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Adesione al corteo nazionale del 31 gennaio a Torino

Ciò che la repressione non riesce a spezzare, spezzerà la repressione e spazzerà via chi la promuove

Teresa Noce by Teresa Noce
Gennaio 16, 2026
in Comunicati nazionali, In evidenza
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Lo sgombero dell’Askatasuna è stata la più dispiegata operazione repressiva fra quelle che il governo Meloni sta conducendo a Torino.
È stata una rappresaglia in grande stile contro il movimento popolare in solidarietà al popolo palestinese, una rappresaglia che combina inchieste, misure cautelari, multe, perquisizioni, fogli di via a Torino e nel resto d’Italia: dal tentativo di espellere dall’Italia l’imam Shahin di Torino all’arresto di Hannoun e altri 8 palestinesi in Italia, dagli arresti domiciliari agli studenti di Torino all’inchiesta di Massa, dalle perquisizioni a Trieste alle multe di Ravenna e Bergamo, alle inchieste di Catania.

Lo sgombero dell’Askatasuna ha rinfocolato i questurini che dirigono il ministero dell’Interno e ha dato slancio ai missini e agli ex missini inebriati dal potere, apparentemente senza limiti, di cui godono dalle stanze dei ministeri agli scanni del parlamento e delle commissioni parlamentari. Annunciano una stagione di sgomberi per “chiudere definitivamente i conti con i centri sociali”: dopo lo sgombero del Leoncavallo (e di altre decine di spazi sociali in realtà di provincia), minacciano oggi sgomberi in tutta Italia, da Milano a Napoli, passando per Roma e Firenze.
Questo avviene nel contesto di repressione dispiegata di cui sopra, nel contesto delle manovre per attuare il decreto sicurezza di Piantedosi (platealmente violato dalle enormi mobilitazioni dello scorso autunno), alla vigilia dell’approvazione di un nuovo decreto sicurezza e dell’approvazione del disegno di legge che equipara l’antisionismo all’antisemitismo.
Insomma, il governo Meloni tenta di imporre un regime repressivo “di guerra” per tenere il passo con l’economia di guerra.

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A Torino, a partire dai militanti dell’Askatasuna, il movimento popolare organizza la resistenza. E lo fa attorno a un ragionamento politico particolarmente avanzato che parte dalla risposta organizzata allo sgombero, ma si sviluppa oltre.
Il testo che convoca l’assemblea nazionale del 17 gennaio [“Governo nemico del popolo, il popolo resiste”, ore 15 – Palazzo nuovo], in preparazione del corteo nazionale del 31, è estremamente chiaro in proposito.
“Il Governo Meloni ci vuole in guerra e fa la guerra al popolo. (…) Sgomberare Askatasuna ha significato fare una prova di forza, una sorta di castigo esemplare per chi ha respirato aria fresca nei blocchi delle stazioni e dei porti, per chi ha fatto sciopero e ha visto che ha funzionato, per chi ha pensato insieme siamo più forti. Ha significato colpire una città, Torino, che di resistenza è simbolo ma anche di pesante crisi, industriale ed economica.
Non è tempo per abbandonarsi a ricordi consolatori, è tempo di allargare e ricomporre un fronte unito che sappia organizzarsi e contrapporsi ai piani che il Governo ha pronti per noi. Insieme, indipendentemente da sigle, strutture o organizzazioni, uniti nell’urgenza di agire collettivamente per invertire il senso di marcia. Ci auguriamo che questa assemblea possa costituire uno dei tanti spazi in cui organizzare l’opposizione al governo Meloni: contro la crisi sociale, contro la guerra e contro il genocidio in Palestina”.

Ogni singola parola è da sottoscrivere. Ogni spinta in questa direzione è da sostenere.
Ogni sigla, struttura e organizzazione è chiamata a contribuire.
Ciò che è espresso nero su bianco in questo appello è un’esigenza che serpeggia già, anche se in molti casi in forme diverse, nelle assemblee di movimento, nelle riunioni di coordinamento, negli interventi ai presidi, nei capannelli a margine delle manifestazioni. Ma anche nelle aziende e nelle scuole (vedi anche il convegno promosso a Roma dalla Rete dei Comunisti “Dalle piazze all’alternativa. La mobilitazione politica è oggi più forte di quella sociale?”).
L’esigenza è superare la contingenza e – usare la contingenza per – costruire relazioni stabili, franche, solidali e convergenti per dare uno sbocco politico alla mobilitazione.
Questa è la base materiale su cui poggia ogni proposito di resistere con efficacia al governo della guerra e passare al contrattacco.
Il movimento operaio e popolare, il movimento antagonista, il movimento comunista cosciente e organizzato, nessuno escluso, hanno l’esigenza di “agire insieme”, ma soprattutto l’esigenza di pensare insieme, elaborare insieme, progettare insieme.
“Costruire l’alternativa” è una questione che riguarda le forze a disposizione. Ma oggi è soprattutto una questione che riguarda il contenuto, le forme di lotta e gli obiettivi di questa alternativa.

