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È possibile una svolta e imprimerla spetta ai comunisti

Teresa Noce by Teresa Noce
Dicembre 30, 2025
in Editoriali, Resistenza n. 1/2026
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Il movimento popolare che ha raggiunto il suo apice nei mesi di settembre e ottobre ha creato condizioni estremamente favorevoli allo sviluppo della lotta di classe. Dedichiamo a questo argomento uno specifico articolo, qui è sufficiente richiamare la lotta degli operai della ex Ilva di Genova di inizio dicembre come esempio di quanto i metodi di lotta in stile “blocchiamo tutto” abbiamo fatto scuola.
È possibile imprimere una svolta definitiva al corso delle cose. È possibile un salto nella mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari. La condizione sine qua non è individuare correttamente l’aspetto principale su cui poggia la svolta possibile e perseguire fino in fondo l’obiettivo di “cambiare tutto davvero”.
In questo articolo affrontiamo questo argomento, però è utile un chiarimento.

Le mobilitazioni di settembre e ottobre si sono inserite in un contesto di mobilitazione crescente – il 2025 è stato costellato di iniziative, manifestazioni, assemblee, scioperi anche nella prima metà dell’anno – e sono state le più ampie e radicali possibile, stanti il grado di organizzazione delle masse popolari e il livello del loro coordinamento, combinati con la concezione che ha guidato i principali organismi che si sono posti alla testa delle mobilitazioni.
Raggiunto il punto più alto possibile o la mobilitazione si evolve e diventa più apertamente lotta politica – per il governo del paese e per il potere – oppure inevitabilmente il numero di chi si mobilita cala.
Chi pensava che il livello di mobilitazione che si è espresso a cavallo fra settembre e ottobre potesse proseguire a tempo indeterminato era fuori strada.
Che i movimenti popolari abbiano un andamento altalenante e che a “ondate di piena” seguano periodi di calo è fisiologico, naturale.
Per mantenere un alto livello di mobilitazione, combattività, radicalità, continuità e spregiudicatezza nei metodi di lotta è necessario che le masse popolari siano più organizzate di quanto lo sono oggi e che il coordinamento fra le organizzazioni operaie e popolari sia più solido ed esteso di quanto lo sia attualmente.
Un esempio pratico, parziale ma comprensibile a tutti: per concatenare due, tre, quattro scioperi generali concentrati in un breve periodo è necessario che sia attiva una cassa di resistenza tale da sostenere anche economicamente i lavoratori che scioperano. Se non c’è, il cappio della necessità di arrivare alla fine del mese è un efficace dissuasore dal partecipare al secondo, al terzo e al quarto sciopero consecutivo…
Per quanto riguarda gli organismi che si sono posti alla testa della mobilitazione, poi, la principale considerazione da fare è che le mobilitazioni di settembre e ottobre hanno segnato uno sviluppo positivo anche nella loro abituale e ordinaria condotta.
L’unità d’azione fra organizzazioni sindacali è stata una novità (e anzi c’è da lottare oggi contro chi la ritiene “un incidente di percorso”), così come sono stati una novità i metodi di lotta che hanno rotto con le liturgie delle lamentose processioni. Persino la parola d’ordine “cacciare il governo Meloni” – che non era affatto prevalente all’inizio – si è fatta via via strada.
Insomma, quelle mobilitazioni hanno superato a sinistra il senso comune prevalente nelle organizzazioni politiche e sindacali che ne erano alla testa.
Illudersi che potessero continuare e svilupparsi a tempo indeterminato, radicalizzarsi ed estendersi fino a cacciare il governo Meloni, senza che vi fosse un’adeguata rete di organizzazioni operaie e popolari e senza che gli organismi promotori perseguissero questo obiettivo politico coscientemente era, appunto, un’illusione.
L’illusione si è infranta contro la realtà, ma a essere sbagliata era l’illusione, non la realtà.

Un inciso sul “riflusso”. Che la partecipazione alle mobilitazioni cali è fisiologico.
Che tale calo sia usato dai dirigenti sindacali e politici come giustificazione per NON assumersi la responsabilità di orientare e organizzare il movimento popolare affinché compia il salto politico necessario – perseguire coscientemente l’obiettivo di cacciare il governo Meloni e costituire un governo di emergenza popolare – è invece una manifestazione di opportunismo.

