Il 4 ottobre oltre un milione di persone è sceso in piazza a Roma in solidarietà al popolo palestinese, contro il genocidio e contro il governo Meloni che è servo e complice dei sionisti d’Israele e degli imperialisti Usa.
La manifestazione oceanica è stata l’apice di una mobilitazione che per due settimane è “esondata” in tutto il paese e si è dispiegata ininterrottamente dal 22 settembre.
Solo il giorno prima, il 3 ottobre, si è svolto uno storico sciopero generale sul quale per la prima volta sono confluiti la Cgil e i sindacati di base. Più di due milioni di persone sono scese in strada e hanno per l’ennesima volta “bloccato tutto” nonostante le minacce del governo e l’intervento della commissione antisciopero, che del governo è costola.
Dal 5 ottobre l’informazione mainstream è inondata di analisi, commenti e racconti più o meno distorti della giornata (e della mobilitazione di queste settimane), ma i fatti hanno la testa dura.
È utile fissare alcuni aspetti sia per inquadrare correttamente quello che sta succedendo che per individuare le linee di sviluppo.
a. In primo luogo è utile uno sguardo su quanto sta succedendo sul piano internazionale.
È tutto un blaterare sul “piano Trump” per la pace a Gaza. Il piano Trump per la pace a Gaza non è altro di diverso che un tentativo di aprire una nuova fase di colonizzazione della Striscia di Gaza: dopo la distruzione, la ricostruzione. Nella stessa logica genocidiaria promossa dallo Stato d’Israele.
Tuttavia, se gli ultimi due anni hanno insegnato qualcosa è ad aver fiducia nel fronte della Resistenza palestinese e nelle forze che lo compongono, perché è l’unica interprete degli interessi delle masse popolari palestinesi.
È grazie all’eroica Resistenza palestinese se oggi si scende nelle piazze del mondo a fianco del popolo palestinese.
È grazie alla gloriosa Resistenza palestinese se ancora oggi in tutte le piazze del mondo si grida “Palestina libera dal fiume al mare”.
Da oltre settant’anni, passando anche dal 7 ottobre 2023, la Resistenza palestinese ha dimostrato al mondo che il popolo palestinese non vuole e non ha bisogno di tutori internazionali, di padrini, di curatori, di amministratori.
Il popolo palestinese lotta ininterrottamente per la propria autodeterminazione e per la liberazione e, lottando senza riserve, contribuisce alla lotta di liberazione che le masse popolari di tutto il mondo conducono contro il giogo della borghesia imperialista.
Per questo non è possibile alcuna divisione, distinzione, dissociazione fra la mobilitazione in atto nel nostro paese e il popolo palestinese, la sua Resistenza, le organizzazioni che la compongono.
Per questo non esiste alcuna polemica per lo striscione che campeggiava nei pressi della testa del corteo del 4 ottobre: “7 ottobre giornata della Resistenza palestinese”. Chi alimenta la polemica dimostra o di non aver capito un’acca di quello che sta accadendo o di far finta di non capire per alimentare confusione, per dividere la resistenza buona dalla resistenza cattiva, il movimento di solidarietà buono dal movimento di solidarietà cattivo.
I popoli che insorgono scrivono la storia. Anche se la classe dominante vuole tenere per sé il privilegio – l’illusorio privilegio – di scrivere il presente e il futuro. Ma la classe dominante è una tigre di carta, che sopravvive solo grazie all’oppressione alla brutalità, alla violenza. È una classe che non ha futuro.
Il presente in cui siamo immersi è la lotta. Il futuro che ci spetta è quello che i popoli dei paesi oppressi e le masse popolari dei paesi imperialisti saranno in grado di conquistarsi.

Un esempio dei tentativi di “mettere il cappello” sulla mobilitazione sono le parole di Arturo Scotto, parlamentare del Pd a bordo della Global Sumud Flotilla (Gsf). Siamo solidali con Scotto per il modo con cui è stato risvegliato alla realtà dell’esercito di occupazione israeliano, ma siamo anche fermamente convinti che non sia l’imbarco sulla Gsf a dare a Scotto il titolo di opinionista sulla Resistenza palestinese
b. Oggi si leggono molti commenti e molte analisi sulla manifestazione del 4 ottobre.
