bolla di diversione dalla realtà e la cappa di unità nazionale create ad arte per celare la crisi politica delle Larghe Intese. Il governo ha provato a inglobare nella bolla anche la mobilitazione delle masse popolari, in particolare le celebrazioni del 25 Aprile, ma ha fallito.
Il 25 Aprile è stata una giornata di mobilitazione diffusa e di lotta politica dispiegata, il giusto punto di arrivo di un mese caratterizzato da manifestazioni, scioperi, proteste e iniziative.
Il 5 aprile, a Roma, c’è stata la manifestazione nazionale contro la guerra e il riarmo. Era stata indetta del M5s, ma la grande partecipazione l’ha fatta diventare una mobilitazione generale che, lungi dal poter essere facilmente “strumentalizzata” dal M5s, pone al M5s il problema di “esserne all’altezza” e darvi continuità.
Il 12 aprile, a Milano, c’è stata la manifestazione nazionale in solidarietà con il popolo palestinese.
Anche questa è stata un’enorme manifestazione, nonostante la censura mediatica, nonostante non ci fossero pullman organizzati dalla Cgil e dal Pd e nessuna struttura logistica o servizio pagati dal Comune di Milano con i soldi pubblici (che invece il Comune di Roma ha sborsato per tutta l’organizzazione del raduno europeista e guerrafondaio del 15 marzo in Piazza del Popolo). Eppure più di 50 mila persone erano in piazza.
Il 25 Aprile, poi, è stato il punto più alto delle mobilitazioni dello scorso mese. Il governo dei nostalgici del Ventennio e dei seguaci dei fucilatori di partigiani ha provato a strumentalizzare la morte di Bergoglio e ha imposto un lutto nazionale di cinque giorni per limitare le manifestazioni. Risultato? Enorme partecipazione alle manifestazioni nella principali città (dove neppure è stato preso in considerazione il “suggerimento alla sobrietà” del ministro, l’ex missino Musumeci) e grande partecipazione in quelle in cui i sindaci avevano provato a vietarle.
Oltre alle tre su citate, nel corso del mese si sono svolte anche una miriade di altre proteste, manifestazioni, mobilitazioni, scioperi (altre otto ore di sciopero dei metalmeccanici per il rinnovo del Ccnl), iniziative di lotta, di confronto, di solidarietà.
Le settimane che abbiamo di fronte sono ricche di mobilitazioni quanto quelle precedenti e ciò è inevitabile: gli effetti della crisi generale spingono le masse popolari a mobilitarsi. È utile fare un bilancio delle mobilitazioni del mese di aprile, vederne la continuità con quelle dei mesi precedenti e trarne gli elementi utili per rafforzare il nostro intervento e individuare i limiti che sono emersi fra le file di chi le mobilitazioni le promuove.
In termini generali, gli elementi principali su cui soffermarsi sono due.
1. Alla faccia di chi continua a diffondere disfattismo e rassegnazione, nel mese di aprile si è palesata la superiore disponibilità delle masse popolari a mobilitarsi. Decine di migliaia di persone hanno partecipato alla manifestazione del 5 a Roma; altre decine di migliaia a quella di Milano del 12; centinaia di migliaia – in forma diffusa, ma con importanti concentrazioni nelle principali città – a quelle del 25 Aprile.
Quando sono chiamate a schierarsi senza ambiguità contro il governo Meloni e le Larghe Intese, le masse popolari rispondono. E se c’è un centro abbastanza autorevole che promuove la mobilitazione, la risposta è di massa.
2. La combattività delle mobilitazioni sta aumentando. O meglio, sta aumentando la combattività di chi partecipa alle manifestazioni e aumenta la determinazione a non farsi fermare dalle minacce, intimidazioni e provocazioni messe in campo dal governo e dai vertici della Repubblica Pontificia con i loro apparati repressivi e di propaganda.
Se il 5 aprile a Roma si è principalmente trattato di una grande manifestazione “di testimonianza” contro la guerra, già la manifestazione del 12 aprile a Milano ha espresso un potenziale di combattività superiore, motivo per cui il corteo è stato attaccato dalla polizia senza alcuna apparente giustificazione. Ma c’era eccome: l’attacco del corteo “a freddo” è uno strumento politico, di repressione politica, per cercare di stroncare il carattere unitario della manifestazione, alimentare la divisione e la contrapposizione fra buoni e cattivi, intimidire la parte più legalitaria delle masse popolari.
Se contro il corteo del 12 aprile a Milano il tentativo della polizia è parzialmente riuscito, il 25 Aprile l’operazione politico-poliziesca è stata molto limitata (segno della debolezza del governo Meloni) e dove è stata tentata ha trovato una risposta coraggiosa e determinata che l’ha fatta fallire.
A Milano il Pd, i vertici di Cgil e Anpi sono stati costretti a ingoiare le bandiere palestinesi alla testa del corteo, mentre avrebbero preferito quelle dello Stato terrorista d’Israele.