Dopo il picco delle mobilitazioni dello scorso autunno, il movimento popolare è giunto al punto in cui continuare a “bloccare tutto” è diventata una parola d’ordine giusta, ma velleitaria perché quanto esiste di organizzato fra i lavoratori e le masse popolari non era nelle condizioni di farlo e non ha potuto contare su un obiettivo politico chiaro ed esplicito per cui farlo.
Questo non vuol dire che il movimento è concluso. Questo vuol dire che è arrivato il momento di concentrare l’intervento sull’aspetto determinante ai fini dello sviluppo della mobilitazione, sia in termini organizzativi che in termini politici. E l’aspetto decisivo è curare la nascita, il rafforzamento e il coordinamento degli organismi operai e popolari e portarli ad assumere un ruolo politico, portarli ad agire da nuove autorità pubbliche.
È doverosa una parentesi. La mobilitazione popolare è andata crescendo nel corso del 2025 e ha fatto un salto quando il Calp (Collettivo autonomo lavoratori portuali) di Genova ne ha preso la direzione. È successo a fine agosto, con la definizione di una chiara linea di condotta: “se toccano la Flotilla, blocchiamo tutto”.
La particolarità di quell’appello stava nel fatto che è stato lanciato da un organismo operaio che è da anni avanguardia di lotta contro il traffico di armi e ha davvero gli strumenti per bloccare il porto di Genova. Si è rivolto al movimento popolare per bloccare non solo il porto di Genova, ma “tutto”.
L’Usb ha contribuito a dare a quell’appello una risonanza nazionale e, soprattutto, uno sbocco pratico con lo sciopero generale del 22 settembre. Gli sviluppi sono noti e nel solco di quegli sviluppi il Calp di Genova ha assunto nella lotta contro il traffico di armi, contro la Terza guerra mondiale e in solidarietà al popolo palestinese un ruolo analogo a quello assunto dal Collettivo di Fabbrica (CdF) della ex Gkn nella lotta contro lo smantellamento dell’apparato produttivo.
Sia il Calp che il CdF della ex Gkn si sono formati spontaneamente, non su iniziativa del movimento comunista cosciente e organizzato e neppure per iniziativa delle organizzazioni sindacali.
Entrambi, ognuno con le sue specificità, si sono combinati con le organizzazioni sindacali, ma non sono nati in funzione di questa o quella organizzazione sindacale.
Entrambi, con la loro azione, hanno confermato il ruolo determinate che ha la classe operaia nel coagulare e coordinare organismi operai e popolari, esponenti politici e sindacali, intellettuali e amministratori progressisti.

Veniamo all’oggi. Le mobilitazioni dello scorso autunno hanno dato un inestimabile contributo a che nascessero ovunque – nelle aziende pubbliche, nelle aziende capitaliste, nelle scuole (organismi studenteschi e di insegnanti), nella sanità, ecc. – embrioni più o meno sviluppati di organismi operai e popolari.
In maniera simile al Calp e al CdF della ex Gkn, questi embrioni sono nati su spinta del movimento popolare, non per iniziativa di partiti e organizzazioni del movimento comunista cosciente e organizzato né per iniziativa delle organizzazioni sindacali. E possono potenzialmente assumere un ruolo simile a quello del Calp e del CdF della ex Gkn.
Anziché fasciarsi la testa di fronte a un ipotetico e inesistente riflusso, quello che c’è da fare ora – la questione principale e decisiva – è curare sistematicamente e con continuità quella miriade di embrioni, curare il loro rafforzamento e il loro coordinamento, curare la loro capacità di diventare punto di riferimento autorevole per il resto delle masse popolari, senza aspettare che “maturino da sé”.

Se partiamo dal presupposto che basterebbero un centinaio, o anche meno, di organismi simili al Calp di Genova e al CdF della ex Gkn per compiere un salto nell’ingovernabilità del paese e nella costruzione di un governo di emergenza popolare, è chiaro cosa significa che è possibile imprimere una svolta al corso delle cose.
Quello che decide tutto è la capacità dei comunisti di mettersi alla testa del processo per rafforzare gli organismi operai e popolari esistenti, per crearne di nuovi laddove ancora non esistono, per coordinarli tutti e portarli a svolgere il ruolo di promotori della mobilitazione delle ampie masse, ad agire da nuove autorità pubbliche.

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Tags: Politica
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