In un recente articolo di Resistenza abbiamo trattato il contenuto politico del referendum del 22 e 23 marzo. Quello che non abbiamo trattato in quell’articolo è il nesso con il contesto e gli sviluppi della Terza guerra mondiale.
L’aggressione alla Repubblica Islamica dell’Iran da parte degli imperialisti Usa e dei sionisti d’Israele ha reso l’argomento ancora di più stringente attualità, benché essa sia solo un episodio particolare di un processo più ampio e articolato (la Terza guerra mondiale è già in corso).
È utile in ogni caso riaffermare che il referendum è un’occasione per dare una spallata al governo Meloni, il governo della guerra e dell’economia di guerra, e cacciarlo. E deve essere usato per questo.
Sono del tutto secondarie – e completamente fuorvianti – le “ragioni del NO” propagandate dal polo Pd delle Larghe Intese e dalla sinistra borghese (la “difesa della Costituzione e della democrazia”).
Sono completamente sbagliate le posizioni astensioniste di chi sostiene che “votare o non votare non cambia niente” o che “votare significa avallare e difendere la giustizia della classe dominante”.
Formalmente il referendum è sulla riforma della magistratura, in verità è uno strumento della lotta per cacciare il governo Meloni e sottrarre l’Italia dalla complicità e dalla sottomissione agli imperialisti Usa e ai sionisti.
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Per la cricca di potere raccolta attorno a Giorgia Meloni il referendum è un incidente di percorso. Se avesse potuto l’avrebbe evitato. Perché il significato del referendum non è affatto “riforma della giustizia sì oppure no”, ma “governo Meloni sì oppure no”. La mancanza del quorum, che per il referendum costituzionali non è previsto, è un ulteriore elemento di preoccupazione.
Non ci sono procedure parlamentari, filtri, ricatti o manipolazioni dei deputati e dei senatori, non ci sono voti di fiducia: l’esito del referendum è un esame della tenuta del governo di fronte al giudizio delle larghe masse. Sia quelle che ha preso in giro e truffato, presentandosi come “il governo sovranista” che avrebbe tagliato le accise, abolito la legge Fornero e aumentato le pensioni, sia quelle che sta spolpando con gli attacchi ai diritti sociali, sia quelle che vuole reprimere, che criminalizza e perseguita.
Fare in modo che, quale ne sia l’origine, tutto il malcontento popolare confluisca nel NO al referendum per dare alla cricca raccolta attorno a Giorgia Meloni una spallata decisiva e combinarla alle mobilitazioni delle prossime settimane (a partire dalla manifestazione del 28 marzo a Roma) non è solo interesse di tutti coloro che vogliono liberare il paese dai guerrafondai servi degli imperialisti Usa, dei sionisti, della Ue, ma deve essere obiettivo praticato coscientemente.
Le condizioni per farlo ci sono tutte, le condizioni sono favorevoli. Ma ci sono anche tre ostacoli che vanno considerati e superati. Chiamiamo gli organismi operai e popolari, le organizzazioni politiche e sindacali del fronte anti Larghe Intese, i partiti e le organizzazioni del movimento comunista a unire le forze per superarli. Eccoli esposti in breve.
1. La radicata avversione delle masse popolari per la casta dei giudici e per la magistratura è un ostacolo al NO
Nonostante il bombardamento mediatico, che sollecita anche i nefasti retaggi ereditati dalla retorica legalitaria del vecchio Pci, una larga fetta di popolazione ha esperienza diretta che la giustizia borghese è un inganno, che la democrazia borghese è un inganno e che tutto ciò che le riguarda è una manifestazione dell’oppressione di classe.
Una larga fetta di masse popolari sa per esperienza diretta che la magistratura è una lobby al servizio dei potenti, i giudici una casta e il codice civile e penale sono gli strumenti per cui la legalità borghese è il paravento per la violenza dello Stato borghese contro le masse popolari.
La casta dei giudici e alcune eccezioni. Nella storia della Repubblica Pontificia sono occasionalmente saliti alla ribalda alcuni magistrati democratici che si sono distinti per aver rivolto gli strumenti della giustizia contro padroni, speculatori o altri esponenti della classe dominante. Dalla stampa venivano chiamati “i magistrati d’assalto”. Erano il una manifestazione dell’influenza e della forza del movimento comunista, ma sono stati soprattutto eccezioni che confermano la regola: nella società borghese la legalità e la giustizia sono al servizio della borghesia e del clero.
Nel corso del tempo, anche come conseguenza del progressivo distacco delle masse popolari dal sistema politico e dalle istituzioni della classe dominante, questa consapevolezza è diventata parte di quel fenomeno che i sociologi e i politologi, oltre a una schiera di opinionisti di bassa lega, definiscono “antipolitica”, il termine che descrive la crescente avversione delle masse popolari per le autorità e per le istituzioni della classe dominante e per “l’ordine costituito”.
