La sconfitta per mancato raggiungimento del quorum dei referendum è stata, in un certo senso, un passaggio obbligato per il movimento operaio e popolare.
Le condizioni per vincere sul terreno elettorale esistevano, ma erano sfavorevoli, a partire dal fatto che gli stessi promotori dei referendum si sono ben guardati dal promuovere la mobilitazione necessaria per vincere, hanno agito con il freno a mano tirato, non hanno dispiegato forze e risorse che la Cgil di Landini dispone per fare una campagna di massa a partire dai luoghi di lavoro e hanno lasciato trasparire chiaramente e ripetutamente che, per buona parte di loro, la vittoria sarebbe stata un problema meno gestibile della sconfitta. Hanno ingaggiato una battaglia senza essere decisi a vincerla.
Per lunghi mesi hanno relegato la campagna referendaria sullo sfondo della loro iniziativa politica, salvo poi il colpo di coda dell’ultima settimana che, del tutto insufficiente a cambiare le sorti della consultazione, è servito soprattutto ad amplificare “il senso della sconfitta” di chi a votare c’è andato, malgrado i promotori.
A poche ore dai risultati è già stato detto di tutto: commenti, prese di posizione, atti di dolore e speculazioni comprese. È la tipica situazione in cui la quantità di parole serve a nascondere la bassa qualità dei ragionamenti, le impressioni “a caldo” sostituiscono il bilancio politico.
Per quanto ci riguarda ci prendiamo il tempo per fare un bilancio del nostro intervento nella campagna referendaria e torneremo sull’argomento nella misura in cui individueremo gli elementi che possono essere utili a sviluppare quel movimento di base che pure c’è stato – malgrado i promotori dei referendum – e a consolidare i risultati in termini di organizzazione e mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari. Del resto il nostro obiettivo era questo.
Abbiamo partecipato attivamente e senza risparmio di energie alla mobilitazione per la vittoria dei referendum e lo abbiamo fatto con la piena consapevolezza che al di là del risultato delle urne la posta in gioco era l’avanzamento (se e quanto) dell’organizzazione dei lavoratori e delle masse popolari nella lotta per cacciare il governo Meloni.
Poiché se il quorum non fosse stato raggiunto, come è avvenuto, l’organizzazione dei lavoratori e delle masse popolari è comunque l’aspetto dirigente della campagna referendaria, è quello di importante e di solido che rimane.
Se il quorum fosse stato raggiunto, solo attraverso la mobilitazione e il protagonismo della parte organizzata della classe operaia e delle masse popolari sarebbe stato possibile proseguire la battaglia affinché il risultato non fosse eluso e violato dalle Larghe Intese.
Il quorum non è stato raggiunto. Coloro che si sono spesi senza risparmio di energie per vincere possono trovare in questa sconfitta alcuni insegnamenti molto utili. Per chi vuole trovarli, questa sconfitta referendaria è stata “un passaggio obbligato”.
In primo luogo è emerso ancora una volta, e chiaramente, la relazione tossica fra i vertici della Cgil e il Pd. In molti diranno che quel tipo di relazione “è cosa risaputa”, ma la Cgil continua a essere punto di riferimento per molti lavoratori avanzati e quanti di essi si sono impegnati nella campagna referendaria hanno toccato con mano che i vertici della Cgil non sono in grado di prendere nessuna iniziativa che tuteli gli interessi dei lavoratori e che, allo stesso tempo, metta i bastoni fra le ruote al Pd. Anche quando – occasionalmente – questa situazione si presenta, ci sono mille freni di emergenza che riportano la Cgil nei ranghi. La campagna referendaria è stata un esempio di ciò.
Se per non perdere la faccia Landini ha, come sua consuetudine, scomodato a chiacchiere figure retoriche barricadere (e fantasiose analogie fra il voto al referendum e la rivolta), nei fatti l’articolato e imponente apparato della Cgil non è affatto stato messo al servizio della battaglia referendaria. E anche dove parte dell’apparato è stato attivato, in particolare la Fiom, la spinta è stata “a macchia di leopardo” e l’attivazione macchinosa, a opera solo di alcuni funzionari, delegati e iscritti particolarmente motivati.
