Il No al referendum ha stravinto e ha travolto tutte le chiacchiere degli esponenti del governo (sostenuto per l’occasione da Calenda e Renzi e dalle Picierno e dai Minniti del Pd), dei loro padrini e dei loro lacchè del mainstream.
Le chiacchiere fatte prima del voto, durante una campagna elettorale impostata sulla disinformazione, la criminalizzazione dei movimenti popolari e il terrorismo mediatico, ma anche le chiacchiere fatte dopo il voto. A partire dai tentativi di negare l’evidenza: il No al referendum è stato un voto politico, un voto contro il governo Meloni.
“Non mi dimetterò” dice Giorgia Meloni. Ma l’affermazione ha il sapore di una minaccia o di un ricatto più che di un impegno politico e civile. Molto più realistici i mesti rappresentanti dei partiti di governo che si sono alternati durante lo spoglio sui canali televisivi: “speriamo di riuscire a tenere insieme i cocci”, il commento più diffuso.
Sì perché oltre alla legnata presa dal voto delle masse popolari, la vittoria del NO acuisce tutte le contraddizioni di una maggioranza spaccata su tutto, unita solo dalla velleità di voler rimanere al governo.
E se Giorgia Meloni dice che non si dimetterà, se dai capi bastone del “campo largo” si susseguono proclami sulla necessità di prepararsi alle elezioni del 2027, se tutto il fronte delle Larghe Intese spera che tutto possa andare avanti come prima, in ordine, fino alle elezioni del 2027 le masse popolari hanno invece l’interesse a cacciare il prima possibile il governo Meloni e impedire che un altro governo della guerra e dell’economia di guerra venga istallato dai vertici della Repubblica Pontificia.
Chi vuole cacciare il governo Meloni ORA è la maggioranza del paese. Cacciare il governo Meloni ORA deve diventare l’obiettivo delle forze che hanno a cuore le sorti del paese. Cacciarlo e sostituirlo con un governo di emergenza popolare che attua le parti progressiste della Costituzione del 1948 a partire dal sottrarre l’Italia dalla Terza guerra mondiale e dalla complicità con gli imperialisti Usa e i sionisti; dallo stop allo smantellamento dell’apparato produttivo, dalla difesa dei posti di lavoro esistenti e dalla creazione di nuovi posti di lavoro; a partire dalla sospensione immediata delle grandi opere speculative, inutili e dannose a favore delle piccole opere necessarie, dalla difesa del sistema sanitario nazionale pubblico e della scuola pubblica.
A proposito di numeri…
Al referendum ha votato il 59% degli aventi diritto (circa 30,4 milioni di elettori su circa 51.400.000 aventi diritto, di cui 5 milioni all’estero). Un record in termini di referendum e un’inversione di tendenza rispetto al dilagante astensionismo. Ciò dimostra che quando le masse popolari non sono costrette a scegliere fra il peggio e il meno peggio, tra i due poli delle Larghe Intese che attuano lo stesso programma, a votare ci vanno. Quando vedono la prospettiva di contare nella scena politica, partecipano. Quando la repulsione per il teatrino della politica borghese non è asfissiante, non sono affatto passive o “passivizzate”.
Il sì ha raccolto il 46,46% (12.841.804 di voti)*
Il NO ha raccolto il 53,54% (14.798.224 di voti) *
*mancano ancora alcune centinaia di sezioni da scrutinare.
Nel 2022, alle elezioni politiche, l’affluenza è stata del 63,91% (29.355.056 su 50.904.123 aventi diritto). I partiti di governo (Fdi, Lega e FI) insieme hanno raccolto 11.896.526 di voti. Questo significa due cose.
La prima è che i tre partiti di maggioranza governano pur avendo raccolto nel 2022 meno voti di chi ha votato NO al referendum (e persino meno voti di chi ha votato sì, giusto per capire di quale consenso godano). Cioè, governano nascondendosi dietro le “regole della democrazia” pur rappresentando meno del 26% di coloro che ne 2022 avevano diritto al voto.