Una parte di essi, quella che viene dagli irriducibili agenti sionisti in Italia, dai sostenitori più o meno attivi del genocidio in corso nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, sono apertamente denigratori, manifestazione palese degli schieramenti in campo.
Un’altra parte di essi, subdolamente, cerca di circoscrivere la manifestazione di Roma a una dimostrazione di compassione umana verso il popolo palestinese, limita la spinta all’organizzazione, alla mobilitazione, alla disobbedienza a una questione umanitaria, eludendo sistematicamente la questione politica. Eludendo accuratamente il fatto che da due settimane parti crescenti di lavoratori e masse popolari stanno insorgendo contro il genocidio e contro la complicità del governo italiano, contro la sottomissione del governo Meloni e delle istituzioni della Repubblica Pontificia italiana allo Stato terrorista d’Israele e agli imperialisti Usa, eludendo il fatto che è andata crescendo di giorno in giorno la parola d’ordine di cacciare il governo Meloni e rompere ogni complicità dell’Italia con lo Stato terrorista d’Israele.
Sia chiaro: tanto nelle mobilitazioni che si sono moltiplicate dal 22 settembre in poi quanto nella manifestazione del 4 ottobre la componente “umanitaria” è stata presente e ampia. Ma eludere il fatto che questa è una mobilitazione essenzialmente politica equivale a negare o eliminare il suo significato e restringerne lo sviluppo.
Siamo scesi in piazza, a milioni, abbiamo bloccato il paese in solidarietà al popolo palestinese e sempre più coscientemente l’obiettivo è diventato cacciare il governo che è complice, servo e collaborazionista di chi il genocidio lo sta attuando. Questo è l’aspetto da sviluppare per limitare la possibilità che la straripante mobilitazione si chiuda su sé stessa, nell’impotenza, nella rassegnazione e nel disfattismo.
Ogni grande manifestazione che non dà slancio e sviluppa il livello di mobilitazione raggiunto finisce inevitabilmente per alimentare il riflusso. Per questo è decisivo che TUTTI gli organismi che hanno contribuito ad alzare il tono della mobilitazione nelle scorse settimane si assumano oggi superiori responsabilità nell’indicare praticamente la strada dello sviluppo. È il compito che compete alle organizzazioni politiche e sindacali, ai movimenti e alle reti sociali che hanno dimostrato di saper intercettare i migliori sentimenti e le migliori aspirazioni dei lavoratori e delle masse popolari italiane e darvi corpo e gambe.
C’è da chiamare a rispondere il governo Meloni della libertà lasciata allo Stato terrorista di Israele di prendere in ostaggio l’equipaggio della Global Sumud Floitilla sottoponendolo a trattamenti degradanti e vessatori [vedi la testimonianza di Josè Nivoi]; ci sono altre imbarcazioni, già in mare, che puntano alle coste di Gaza e che vanno sostenute senza riserve [leggi l’intervista di Gerladina Colotti a Shukri Hroub su L’Antidiplomatico], c’è da continuare ed estendere il boicottaggio delle forniture di armi a Israele, quelle forniture che il governo nega, ma che sono continuate e continuano, anche sotto mentite spoglie, in violazione della legge 185/1990 [vedi l’inchiesta di Presa diretta – servizio del 5.10.2025].
Possiamo raggiungere risultati concreti. Possiamo fare in modo che l’Italia tolga ogni sostegno ai sionisti d’Israele. Possiamo fare in modo che l’embargo contro Israele – imposto nei fatti con la parola d’ordine agitata in tutti i porti italiani “non un chiodo per Israele – diventi la bussola del governo italiano.
È possibile, ma poiché il governo Meloni non lo farà, bisogna cacciare il governo Meloni e sostituirlo con un governo che lo farà. Con un governo che sia partigiano della Palestina libera e della pace, con un governo che attui la Costituzione del 1948.