È bene chiarirsi, questi sentimenti e le pur parziali conclusioni che ne derivano, sono del tutto legittime e sono giuste.
Lo scollamento di parti crescenti delle masse popolari dalle autorità, dalle istituzioni, dalle procedure e dai regolamenti della classe dominante sono un dato oggettivo. Possono avere sviluppi positivi, se vengono valorizzati in senso rivoluzionario, o negativi, se a cavalcarli è la parte più reazionaria ed eversiva della classe dominante.
Ai fini del ragionamento che stiamo facendo qui, quei pur giusti sentimenti coltivati da settori ampi delle masse popolari contro la magistratura e la giustizia borghese contribuiscono all’astensione al referendum, quando non addirittura a rimpolpare le file di chi voterà Sì. Perché il governo Meloni fa leva ANCHE su questi sentimenti per tentare di eludere il problema del referendum. E quindi “addosso ai giudici”, una campagna mediatica e politica che in mano alla destra diventa un siparietto tragicomico in cui si vede di tutto, tranne il peso e il valore della questione di classe. Come se i “problemi giudiziari” degli esponenti della classe dominante possano in qualche modo essere accomunati all’oppressione della classe dominante e della sua magistratura sulle masse popolari.
Ci servono due movimenti. Il primo è alimentare la chiarezza sul fatto che chi vota NO non lo fa per difendere la magistratura borghese e la casta dei giudici, quindi un movimento che smonta pezzo per pezzo la propaganda del governo Meloni sul referendum. Il secondo è smontare la propaganda dei promotori borghesi del NO al referendum.
2. Il cretinismo legalitario dei promotori borghesi del NO al referendum.
Smontare la propaganda dei promotori borghesi del NO al referendum ha un peso specifico rispetto all’obiettivo di fare del referendum un’occasione per dare una spallata al governo Meloni. Il discorso attiene alla necessità di contrastare l’intossicazione, le illusioni, le menzogne della parte sedicente “democratica” della classe dominante. Che poi, in definitiva, contribuiscono ad alimentare quel progressivo distacco delle masse popolari dalle istituzioni, dalle autorità e dagli istituti propri della democrazia borghese di cui sopra.
Che tipo di efficacia può avere l’argomentazione del No al referendum per “difendere la giustizia”?
Milioni di proletari hanno esperienza del fatto che la giustizia borghese è un imbroglio.
Si contano sulle dita di una mano (e hanno tutte specifiche motivazioni legate alla guerra per bande fra i vertici della Repubblica Pontificia) le occasioni in cui un padrone, uno speculatore, un funzionario del capitale ha pagato per i crimini che ha commesso. E anche quando “la giustizia lo ha colpito”, la condanna è stata scontata agli arresti domiciliari nelle ville con piscina…
Non si contano, invece, i casi in cui anche di fronte all’evidenza, la giustizia borghese ha dovuto arrendersi al fatto che i ricchi e i padroni non si toccano. Alcuni casi sono più emblematici di altri
Il “disastro del Vajont” è diventato proverbiale, quello di Casale Monferrato è recentemente tornato agli onori della cronaca per una puntata di Report da cui emergevano i legami fra Stephan Schmidheiny e le alte sfere del potere israeliano che gli hanno letteralmente evitato ogni guaio giudiziario. Ma tutti i casi – grandi e piccoli, famosi o sconosciuti – rientrano nel novero delle delizie della legalità borghese.
E che dire del “votare NO per difendere la Costituzione”? Difendere la costituzione è diventato il mantra di tutti coloro che la Costituzione l’hanno calpestata, stracciata, elusa, violata mille volte. C’è una pletora di esponenti del Pd che oggi si riempie la bocca con “difendere la Costituzione”, ma si guarda bene anche dal solo nominare il fatto che la Costituzione va attuata!
Il Pd potrebbe essere promotore dell’attuazione della costituzione a partire dalla schiera di governatori regionali e sindaci che invece sono in prima fila con il ministro Piantedosi a manganellare chi manifesta (vedi a Bologna), sono i promotori del razzismo di Stato che usano “il problema sicurezza” per alimentare la guerra fra poveri, sono palazzinari, cementificatori, sostenitori degli interessi isrealiani in Italia, propagandisti della Terza guerra mondiale a Milano, Roma, Napoli, in Toscana, in Emilia Romagna, in Puglia.
Sono diversi dai loro compari di destra solo perché biascicano di “difendere la Costituzione”? I distruttori del sistema sanitario nazionale che affermano di voler difendere la Costituzione hanno un ruolo diverso da quelli che la vogliono modificare?
Le domande sono retoriche, ma le risposte sono meno scontate di quanto di possa pensare. O, meglio, le risposte pongono una questione politica ben definita: la propaganda dei promotori borghesi del NO al referendum rafforza il Sì.