Questa riflessione non è utile a quanti, fra i dirigenti e funzionari dei sindacati di base, in pura ottica concorrenziale, scaricano tutta la responsabilità del mancato raggiungimento del quorum “sulla Cgil”, indistintamente, ma soprattutto è utile a quanti nella Cgil si sono attivati con generosità: sono stati il loro attivismo e la loro mobilitazione a spingere i vertici a fare quel poco che hanno fatto – e che altrimenti non avrebbero fatto – ai fini della vittoria dei referendum.
In altri termini: bando allo scoramento e alla delusione! Se la Cgil ha avuto la forza di raccogliere le firme per i referendum e quella di (contribuire a) portare quasi 15 milioni di persone a votare è stato soprattutto grazie alla mobilitazione della parte più generosa degli iscritti e alla parte di funzionari più legata alla base.
L’insegnamento, in definitiva, è il seguente: è sbagliato dare per persa la battaglia affinché la Cgil assuma un ruolo positivo nell’affermazione degli interessi dei lavoratori anche se questo vuol dire pestare i piedi al Pd. In ogni ambito, in ogni contesto, in ogni situazione la parte della Cgil più legata ai lavoratori deve dare battaglia e porsi come punto di riferimento per l’affermazione degli interessi di tutte le masse popolari dentro e fuori dalle aziende.
Anche per il sindacalismo di base è possibile trarre un insegnamento prezioso: se una battaglia è sostanzialmente giusta, come era quella referendaria, bisogna prenderla in mano con decisione e adoperarsi per vincerla, condurla con tutte le forze e fino in fondo, non attardarsi o stare alla finestra in attesa degli eventi.
Una seconda riflessione riguarda il valore politico dei quasi 15 milioni di votanti ai referendum. Nel campo largo c’è sovrabbondanza di speculazioni: poiché sono voti “contro il governo Meloni”, allora sono voti per il campo largo. Il campo largo fa propaganda del fatto che “siano voti suoi”. Nulla di più falso.
La grande maggioranza di chi ha votato ai referendum lo ha fatto malgrado i promotori e malgrado le strumentalizzazioni che ne hanno fatto i partiti del campo largo. Cioè sapendo benissimo che i quesiti erano un cerotto malmesso su una ferita sanguinante inferta dal Pd ai diritti dei lavoratori, sapendo benissimo che con il loro voto avrebbero dato la stura alle chiacchiere di Boccia, della Schlein e di Landini. Sapendo bene che i margini di violazione ed elusione di una eventuale vittoria sarebbero stati ampi e che l’iniziativa per eludere e violare i risultati sarebbe venuta anche da chi si era schierato nelle file del “sì”. Ma a votare ci sono andati ugualmente, perché in ballo non c’era affatto la costruzione del campo largo contro il governo Meloni, ma la possibilità di dare una bastonata al sistema delle Larghe Intese. Andare a votare è stato un modo per darla, quella bastonata.
Ragionamento opposto, ma stesso obiettivo, quello fatto dai moltissimi che hanno deciso di non andare a votare. A occhio e croce altri 15 milioni di avente interesse diretto a indebolire l’attuale legislazione sul lavoro.
Non andare a votare è stata una risposta arretrata, nel senso che non è stata colta l’occasione di darla, quella bastonata, e darla ben assestata. Ma in definitiva sia coloro che a votare ci sono andati che quella parte di masse popolari che a votare non c’è andata, esprimono la stessa necessità.
Ogni rituale del teatrino della politica borghese si dimostra essere o una grande batosta per le Larghe Intese (nel senso che le masse popolari votano in modo contrario a quello indicato dai partiti delle Larghe Intese) oppure, in ogni caso, una grande manifestazione di sfiducia e protesta contro le Larghe Intese e il loro sistema (che si manifesta con la crescente astensione).
Attenzione, non stiamo affatto sostenendo che “tanto peggio, tanto meglio”. Abbiamo partecipato alla campagna referendaria attivamente affinché il quorum fosse raggiunto e vincessero i “sì”, ma è doveroso essere chiari: i nemici dei lavoratori e delle masse popolari NON sono coloro che si sottraggono dalla partecipazione ai rituali della classe dominante (elezioni, referendum), ma la classe dominante.
Anche l’esito di questi referendum dimostra che l’irruzione nelle liturgie del teatrino della politica borghese possono essere utili (in alcuni casi molto utili) a indebolire il campo nemico, ma in definitiva la questione è dare corpo e corso alla costruzione dell’alternativa.