Questa è la prospettiva naturale della mobilitazione popolare che ha avuto la forza di bloccare per dieci giorni l’Italia.
Questa forza – che fino al 21 settembre sembrava non esistere neppure – va usata ora per cacciare il governo Meloni.
Serve organizzarsi in ogni azienda, in ogni scuola, in ogni città.
“Esiste già un fronte POLITICO alternativo ai due poli delle Larghe Intese, alternativo ai guerrafondai, alla sottomissione agli imperialisti Usa, ai sionisti e alla Ue, che ha la volontà, la capacità e le relazioni per portare il paese su un binario diverso da quello a cui le Larghe Intese lo obbligano.
Esiste già, per opera degli organismi che sono a vario titolo partecipi di questo fronte politico, una mobilitazione dispiegata che è stata in grado di bloccare il paese; che lo ha bloccato interamente per un giorno, il 22 settembre, e che ha continuato a bloccare i traffici di armi e di carburante per Israele anche nei giorni successivi. Esiste una mobilitazione dispiegata che si è naturalmente – e giustamente – manifestata in solidarietà e sostegno al popolo palestinese e contro il genocidio, ma che in ogni piazza ha parlato e parla di diritto al lavoro, di sicurezza sui luoghi di lavoro, di resistenza allo smantellamento della sanità e scuola pubbliche, di resistenza al profitto, di opposizione all’economia di guerra e alla Terza guerra mondiale. È tutto collegato, e chi si sta mobilitando lo sa.
Esiste una cerchia ben più ampia di settori popolari che per un motivo o per un altro NON sono ancora mobilitati, ma sono sensibili, preoccupati e mobilitabili, che guardano, valutano, studiano, cercano conferme e incoraggiamento per prendere parte alla mobilitazione generale. Esistono nella base dei sindacati di regime (anche nella Ugl!), così come in ogni settore di lavoro, in ogni città, in ogni quartiere. Sono quelli che hanno esitato oggi, ma lotteranno con noi domani.
La questione politica delle prossime settimane si traduce quindi
– nello sforzo cosciente per strutturare formalmente quel fronte comune che nella sostanza esiste già e per alimentare in ogni modo e in ogni contesto il coordinamento degli organismi operai e popolari che già ci sono e farne nascere di nuovi;
– nella progressiva combinazione del proposito di costringere il governo Meloni a essere meno infame di quello che la sua natura gli consente con il proposito dichiarato e perseguito di cacciarlo e sostituirlo con un governo di emergenza popolare che attui la Costituzione del 1948;
– nel sostegno a ogni tipo di mobilitazione, iniziativa di lotta, forma di resistenza e contrattacco di cui gli organismi operai e popolari saranno capaci, indipendentemente dal fatto che rientrino o meno nella legalità borghese: va respinto ogni tentativo di divisione fra buoni e cattivi e di criminalizzazione, sviluppando la solidarietà con i compagni e gli attivisti colpiti dalla repressione. Gli unici criminali, vandali, canaglie sono i sostenitori degli Usa, della Nato, dei sionisti d’Israele e della Ue” – da “L’ora è ora. Cacciare il governo Meloni, sostituirlo con un governo di emergenza popolare” – Resistenza n. 10/2025.
Per sviluppare e alimentare la mobilitazione è necessario dare forma e nome a quel coordinamento di organismi politici e sindacali che sostanzialmente esiste già, tanto a livello nazionale che a livello locale.
Non è un passaggio accessorio: si tratta di costituire formalmente un Comitato di liberazione nazionale (Cln) o un Comitato di salvezza nazionale (il nome è del tutto secondario) che agisca consapevolmente da potere alternativo e antagonista al governo Meloni e alle istituzioni borghesi, che sia in grado di valorizzare tutti i settori della società che vogliono mobilitarsi e avere un ruolo positivo contro la guerra, il riarmo e a sostegno della Resistenza palestinese, che sia in grado di raccogliere le mille rivendicazioni delle masse popolari, farle confluire nella medesima mobilitazione e dare a tutte un comune sbocco politico.