Per quanto riguarda le forze a disposizione, le mobilitazioni dello scorso autunno hanno dimostrato platealmente che ci sono.
“Le mobilitazioni di settembre e ottobre si sono inserite in un contesto di mobilitazione crescente – il 2025 è stato costellato di iniziative, manifestazioni, assemblee, scioperi anche nella prima metà dell’anno – e sono state le più ampie e radicali possibile, stanti il grado di organizzazione delle masse popolari e il livello del loro coordinamento, combinati con la concezione che ha guidato i principali organismi che si sono posti alla testa delle mobilitazioni.
Raggiunto il punto più alto possibile o la mobilitazione si evolve e diventa più apertamente lotta politica – per il governo del paese e per il potere – oppure inevitabilmente il numero di chi si mobilita cala.
Chi pensava che il livello di mobilitazione che si è espresso a cavallo fra settembre e ottobre potesse proseguire a tempo indeterminato era fuori strada.
Che i movimenti popolari abbiano un andamento altalenante e che a “ondate di piena” seguano periodi di calo è fisiologico, naturale.
Per mantenere un alto livello di mobilitazione, combattività, radicalità, continuità e spregiudicatezza nei metodi di lotta è necessario che le masse popolari siano più organizzate di quanto lo sono oggi e che il coordinamento fra le organizzazioni operaie e popolari sia più solido ed esteso di quanto lo sia attualmente.
Un esempio pratico, parziale ma comprensibile a tutti: per concatenare due, tre, quattro scioperi generali concentrati in un breve periodo è necessario che sia attiva una cassa di resistenza tale da sostenere anche economicamente i lavoratori che scioperano. Se non c’è, il cappio della necessità di arrivare alla fine del mese è un efficace dissuasore dal partecipare al secondo, al terzo e al quarto sciopero consecutivo…
Per quanto riguarda gli organismi che si sono posti alla testa della mobilitazione, poi, la principale considerazione da fare è che le mobilitazioni di settembre e ottobre hanno segnato uno sviluppo positivo anche nella loro abituale e ordinaria condotta.
L’unità d’azione fra organizzazioni sindacali è stata una novità (e anzi c’è da lottare oggi contro chi la ritiene “un incidente di percorso”), così come sono stati una novità i metodi di lotta che hanno rotto con le liturgie delle lamentose processioni. Persino la parola d’ordine “cacciare il governo Meloni” – che non era affatto prevalente all’inizio – si è fatta via via strada.
Insomma, quelle mobilitazioni hanno superato a sinistra il senso comune prevalente nelle organizzazioni politiche e sindacali che ne erano alla testa” – “È possibile una svolta e imprimerla spetta ai comunisti” da Resistenza n. 1/2026.

Per quanto riguarda i contenuti, i metodi di lotta e gli obiettivi il confronto, il “ragionare e progettare insieme”, deve svilupparsi. Al momento non è ancora adeguato rispetto alla situazione, alla gravità della situazione e alle potenzialità che la situazione offre.
In forma estremamente sintetica trattiamo tre aspetti.

a. Resistere al governo della guerra significa soprattutto mobilitarsi e mobilitare le masse popolari affinché rendano ingovernabile il paese per cacciare il governo Meloni e per impedire che al suo posto sia installato un altro governo delle Larghe Intese (del polo Pd o tecnico). Indicare chiaramente che l’obiettivo è cacciare il governo Meloni, far confluire su quell’obiettivo tutte le mobilitazioni e le proteste in modo che esso sia lo sbocco politico di tutte le mobilitazioni e di tutte le proteste.

b. Resistere al governo dei servi degli imperialisti Usa, dei sionisti e della Ue significa soprattutto rafforzare gli organismi operai e popolari ed estendere il loro ruolo politico, affinché diventino punto di riferimento per le larghe masse.

c. Resistere al governo dei questurini e dei nostalgici del Ventennio vuol dire porre apertamente l’obiettivo di imporre un governo di emergenza popolare che opera in nome e per conto degli organismi operai e popolari, dei movimenti, delle reti politiche e sociali, che risponde a essi anziché alle lobbies dei finanzieri e degli speculatori, dei trafficanti di armi e di esseri umani, dei guerrafondai e degli sciacalli che devastano l’ambiente, i territori e il paese.