A Roma il movimento antifascista e antisionista ha riconquistato Porta San Paolo e sanato lo sfregio che i vertici Anpi e altri avevano permesso: lasciare la piazza agli squadristi nazi-sionisti della Brigata ebraica.
A Torino, a Bergamo, a Trieste il movimento popolare ha saputo imporsi nonostante le provocazioni e le cariche della polizia.
In tantissime città, grandi e piccole, le masse popolari hanno platealmente violato i divieti di manifestare, di cantare Bella ciao, di esporre striscioni, ecc.
Il salto che la mobilitazione popolare ha compiuto nel mese di aprile ha fatto emergere più chiaramente i limiti e le contraddizioni del movimento rivoluzionario (e in particolare del movimento comunista cosciente e organizzato), ciò che non consente alla mobilitazione di svilupparsi, ma la soffoca: in particolare il legalitarismo e l’opportunismo presenti nelle organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese.
Il legalitarismo si può riassumere nella tendenza a voler limitare la mobilitazione, le proteste e le lotte entro i limiti consentiti dalla legge e dalle consuetudini (fare solo ciò che è permesso dalla borghesia e dalle sue istituzioni).
Il continuo restringimento delle libertà democratiche e degli spazi di agibilità politica, la crescente criminalizzazione dei movimenti popolari, le leggi sempre più restrittive rendono ben evidente che limitare la mobilitazione delle masse popolari a quello che la legge permette equivale a lasciare nelle mani del nemico la decisione su quello che si può fare e quello che non si può fare. Equivale, cioè, a farsi legare le mani dal nemico e rendere completamente sterile ogni mobilitazione.
Per definire l’opportunismo prendiamo direttamente le parole di Lenin: “sacrificare gli interessi fondamentali delle masse agli interessi temporanei di un’infima minoranza di operai”. Per attualizzare il concetto alla situazione contingente possiamo dire che l’opportunismo porta a occuparsi solo degli interessi di bottega. Interessi di bottega “di un’infima minoranza di operai contro gli interessi generali delle masse” e anche interessi di bottega di questa o quella area politica e sindacale contro gli interessi generali delle masse popolari.
Legalitarismo e opportunismo sono questioni distinte, ma spesso vanno a braccetto. Sono manifestazioni di sottomissione ideologica e politica alla borghesia e di sfiducia nelle masse popolari, sfiducia in se stessi e sfiducia nel fatto che il contrattacco è possibile anche in una situazione in cui le forze del nemico sono preponderanti. Ma la forza del nemico è ancora preponderante solo perché il movimento rivoluzionario non organizza e non promuove sistematicamente il contrattacco…
Le mobilitazioni di aprile ci lasciano un insegnamento importante.
Per alimentare il movimento operaio e popolare dobbiamo liquidare il legalitarismo e l’opportunismo presenti nel movimento rivoluzionario. Il modo più efficace per farlo non è scagliarsi contro i legalitaristi e gli opportunisti, ma valorizzare tutte le tendenze avanzate che esistono già nel movimento operaio e popolare. Tendenze che fanno emergere nella pratica il vicolo cieco verso cui conducono il legalitarismo e l’opportunismo, e che dobbiamo incanalare nello sbocco politico unitario che permette a ognuna di esse di svilupparsi e contribuire alla lotta per il Governo di Blocco Popolare.
Non importa se oggi il legalitarismo e l’opportunismo – lascito del predominio di sessant’anni di revisionismo e sinistra borghese – sono ben presenti anche alla testa dei sindacati di base, delle organizzazioni politiche e persino dei partiti e delle organizzazioni comuniste e rivoluzionarie.
Combattiamo per superarli con la critica e il dibattito franco e aperto, con l’unità d’azione e la solidarietà di classe, ma saremo in grado di liquidarli solo se saremo capaci di alimentare la parte più avanzata del movimento operaio e portarla al contrattacco.
In altri termini: le tendenze arretrate che ancora caratterizzano le organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese possono essere superate tanto prima e tanto più efficacemente, quanto più decisamente i comunisti si mettono alla testa delle tendenze più avanzate già presenti nel movimento operaio e popolare, fino a farle diventare tendenze maggioritarie. E le tendenze avanzate già esistenti pongono tutte, in un modo o in un altro, l’esigenza di imporre in Italia un governo di emergenza popolare.
Alla lotta contro legalitarismo e opportunismo – e quindi alla lotta per le condizioni favorevoli alla costituzione del Governo di Blocco Popolare – è dedicata gran parte di questo numero di Resistenza.
- Leggi anche Lettera di Giuseppe Maj






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Concordo. E aggiungo: è necessario studiare e poi praticare nuove forme di lotta da affiancare a quelle consuete. È necessario conoscere a fondo il contesto per applicarvi nuovi metodi e nuove strategie. In piazza l’obiettivo deve essere quello di portare centinaia di migliaia di persone. Non facile negli orizzonti della deculturazione odierna. Ma irrinunciabile.