Bisogna costruire a livello nazionale il coordinamento di forze capace di tenere collegamenti stretti e diretti territorio per territorio, azienda per azienda, scuola per scuola con le reti corrispettive che si formano a livello locale e di dirigerle.
Così operava il Cln e così deve operare questo organismo.
Bloccare tutto è giusto: è la forma istintiva, efficace e contagiosa di mobilitazione in grado di imporre effettivamente la volontà delle masse popolari organizzate. Bloccare tutto una, dieci, cento volte. Tuttavia, rendere ingovernabile il paese ha anche altre traduzioni che devono essere considerate, sperimentate e praticate.
Il principio generale che deve guidare la forme della mobilitazione è lo stesso che ha guidato la Global Sumud Flotilla: facciamo noi quello che i governi e le istituzioni borghesi si rifiutano di fare.
Quindi benissimo bloccare tutto, ma anche iniziare ad agire come nuove autorità che operano negli interessi delle masse popolari.
c. Sul problema degli infiltrati nelle manifestazioni. Anzitutto è utile mettere a fuoco che la mobilitazione dispiegata, dal 22 settembre ha letteralmente fatto carta straccia del decreto sicurezza del governo Meloni e ha messo all’angolo anche i più reazionari promotori della repressione. Banalmente: le manifestazioni sono state talmente tante, talmente diffuse, talmente radicali che i promotori della repressione hanno dovuto ingoiare le iniziative di lotta.
Ci sono stati scontri (il 22 settembre, in particolare, alla Stazione centrale di Milano, ma non solo) ogni volta che le forze dell’ordine sono state schierate a difendere gli interessi dello Stato terrorista d’Israele e “la pace sociale” che il governo dei complici dei sionisti ha provato a imporre, ogni volta che hanno provato a fermare o silenziare l’ondata di indignazione e ribellione.
Nessuna occasione di scontro è stata innescata dagli infiltrati: ci sono stati manifestanti organizzati e decisi a dare concretezza alla parola d’ordine blocchiamo tutto.
Tutti coloro che provano a dividere il movimento fra buoni e cattivi – consapevolmente o meno – stanno portando acqua al mulino del governo Meloni.
Anche alla manifestazione di Roma del 4 ottobre ci sono stati scontri, benché contenuti alla sola coda del corteo, nella parte finale della giornata. Anche in questo caso sono stati provocati dalle forze dell’ordine.
Ebbene quegli scontri NON hanno affatto “macchiato una giornata di festosa mobilitazione”: non c’è niente di festoso in una manifestazione che si svolge mentre si consuma un genocidio in diretta streaming.
Al contrario, le manifestazioni di rottura sono un messaggio chiaro al governo Meloni: “contro il genocidio non si tace, senza giustizia nessuna pace”. E sono state anche la dimostrazione che tutti coloro che intendono cavalcare, raffreddare, deviare la mobilitazione sono destinati a fallire.
Da dove nasce l’assillo per “gli infiltrati estranei alle manifestazioni”? Le fonti principali di questa manipolazioni sono tre.
Una fonte è direttamente il Viminale, una delle agenzia italiane dei servizi segreti sionisti, che ha tutto l’interesse a presentare il movimento popolare come irresponsabile, facinoroso, estremista, “sfasciavetrine”. Ha interesse a mostrare solo o principalmente questo aspetto senza però ammettere che anche questo aspetto ha contribuito a dare una svegliata a Crosetto e lo ha obbligato a inviare una fregata della Marina Militare accanto alla Global Sumud Flotilla.
Il principio da seguire è il seguente: trasformare un problema politico in problema di ordine pubblico dispiegato per far correre come lippe e mettere in riga ministri, sottosegretari e funzionari che altrimenti si nascondono dietro un diluvio di parole.