Portando il concetto alle estreme conseguenze: siamo in una fase in cui per una fetta importante di masse popolari è più realistico abbattere il sistema politico vigente e sostituirlo con un altro anziché riformare il sistema politico vigente con gli strumenti che il sistema politico mette a disposizione. E solo chi non ha capito in che epoca viviamo può sostenere che questa sia una condizione sfavorevole per imporre con la mobilitazione l’alternativa al sistema politico delle Larghe Intese…
Il nostro obiettivo è la costituzione di un governo che trasforma in legge le principali rivendicazioni delle masse popolari e che per farlo non si lascia legare le mani dalle leggi che nel corso del tempo hanno svuotato di valore e di significato – e sistematicamente violato – la Costituzione del 1948.
Un governo che non si lascia fermare dalle regole, scritte e non scritte, con cui la classe dominante italiana tiene sottomesse le masse popolari.
Un governo di emergenza, perché servono misure straordinarie per fare fronte agli effetti della crisi e alla spirale della Terza guerra mondiale.
Un governo di emergenza popolare, nel senso che opera con trasparenza per attuare le indicazioni che riceve dalla rete di organismi operai e popolari, forze sindacali e politiche, associazioni e, allo stesso tempo, fornisce loro gli strumenti e i mezzi per sviluppare quello già fanno e arrivare ad affermare gli interessi delle masse popolari.
“Ordinariamente”, tutti i governi delle Larghe Intese agiscono su mandato delle cricche di potere italiane (ad esempio, le organizzazioni criminali) e straniere (la Nato, la Ue e l’entità sionista), agiscono alle spalle delle masse popolari, dietro il paravento del teatrino della politica borghese e la cappa di intossicazione mediatica dell’opinione pubblica. Ma è proprio “l’ordinaria amministrazione” ad aver prodotto la situazione in cui siamo oggi.
Sul terreno elettorale il polo Pd delle Larghe Intese e i suoi cespugli e addentellati prendono l’ennesima sveglia. Ma il loro ruolo politico non è affatto esaurito. Non va sottovalutato né sopravvalutato, va compreso e, soprattutto, usato ai fini dello sviluppo della mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari.
Il 7 maggio i partiti del campo largo hanno organizzato a Roma una grande manifestazione contro il genocidio in corso a Gaza e in solidarietà con il popolo palestinese. Si è trattato della più grande manifestazione che su questo tema si è svolta nel nostro paese negli ultimi due anni, hanno partecipato più di 100.000 persone. Molte di esse non avevano partecipato a nessuna delle numerose e continuative manifestazioni che si sono svolte in tutta Italia nei due anni precedenti.
Compiendo un grossolano errore – quel tipo di errore che Lenin ha definito “di infantilismo”, in L’estremismo, malattia infantile del comunismo – una parte consistente degli organismi che hanno promosso le manifestazioni capillari e continuative dei due anni precedenti non ha partecipato alla manifestazione del 7 giugno e ha denunciato il fatto che “il Pd si è svegliato solo adesso”, “la piattaforma è ambigua e piena di incoerenze”, “nel Pd c’è pieno di sostenitori dei sionisti”. Analizziamo la questione perché è importante.
Il Pd, i suoi cespugli e addentellati sono un pilastro del sistema politico delle Larghe Intese, sono parte integrante e protagonisti assoluti della politica della Repubblica Pontificia italiana.
Il governo Meloni è un concentrato di feccia guerrafondaia che ha aumentato la sottomissione dell’Italia agli Usa, alla Nato ai sionisti e alla Ue, intruppandola nella Terza guerra mondiale, ma nessun governo del Pd farebbe cose diverse, pur con tutto il codazzo di progressisti con l’asterisco e ambientalisti con la Tesla al seguito.
Ma per giustificare la sua stessa esistenza agli occhi delle masse popolari, il polo Pd delle Larghe Intese deve trovare il modo di differenziarsi dal governo Meloni.
Per una combinazione di fattori (fra cui anche le contraddizioni sul piano internazionale), il terreno su cui OGGI cerca di distinguersi è il posizionamento rispetto nella Terza guerra mondiale in corso e rispetto al sostegno incondizionato allo Stato terrorista d’Israele. Che il terreno sia questo non è affatto un caso.
