Sabato 4 ottobre circa un milione di persone si è riversato nelle strade di Roma per “bloccare tutto” ancora un volta, dopo lo sciopero generale del 3 ottobre che ha portato in piazza circa 2 milioni di persone.
Nel “weekend lungo” di lotta e solidarietà le masse popolari del paese hanno davvero bloccato tutto rispondendo all’appello dei portuali di Genova a bloccare il paese, con una mobilitazione sostenuta dai tre scioperi generali indetti negli ultimi 10 giorni dal sindacalismo di base e dalla Cgil.
Sabato 4 ottobre dalla piazza di Roma abbiamo raccolto esperienze, idee e sentimenti di chi era in manifestazione.
Abbiamo conosciuto esperienze di lavoratori, come quelli della scuola e dei servizi sociali, che hanno iniziato ad organizzarsi tra colleghi nei posti di lavoro spinti dalla necessità di attivarsi in solidarietà alla Palestina e che negli ultimi dieci giorni hanno partecipato a mobilitazioni e scioperi in gruppi organizzati di colleghi.
Abbiamo parlato con compagni di coordinamenti neonati con lo scopo di bloccare la militarizzazione delle aziende e imporre un vero embargo al governo criminale di Israele. È il caso, ad esempio, del Coordinamento ravennate e del sostegno che sta dando al collettivo di portuali Cap (Collettivo autonomo portuali) per il blocco delle navi da guerra e dirette a Israele, di cui ci ha parlato il compagno Gianfranco Santini di Potere al Popolo (Pap) di Ravenna.
Abbiamo parlato non solo con chi per la prima volta si sta organizzando e mobilitando, ma anche chi lo fa da anni promuovendo il coinvolgimento delle masse popolari dei territori, come il Comitato sardo in solidarietà alla Palestina e l’organizzazione giovanile Login. Abbiamo raccolto le esperienze di mobilitazione di delegati sindacali del sindacalismo di base e della Cgil che hanno sottolineato la spinta che è venuta da lavoratori e lavoratrici a mobilitarsi e che spesso ha scavalcato i sindacati stessi nella promozione dello sciopero.
Abbiamo raccolto la determinazione, la forte spinta alla mobilitazione che animava la piazza e che guardava oltre il 4 ottobre. La certezza e la necessità di avere sulle proprie spalle la responsabilità di concorrere a fermare il genocidio del popolo palestinese in corso. Di fare ciò che il governo Meloni non fa e non ha intenzione di fare. E soprattutto la volontà, la spinta a cacciare questo governo risuonata in ogni spezzone, in ogni cartello e slogan scandito dai km di corteo.
Non solo però la necessità di cacciare questo governo abbiamo trovato in piazza, ma un ragionamento che si fa sempre più pressante rispetto al tipo di governo che deve sostituirlo. Un governo che deve nascere da questo movimento che è già di fatto un blocco politico e che deve essere in stretta connessione con i comitati che lo animano, come ci ha detto Marco Morra del Sumud supportrs sud Pontino. Un governo che ridia dignità e sovranità al paese, che si fondi nuovamente sulla Costituzione partigiana, come ci hanno detto Roberta Zacchieroli e Pasquale Bianco, delegati Cgil. Un governo in cui principale sia il ruolo assunto da lavoratori, giovani e masse popolari nella “cosa pubblica”, come ci ha detto Francesco Sciortino della Login. Un governo popolare alternativo al sistema delle larghe intese, che nasce dal basso, come ha detto Gianfranco Santini di Pap.
Un ragionamento che evidentemente è in atto nel movimento di solidarietà alla Palestina e che deve essere sempre più materia di discussione e confronto tra le diverse anime che lo promuovono. Perchè il momento di cacciare questo esecutivo è ora, ma dobbiamo fare in modo che non venga sostituito da un altro simile. Dobbiamo imporre un governo di emergenza popolare che sia espressione del movimento in atto nel paese, del fronte di forze che già di fatto sta operando in collegamento e della forza che ha e che può avere in ogni posto di lavoro.