Una seconda fonte sono i partiti del polo Pd delle Larghe Intese e i loro cespugli e addentellati, il “covo” dei cosiddetti “sionisti moderati”. Hanno una paura nera che la mobilitazione in corso allarghi la crepa che li divide dalle masse popolari. Sono preoccupazioni fuori tempo massimo: il polo Pd delle Larghe Intese è parte del problema, scende oggi in piazza solo per non essere definitivamente scavalcato e superato dalla mobilitazione delle masse popolari.
Il principio da seguire è il seguente: incalzare sempre e ovunque gli esponenti del polo Pd delle Larghe Intese e costringerli a schierarsi. Ogni volta che non schierano senza se e senza ma con le masse popolari e con la loro mobilitazione mostrano il loro ruolo al servizio degli stessi che dicono di voler contestare.
Una terza fonte sono i partiti e le organizzazioni della sinistra borghese che non hanno fatto – si rifiutano di fare – un bilancio delle lotte degli anni Settanta. Negli anni Settanta infiltrare le manifestazioni era una prassi consolidata dei governi democristiani (spesso con la complicità o il benestare anche del Psi e del Pci). Ma gli infiltrati degli anni Settanta non avevano affatto la funzione di provocare disordini, bensì quella di schedare i militanti rivoluzionari e seminare il caos. Non con “le vetrine rotte”, ma con i colpi di pistola contro chi manifestava (vedi il caso di Giorgiana Masi).
Oggi il governo Meloni – e più in generale le Larghe Intese – hanno il problema di dimostrare che NON esistono ribellioni radicali, che le masse popolari sono obbedienti, anestetizzate, che “la lotta di classe non esiste più”. Pertanto il governo Meloni non trae alcun beneficio dai disordini che, invece, mettono sempre e sistematicamente in evidenza l’inadeguatezza delle istituzioni, il grado di criminalità della catena di comando, l’irresponsabilità di ministri e funzionari.
Chi suona la fanfara “degli infiltrati estranei alle manifestazioni” non può essere altro che un portavoce del governo Meloni, un portavoce di notabili del Pd oppure un nostalgico di tempi superati che si ostina a ingabbiare la realtà nei suoi schemi mentali, che non esistono più.
Se è vero che lo scontro fine a sé stesso serve a poco, è vero che ogni manifestazione di ribellione, di rottura della pace sociale, di rottura dell’ordine pubblico è una sana manifestazione della lotta contro il corso disastroso delle cose che non si lascia incanalare in ciò che è permesso, in ciò che è legale, in ciò che è pura e semplice manifestazione di dissenso.
I ragazzi e le ragazze, i compagni e le compagne, che a Roma hanno ingaggiato lo scontro con la polizia sono quelli che nei giorni precedenti hanno messo i loro corpi al servizio della parola d’ordine “blocchiamo tutto”, sono quelli che hanno forzato i cordoni di celere posti a difesa delle tangenziali, dei porti, delle stazioni, degli aeroporti, sono quelli che hanno tratto di impaccio cortei che sarebbero stati fermati e dispersi, sono quelli hanno picchettato, che hanno difeso le manifestazioni pacifiche, che hanno assediato i palazzi del potere. Definirli “infiltrati” è un comportamento infame che, nel migliore dei casi, è figlio di una concezione distorta della realtà, quando non direttamente la recita di una velina del Viminale.
“Avere fiducia nella Resistenza” è quello che ci ha insegnato il popolo palestinese. E questo vale anche in Italia: avere fiducia in chi si schiera in prima fila per rompere la complicità dell’Italia con il genocidio del popolo palestinese.
Ai denunciati, ai fermati, agli arrestati va la nostra incondizionata solidarietà e il nostro sostegno e deve andare anche la riconoscenza di tutto il movimento popolare.
Non sono soli, non li lasceremo soli, sulla solidarietà che si meritano dobbiamo costruire una campagna di rilevanza politica: ogni prigioniero del governo Meloni, di Salvini, di Piantedosi, di Tajani e di Crosetto è un motivo in più per bloccare tutto, cacciare il governo Meloni e tutti i servi dei sionisti e degli imperialisti Usa.