Ci sono costanti segnali del fatto che la masse popolari italiane sono in fermento contro la guerra e il riarmo e per fermare il genocidio del popolo palestinese. Pertanto il polo Pd delle Larghe Intese è stato costretto a scendere sul terreno della mobilitazione contro la guerra e contro il genocidio del popolo palestinese. E questo è un bene, non un male, ai fini dello sviluppo della lotta politica contro il sistema politico delle Larghe Intese, prima di tutto perché coinvolge nella mobilitazione quei settori di masse popolari che per una ragione o per l’altra ripongono ancora fiducia (o speranza) nel Pd e nel campo largo, in Mattarella e nelle istituzioni della Repubblica Pontificia.
Si sono svegliati solo ora e lo hanno fatto per calcolo politico? È vero! Anzi, il “risveglio”, soprattutto per il Pd, coincide con una vera e propria “giravolta” rispetto alle posizioni che andava sbandierando solo una settimana prima, ma denigrare e disertare quelle manifestazioni in ragione di ciò porta a perdere di vista la questione principale.
Quelle piazze sono piene di persone che in larga maggioranza stanno cercando una strada per mobilitarsi in solidarietà al popolo palestinese e contro la Terza guerra mondiale. È infantile e irresponsabile lasciarle alla mercé dei calcoli politici del campo largo e delle strumentalizzazioni del Pd.
La piattaforma con cui hanno promosso la manifestazione è piena di ambiguità e incongruenze? Certo, anzi ovvio. Il campo largo non è una coalizione di partiti antimperialisti, comunisti o rivoluzionari. E del resto, se lo fosse, la sua concreta capacità di mobilitazione sarebbe uguale a quella che oggi ha il movimento antimperialista, comunista e rivoluzionario anziché essere, come è, enormemente superiore.
Per gli antimperialisti, i comunisti e i rivoluzionari non si pone la questione di “partecipare o non partecipare a una mobilitazione” sulla base della radicalità e dell’adesione alla realtà delle parole d’ordine con cui i partiti delle Larghe Intese e la sinistra borghese l’hanno convocata, si pone invece la questione di portare in un contesto di mobilitazione di massa le analisi, le parole d’ordine giuste e gli obiettivi del movimento antimperialista, comunista e rivoluzionario.
Chi ha disertato la manifestazione del 7 giugno ha perso l’occasione per contestare e togliere la parola al sionista Gad Lerner – che comunque è stato fischiato e interrotto per la sua apologia del suprematismo sionista – ha perso l’occasione di intercettare, ragionare, discutere con decine di migliaia di persone che sono giustamente preoccupati per la Terza guerra mondiale che si sviluppa e solidali con il popolo palestinese e rispondono agli appelli del Pd, del M5s e di Avs perché ai loro occhi sono autorevoli nonostante le parole d’ordine ambigue e non aderenti alla realtà che promuovono.
C’è poi un’altra questione importante che gli estremisti tralasciano e invece è da mettere bene a fuoco.
La spinta del campo largo a promuovere la mobilitazione delle masse popolari non cade dal cielo, è la diretta conseguenza della mobilitazione continuativa degli ultimi due anni, quella promossa dal movimento antimperialista, comunista e rivoluzionario, quella promossa dal sindacalismo di base, quella promossa dal movimento degli organismi operai e popolari.
Se non ci fosse stata la mobilitazione continuativa e capillare, se questa mobilitazione non avesse alimentato la più generale ribellione della parte avanzata delle masse popolari – ricordiamo sempre la violazione del divieto di manifestare il 5 ottobre 2024 a Roma che è stata un vero e proprio spartiacque politico – il Pd, e più in generale il campo largo, non sarebbe costretto a scendere sul terreno della mobilitazione di piazza.
Quando la sinistra prende in mano l’iniziativa e promuove la mobilitazione, costringe tutti gli attori in campo a inseguirla sul suo terreno, perché con la sua azione sposta a sinistra tutto il contesto politico e alimenta la mobilitazione popolare.