La propaganda dei promotori borghesi del NO non può valorizzare, ma anzi squalifica, il sentimento di ribellione che settori crescenti delle masse popolari provano verso le autorità e le istituzioni borghesi.
Allora, ci rivolgiamo soprattutto ai partiti e alle organizzazioni del movimento comunista italiano: inseguire la propaganda dei promotori borghesi del NO al referendum e della sinistra borghese, con i temi e le parole d’ordine del polo Pd delle Larghe Intese, è il peggior modo di usare la campagna referendaria.
Per alimentare la mobilitazione contro il governo Meloni e contro le Larghe Intese abbiamo bisogno, i comunisti hanno il compito, di condurre una campagna referendaria di classe e d’attacco.
3. L’irresponsabile astensionismo di principio degli estremisti
Nel movimento popolare, fra le forze del movimento comunista e anti Larghe Intese, esiste anche chi sostiene che il referendum sia solo un altro capitolo del teatrino della politica borghese e andare a votare, votare sì o votare no, o non andarci proprio non fa alcuna differenza. Alcuni sostengono persino che proprio in funzione “antisistema” è meglio non andare a votare per non assecondare la farsa.
Sono posizioni e valutazioni legittime, ma oltre a essere sbagliate sono diseducative, nocive.
Indichiamo l’elettoralismo come una tara del movimento comunista, ma l’astensionismo di principio è solo una manifestazione della stessa tara ideologica. Tuttavia non è questo il contesto per una discussione articolata su elettoralismo e astensionismo di principio, ci interessa qui mettere in evidenza che l’astensionismo nel caso specifico e concreto del referendum del 22 e 23 marzo è una forma di arrendevolezza alla classe dominante e alle sue istituzioni. È una forma di passività verso la lotta di classe in corso.
È arrendevolezza di chi coltiva l’idea di non andare a votare e, quali che siano le motivazioni “radicali” con cui viene presentata l’idea, è una posizione che educa le masse popolari alla marginalità anziché al protagonismo, a essere spettatrici anziché protagoniste, a stare a guardare che le cose facciano il loro corso anziché assumere un ruolo attivo nell’usare gli appigli che la situazione presenta per rafforzare l’organizzazione e la mobilitazione delle masse popolari.
Dire, giustamente, che per cacciare il governo Meloni bisogna usare ogni mezzo necessario, non può e non deve essere una sparata propagandistica, significa usare tutti i mezzi che sono praticabili, combinarli, rafforzarne la sinergia e la concatenazione. Pertanto non sono solo le “iniziative militanti” a essere efficaci, a essere efficace è la combinazione delle iniziative militanti con le iniziative di massa e le irruzioni nel campo nemico (la politica borghese).
L’aspetto decisivo rimane, sempre e in ogni caso, alimentare il protagonismo delle masse popolari.
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Abbiamo detto che per alimentare la mobilitazione contro il governo Meloni e contro le Larghe Intese abbiamo bisogno, i comunisti hanno il compito, di condurre una campagna referendaria di classe e d’attacco. Chiariamo il concetto.
Si tratta di far confluire nel NO al referendum e nella propaganda per il NO TUTTE le motivazioni che qualificano l’obiettivo di cacciare il governo Meloni. La più solida ed efficace, benché non sia affatto l’unica, è il NO alla guerra e all’economia di guerra.
Il referendum sulla riforma della giustizia deve diventare un referendum contro la guerra e il governo Meloni che la promuove da servo degli Usa e dei sionisti.
In secondo luogo si tratta di fare di ogni iniziativa l’occasione per sviluppare il coordinamento e l’unità d’azione. Avanziamo nel consolidamento e allargamento del fronte dei partiti e delle organizzazioni del movimento comunista e anti Larghe Intese.
In terzo luogo si tratta di moltiplicare le iniziative comuni per sviluppare la mobilitazione sul terreno pratico: dai volantinaggi ai presidi, dai cortei alle iniziative di propaganda di fronte alle sedi dei partiti di governo e dei sostenitori del sì, giornali padronali, centri del potere economico, politico e mediatico.
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Gli imperialisti Usa e i sionisti d’Israele hanno imposto un salto alla Terza guerra mondiale. Il governo Meloni ha già messo a loro disposizione basi militari e sistemi d’arma. Va cacciato adesso e bisogna usare ogni mezzo per farlo.
Combiniamo la campagna per il NO al referendum con le mobilitazioni in programma nelle prossime settimane: da quelle del 14 e del 28 marzo a quelle di aprile, a partire dal 25 Aprile e del 1° Maggio, per rendere ingovernabile il paese tanto alla cricca del governo Meloni che al polo Pd delle Larghe Intese e costituire un governo di emergenza popolare.