La seconda è che i numeri e le speculazioni elettorali sono solo una conferma, una prova del nove: la realtà è che le masse popolari non vogliono il governo Meloni, sono in piazza da mesi per cacciarlo e anche con il conforto dei numeri e delle “speculazioni elettorali” adesso devono prendere l’iniziativa di cacciarlo.
La sveglia che è suonata nelle urne del referendum deve diffondersi nelle piazze a partire da quella del 28 marzo e oltre. Deve animare e dare fiducia agli organismi operai e popolari, le organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese, le organizzazioni e i partiti del movimento comunista: è possibile costruire una vera alternativa di governo.
La sveglia che è suonata nelle urne ha le radici piantate nelle grandi mobilitazioni di settembre e ottobre, che il governo lo hanno fatto vacillare, e i frutti devono essere colti adesso, nelle prossime settimane, nei prossimi giorni.
Questa è la primavera di riscossa di cui ci sono tutte le condizioni.
Le prossime settimane sono politicamente dense. Ci sono molte occasioni per sviluppare l’unità d’azione, il coordinamento, la convergenza delle mobilitazioni, l’agire insieme.
Facciamo in modo che siano anche occasione per pensare e progettare insieme il nostro futuro. A partire dai nomi dei ministri del governo di emergenza che ha il compito di portare l’Italia fuori dalla Terza guerra mondiale, di fermare lo smantellamento dell’apparato produttivo, di assegnare un lavoro utile e dignitoso a tutti, di cacciare gli agenti sionisti dalle stanze dei bottoni e di togliere l’acqua in cui sguazzano i promotori del razzismo e della guerra fra poveri – da Primavera di riscossa, su Resistenza n. 3/2026
Il campo largo, in particolare il Pd, cercherà di intestarsi la vittoria del referendum e di far scemare la partecipazione popolare per incanalare il malcontento e la voglia di cambiamento nelle liturgie della politica borghese.
Nessuna fiducia e nessuna cambiale in bianco a chi cerca di arginare la mobilitazione delle masse popolari.
La vittoria del NO al referendum, la sveglia al governo Meloni, l’avviso di sfratto al governo Meloni, è arrivata nonostante le chiacchiere vuote del Pd e dei suoi cespugli, nonostante lo schieramento per il NO di una schiera di funzionari del capitale ripropostisi come improbabili “paladini della difesa della Costituzione”: da Mario Monti a Romano Prodi, accompagnati da uno stuolo di personaggi che da decenni agiscono violando la Costituzione, eludendola, aggirandola.
Nelle piazze, nelle aziende, nelle scuole l’organizzazione e la mobilitazione degli organismi operai e popolari, delle reti sociali e dei movimenti deve fare in modo che la situazione sfugga dalle mani del Pd per alimentare la voglia di protagonismo delle masse popolari.
Quella voglia di protagonismo che ha portato la parte popolare e proletaria del paese a votare NO non solo nei “feudi” con una storia elettorale legata al vecchio movimento comunista italiano (Toscana, Emilia Romagna, ecc.), ma anche nei territori che erano stati feudi della Dc, di Forza Italia, del clientelismo e del voto di scambio.
Si è rotto un argine al protagonismo popolare in tutto il Meridione, in particolare in Sicilia, in Campania, in Puglia, in Calabria…
La prima, grande occasione per scendere in piazza uniti è la manifestazione del 28 marzo a Roma. Ogni organizzazione e ogni partito del fronte anti Larghe Intese ha la responsabilità di renderla una giornata di lotta radicale e di massa per cacciare il governo Meloni.
“Il movimento comunista, antimperialista e popolare deve passare al contrattacco per rovesciare il governo Meloni e la sua l’unità nazionale della parte più reazionaria della classe dominante.
Passare al contrattacco per cacciare il governo Meloni e sostituirlo con un governo di emergenza popolare che attua la Costituzione del 1948. Il fatto che persino questo sia considerato eversivo, dimostra la necessità di farlo.
Dare le gambe al governo di emergenza popolare che serve alle masse popolari è l’obiettivo che ci poniamo. Adesso e nelle piazze, nelle aziende, nelle scuole e nei quartieri, senza aspettare le elezioni del 2027”.






bella cronistoria, sui fatti attuali, è quello che c’è da fare. ! grande compagno.