Questo è un principio generale e universale della lotta di classe che gli estremisti non colgono, non vogliono cogliere, omettono e negano, è valido in campo politico ed è valido in campo sindacale. È valido nel ragionamento sulla manifestazione del 7 giugno ed è valido ogni volta che si presenta l’occasione di intervenire per rafforzare e generalizzare la iniziative sindacali della Cgil che puntano sistematicamente a mortificare e isolare la parte avanzata dei lavoratori e ad affermare la conciliazione a danno della lotta di classe.
Ne consegue che disertare le mobilitazioni promosse dal polo Pd delle Larghe Intese e dal campo largo, come disertare le manifestazioni e gli scioperi promossi dalla Cgil e dagli altri sindacati di regime, significa semplicemente NON coltivare i frutti di ciò che il movimento popolare ha seminato. Vuol dire darsi la zappa sui piedi e in definitiva favorire la mobilitazione reazionaria delle masse popolari portata avanti dalla borghesia imperialista.
Noi chiamiamo tutti coloro che hanno a cuore la causa del popolo palestinese e la sua Resistenza a contribuire affinché TUTTI gli occhi siano puntati su Gaza e sulla Palestina e affinché quelle che oggi sono dichiarazioni di solidarietà (da parte di esponenti politici e sindacali e amministratori locali) si traducano in atti concreti.
I presidenti della Regione Puglia ed Emilia Romagna (in quota Pd) devono incontrare subito gli organismi che promuovono la mobilitazione in solidarietà con il popolo palestinese in quelle Regioni (in entrambe, ad esempio, sono presenti e attivi, fra gli altri, Udap, Giovani Palestinesi e BDS – Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) per tradurre precisamente, in atti concreti, le giuste dichiarazioni dei Presidenti di Regione.
Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, deve respingere subito il licenziamento della maschera della Scala licenziata per aver gridato “Palestina Libera” e incontrare gli organismi che promuovono la mobilitazione in solidarietà con il popolo palestinese per interrompere le relazioni con lo Stato d’Israele.
La presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde (M5s) deve fare subito autocritica pubblica per aver permesso, il 10 maggio e con il patrocinio della Regione, lo svolgimento di una grottesca speculazione: ha spacciato un’enorme esercitazione militare per iniziativa benefica, contribuendo all’ulteriore militarizzazione della Sardegna a favore della Nato e dell’esercito sionista.
Il presidente della Regione Toscana, Giani (Pd) deve revocare immediatamente la nomina di Marco Carrai alla presidenza della fondazione Meyer di Firenze, “l’ospedale dei bambini”, un presidente per cui i bambini palestinesi possono essere bersaglio dei cecchini e dei bombardieri dell’esercito sionista o carne da macello per i coloni.
Questi sono solo alcuni esempi, concreti, obiettivi che possono essere perseguiti subito, qui e ora.
Oggi siamo in tanti in questa piazza e siamo tantissimi in Italia. Probabilmente molte cose ci differenziano e ci distinguono, ma siamo uniti nell’obiettivo di porre fine al genocidio in Palestina.
Ognuno faccia la sua parte. Iscritti del Pd, di Avs, del M5s, associazioni, Arci, Acli… facciamo pressione sugli amministratori locali affinché le istituzioni di questo paese facciano valere i sentimenti migliori che le masse popolari coltivano, nonostante (e contro) il governo degli ex missini Meloni e La Russa.
Usiamo tutti i canali e tutti gli strumenti. Petizioni, mail, presidi, prese di posizione, proteste nei palazzi istituzionali… tutti gli occhi devono essere puntati sulla Palestina perché quello che possiamo fare oggi, tutti insieme, scrive quello che succederà domani – dal Volantino che abbiamo diffuso il 7 giugno a Roma.
Se la sconfitta per il mancato raggiungimento del quorum ai referendum è stato “un passaggio obbligato” in ragione del fatto che la battaglia è stata lanciata e diretta dal polo Pd delle Larghe Intese e dai suoi cespugli e addentellati, tutte le altre mobilitazioni promosse dal polo Pd e dalla sinistra borghese sono invece vere e proprie opportunità per lo sviluppo del movimento operaio e popolare. Più della manifestazione del 7 giugno, l’esempio – e l’occasione – principale è la mobilitazione contro la guerra e il riarmo del 21 giugno.
La Rete internazionale Stop rearm Europe ha indetto per il 21 giugno manifestazioni in vari paesi in occasione del vertice Nato che si svolge all’Aja, in Olanda, dal 24 al 26 giugno. L’Italia è fra questi e il corteo sarà a Roma.
