Il 12 aprile, con procedura d’urgenza, è entrato in vigore il decreto sicurezza, ex ddl 1660, a firma Piantedosi, Nordio e Crosetto. Per oltre un anno Camera e Senato se lo sono rimpallato, a ogni passaggio parlamentare è stato peggiorato in qualche suo aspetto, ma non è mai stato approvato.
Allora il governo ha sospeso l’iter parlamentare e ha trasformato il ddl in decreto legge, una forzatura che “scippa il ruolo del parlamento” e “aggira la Costituzione”, come dicono giuristi, magistrati e costituzionalisti. E di questo scippo e aggiramento è stato pienamente complice anche Mattarella, che il decreto legge lo ha firmato!
In termini strettamente procedurali, seppur già in vigore, il decreto legge deve essere comunque approvato dal parlamento entro sessanta giorni dalla firma di Mattarella e i partiti di opposizione promettono “fuoco e fiamme”. Che mantengano la promessa è tutto da vedere, di certo il clima si sta scaldando anche sul fronte istituzionale.
Riccardo Magi, di +Europa, ha annunciato a fine aprile un ricorso alla Consulta per il suo annullamento.
Circolano inoltre già molti appelli che chiedono il ritiro della legge, o almeno la sua riformulazione: dell’associazione magistrati, dei professori di diritto penale, delle Camere penali e, il più recente, quello firmato da 257 giuristi. Tutti denunciano il contenuto della legge e l’iter di approvazione, tutti denunciano “il pericolo per lo Stato di diritto in Italia”.
La Regione Veneto, su iniziativa dell’assessore all’agricoltura Federico Caner, ha formalmente chiesto la revisione del decreto, in particolare per quanto concerne l’articolo 18 del testo, quello che mette fuorilegge la coltivazione e il commercio della cannabis light: in Italia 3 mila aziende, con 30 mila addetti, 500 milioni di fatturato e il 90% di export, sono condannate alla chiusura. Al netto della questione economica, c’è un caso politico che agita le acque in casa della Lega poiché “la filiera della canapa è sostenuta da una legge veneta che ne tutela la produzione attraverso specifici progetti, bandi, contributi”.
Ma è la Procura di Foggia ad aprire un fronte finora inesplorato. A fine aprile ha inviato una contestazione formale al Tribunale, una “memoria” in cui viene preso in esame un recente procedimento in cui l’applicazione delle aggravanti previste dal decreto sicurezza stravolgerebbe i pilastri della Costituzione, in particolare rispetto alla garanzia per gli imputati di ricevere un trattamento non discriminatorio rispetto ad altri a cui le aggravanti non sono applicate.
Il discorso è molto tecnico e il Tribunale di Foggia si esprimerà solo a metà giugno, quello che conta è che si tratta del primo palese segnale di resistenza attiva all’applicazione del decreto sicurezza nei tribunali.
Nelle prossime settimane ne vedremo di tutti i colori. Vedremo, soprattutto, i nostalgici del Ventennio che stanno al governo sbracciarsi per difendere con ogni mezzo il loro “capolavoro”. Ed è probabile che sentiremo anche i sinceri democratici, che oggi giustamente si indignano, affermare: “le abbiamo provate tutte, ma non c’è stato niente da fare”.
Il fatto è che la lotta per fare carta straccia del decreto sicurezza si decide con la mobilitazione e con la lotta dei lavoratori e delle masse popolari.
Tutte le contraddizioni, le crepe, le scosse che riguardano le istituzioni e il teatrino della politica borghese possono essere utili – dobbiamo renderle utili – ma l’aspetto decisivo è l’azione della parte organizzata delle masse popolari.
Fin dalla presentazione del disegno di legge si è sviluppata un’ampia mobilitazione: si sono svolte in tutta Italia manifestazioni, proteste, presidi e una miriade di iniziative per denunciare la portata reazionaria della misura.
Le reti sociali che hanno animato la protesta hanno indetto per il 31 maggio una manifestazione nazionale a Roma e in queste settimane si moltiplicano le iniziative di avvicinamento.
Il 30 aprile è stato annunciato l’inizio di uno sciopero della fame a staffetta indetto da sindacati e associazioni: A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Cnca, Forum droghe, L’altro diritto, La società della ragione e Ristretti orizzonti. Non inarcate il sopracciglio, ogni forma di mobilitazione è utile, se è parte di un processo che si sviluppa, cresce e in qualche modo alimenta le mille iniziative di base che vanno crescendo. Ad esempio, sempre il 30 aprile, gli attivisti di Extinction Rebellion (che sono uno dei “bersagli designati” della stretta repressiva) hanno manifestato sotto il Ministero della giustizia e sono iniziate le occupazioni delle scuole superiori (la prima è stata il liceo Volta di Milano, altre seguiranno). Ecco, sono queste le iniziative da moltiplicare e diffondere per rendere ingovernabile il paese al governo della repressione. Fino a cacciarlo e con esso anche il suo maggiordomo Mattarella.



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