Quando parliamo della necessità (e della possibilità) di imporre un governo di emergenza popolare alcuni scrollano la testa perché pensano siano “fantasie”, altri manifestano sfiducia e scetticismo perché “non ce lo lasceranno fare” e altri ancora ci chiedono da chi deve essere composto.
Ragionare insieme, progettare insieme significa anche rispondere insieme a questa domanda.
Il governo di cui i lavoratori e le masse popolari hanno bisogno non viene fuori dal cilindro, non può essere calato dall’alto (e tanto meno imposto): deve avere il sostegno e la fiducia degli organismi operai e popolari.
Noi non abbiamo nomi belli e pronti, noi diciamo che i nomi dobbiamo trovarli insieme, il movimento popolare tutto, nel suo complesso, deve trovarli. Del resto come si gestisce un porto lo sanno i portuali del Calp di Genova e del Gap di Livorno. Come si gestisce una fabbrica lo sanno gli operai della ex GKN di Firenze. Come si gestisce un territorio lo sa il Movimento No Tav. Altri 10, 100, 1000 organismi simili sono la spina dorsale del governo che dobbiamo e possiamo imporre.

Non abbiamo nomi, ma un ragionamento iniziale, alla luce delle mobilitazione dei mesi scorsi, è anche relativamente semplice.
Il movimento popolare sostiene Tajani al ministero degli esteri o sosterrebbe Francesca Albanese? Sostiene Valditara o sosterrebbe Barbero, D’Orsi o Parisi al ministero dell’Istruzione? Sostiene Nordio o sosterebbe Livio Pepino al ministero della Giustizia?
… Alla finanziaria di guerra del ministro Giorgetti esiste già l’alternativa (migliorabile quanto si vuole, ma è un lavoro pregevole): la Controfinanziaria 2026 di Sbilanciamoci!

Resistere e passare al contrattacco significa anche dare risposte a queste domande, significa porsene di nuove e significa spingere affinché le risposte – vecchie e nuove – incombano sul governo Meloni, i suoi ministri, i suoi portavoce, i suoi leccaculo. Affinchè la mobilitazione per imporle, quelle risposte, non sia spontanea, ma organizzata e coordinata.
E’ vero che l’impresa non è facile, ma è possibile oltre che necessaria. La riuscita dipende da ogni organizzazione e da ogni persona che vuole farla finita con il sistema di morte, miseria e degrado della borghesia.

Un inciso sui metodi di lotta e sulla repressione
Lo scorso autunno la mobilitazione popolare ha esondato. Sul piano quantitativo e su quello qualitativo: metodi di lotta che erano appannaggio di una stretta cerchia di militanti sono diventati si uso comune, con la parola d’ordine “blocchiamo tutto”. Questo è un dato assolutamente positivo.
Oggi le autorità borghesi scatenano la rappresaglia: inchieste, denunce, multe, misure cautelari, intimidazioni. L’esigenza è far diventare la repressione sempre più dispiegata un boomerang contro chi la promuove e per farlo ci sono solo due strade.
La prima è far diventare ogni procedimento una barricata. Usare tutti gli appigli tecnici, legali e politici per ostacolare l’iter repressivo, far diventare la resistenza alla repressione un ambito di mobilitazione, chiedere e dare solidarietà a chi è colpito dalla repressione, allargare la portata di chi esprime solidarietà. E continuare a fare ciò che il nemico, con la repressione, vuole impedire che sia fatto.
La seconda è contrattaccare, cioè portare la nostra iniziativa anche sul terreno che tipicamente è usato dalle autorità repressive: le sedi istituzionali e anche le aule di tribunali, dove è prassi corrente vedere sul banco degli imputati militanti e attivisti della causa palestinese, assistere al loro linciaggio mediatico e alla criminalizzazione, assistere alle condanne di chi è sceso in piazza, ma è stato finora impossibile veder processati i mandanti, i complici e i sostenitori italiani del genocidio contro il popolo palestinese.
Per questo motivo abbiamo querelato i parlamentari di Fdi. E chiediamo a tutte le componenti del movimento popolare di sostenere la mobilitazione affinché la querela non sia insabbiata.
La querela è un atto legale, ma è soprattutto un atto politico che contribuisce a mettere un argine al delirio di onnipotenza, malafede, e faziosità a personaggi che agiscono sistematicamente in nome del popolo italiano, ma per conto della Nato, degli Usa e dello stato sionista di Israele nell’eliminare i diritti e le conquiste che le masse popolari hanno conquistato con la vittoria della Resistenza e con le lotte che l’hanno seguita.

Siamo in guerra. Conduciamo con scienza e determinazione la nostra guerra contro la guerra che la borghesia ci costringe a subire.
Non sarà un buon 2026 per l’attuale classe dirigente. Lo sarà per chi si organizza, ha fiducia nella resistenza, rompe gli indugi e passa al contrattacco!

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