L’area politica della Rete dei Comunisti (Rete dei Comunisti, Potere al Popolo, Usb, Osa, Cambiare Rotta e altri addentellati) ha indetto un’altra manifestazione per lo stesso giorno e nella stessa città.
Abbiamo criticato pubblicamente questa decisione – ferma restando la piena legittimità di ogni area politica di organizzare le manifestazioni che vuole! – ma soprattutto abbiamo unito i nostri sforzi a quelli di quanti operano affinché il 21 giugno si svolga un’unica manifestazione, in modo da dare possibilità al movimento di massa che sta dispiegando i suoi passi con continuità di fare un salto.
Per il momento i tentativi hanno trovato l’adesione di alcuni partiti e molti organismi – la sintesi più completa sono le sottoscrizioni all’appello lanciato dal Coordinamento Nazionale No Nato – ma anche il rifiuto dei “gruppi di testa” tanto dell’area politica della Rete dei Comunisti quanto della rete Stop Rearm Europe.
Segnaliamo l’assemblea pubblica organizzata dal Coordinamento Nazionale No Nato per la mattina del 21 giugno “Fermare la Terza guerra mondiale e chi la promuove”: alle 10 presso la sede Uaar, via Francesco Negri, 67/69 – Roma
Si profila dunque la situazione per cui a Roma, il 21 giugno, si svolgeranno due manifestazioni distinte a causa delle cavillose diatribe “sulle piattaforme” e dell’irresponsabilità verso lo sviluppo del movimento unitario contro la Terza guerra mondiale. Questo è il negativo. Che dobbiamo trasformare in positivo.
Fermo restando che è importante e utile moltiplicare gli sforzi per conquistare la convergenza delle manifestazioni (dato il punto di partenza sarebbe un segnale positivo anche la confluenza dei due cortei in un’unica piazza finale!), se la convergenza si dimostrerà non realizzabile, allora bisogna trasformare il 21 giugno in una giornata di mobilitazione generale e diffusa a Roma, senza limitarsi a “dover scegliere” a quale manifestazione partecipare. Ad esempio:
– organizzare presidi in luoghi rappresentativi (dai palazzi istituzionali agli snodi in cui si palesa la sottomissione dell’Italia alla Nato e il sostegno dell’Italia allo Stato illegittimo d’Israele);
– accampate e presidi permanenti, anche valorizzando la concatenazione con lo sciopero generale indetto dai sindacati di base per il 20 giugno e quello indetto dalla Fiom per il rinnovo del Ccnl dei metalmeccanici;
– fare pressione sulle istituzioni locali amministrate dal polo Pd delle Larghe Intese (Comune di Roma e Municipi) affinché siano conseguenti con le parole che i leader dei loro partiti hanno usato per promuovere la manifestazione del 7 giugno e dare seguito alla sospensione con le relazioni con lo Stato illegittimo d’Israele.
Si pone già, e si porrà sempre più chiaramente, la questione di imparare a combinare le iniziative dei promotori delle marce pacifiche e delle fiaccolate con le azioni militanti, di valorizzare tanto le comunità dei cattolici di base che gli organismi giovanili di movimento.
Bisogna valorizzare il contributo di tutti coloro che sono disposti a partecipare, quale che sia la forma: il movimento contro la guerra, per essere efficace, deve “dilagare” fino a rendere impossibile, o per lo meno molto difficile, il “normale funzionamento” del paese – da “Un movimento di massa per fermare la Terza guerra mondiale”.
Il movimento comunista cosciente e organizzato, gli organismi politici e sindacali anti Larghe Intese, gli organismi operai e popolari possono – e dunque devono – dare risposte e prospettive alle milioni di persone che hanno votato al referendum e a coloro, altrettanti, che vogliono mobilitarsi contro la Terza guerra mondiale.
Bisogna usare ogni battaglia, quelle che si vincono e quelle che si perdono, per organizzarsi meglio, per sviluppare il coordinamento, per imparare a rendere il paese ingovernabile al governo Meloni e al resto delle Larghe Intese. Per fare della mobilitazione spontanea contro gli effetti della crisi il motore della lotta per un governo di emergenza popolare.






