È del 24 settembre una notizia che si è persa nel costante flusso di informazioni. Trecento, fra funzionari e dipendenti del Ministero degli esteri, hanno sottoscritto un documento in cui esprimono imbarazzo e disagio per il ruolo che l’Italia sta svolgendo rispetto al genocidio del popolo palestinese e chiedono al ministro Tajani un cambio di rotta.
È una briciola nel mare magnum di mobilitazioni, proteste, scioperi e prese di posizione, ma pesa come il piombo perché allarga l’insanabile crepa fra il governo Meloni e tutto ciò che è racchiudibile nel termine “Italia”, istituzioni comprese.
Il governo Meloni è sempre più servile e complice degli imperialisti Usa, dei sionisti e della Ue, ma incontra enormi difficoltà a dare al paese un indirizzo coerente con gli ordini che riceve dai suoi padroni.
Non faremo qui l’elenco delle mille manifestazioni di complicità, sottomissione, sostegno – prostituzione – agli imperialisti Usa e ai terroristi dello Stato d’Israele a cui il governo Meloni costringe il nostro paese.
Citiamo solo un esempio che vale per tutti. Gli attacchi con i droni subiti dalla Global Sumud Flotilla al largo del porto di Tunisi (10 settembre) non sarebbero stati possibili senza la complicità – la collaborazione o almeno il benestare – delle autorità militari italiane che monitorano da Sigonella tutto il Mediterraneo.
Vogliamo invece fare un elenco, seppur breve e approssimativo, delle iniziative di cui un governo deciso ad attuare la Costituzione del 1948 può farsi promotore per svolgere un ruolo positivo a sostegno del popolo palestinese e contro la Terza guerra mondiale.
Sul piano delle relazioni internazionali, si tratta di espellere tutto il corpo diplomatico israeliano dall’Italia e richiamare quello italiano da Israele.
Ovviamente questo non ha niente a che vedere con il presunto “antisemitismo” di cui i sionisti si riempiono la bocca per nascondere, con il vittimismo, la loro condotta criminale e, giusto per chiarire il concetto, l’espulsione immediata deve riguardare anche tutti i rappresentanti di aziende, enti, fondazioni, corporazioni, agenzie di intelligence, istituti bancari e commerciali, pur non direttamente afferenti al corpo diplomatico, che collaborano con Israele.
Sul piano del diritto internazionale rimane valida la direttiva di attuare il mandato di cattura contro Netanyahu, ma occorre non nascondere la testa sotto la sabbia ed estenderlo – come il diritto internazionale comanda – contro tutti i militari israeliani presenti sul territorio italiano e contro tutti coloro che con doppio passaporto sono partiti dall’Italia per andare a ingrossare l’ingranaggio del genocidio contro il popolo palestinese.
Sempre sul piano del diritto internazionale si deve riconoscere lo Stato palestinese nella sua interezza: la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e il resto dei territori occupati da Israele.
Di conseguenza, coerentemente, embargo economico e commerciale contro Israele: bloccare ogni merce in entrata e in uscita, con particolare riferimento alle armi e alla componentistica bellica, ma anche al cosiddetto dual-use (prodotti, tecnologie, software e servizi che possono essere usati per finalità belliche oltre che civili) e tradurre in leggi dello Stato, in norme e disposizioni delle autorità di ogni ordine e grado le campagne promosse da Bds.
Potremmo spingerci oltre e immaginare le pressioni esercitate con ogni mezzo necessario (“a brigante, brigante e mezzo!”) sugli altri paesi della Ue e sulla stessa Ue per isolare Israele: tra queste le spedizioni umanitarie governative scortate dalla Marina militare fino alle coste della Striscia di Gaza.
Limitiamo, tuttavia, il discorso alle questioni su indicate. Sono misure di buon senso sostenute dalla grande maggioranza delle masse popolari. E sono sufficienti a sviluppare il ragionamento per passare dal “sarebbe bello” al “sarà possibile”. O, più precisamente, “è possibile”.
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Il governo Meloni è inviso alla maggioranza delle masse popolari e si moltiplicano proteste e manifestazioni di disgusto per il suo operato anche in settori istituzionali. Il caso con cui abbiamo aperto l’articolo è un esempio eclatante, ma dietro a un esempio eclatante ci sono mille casi che non fanno rumore e non finiscono sui giornali.
C’è anche una schiera di amministratori locali in rotta di collisione con il governo. Abbiamo parlato nel numero scorso della sindaca di Genova, parliamo in questo numero (vedi pag. 6) del sindaco di Ravenna.
È ben poco importante stabilire in questo momento se l’avversione al governo Meloni da parte degli amministratori locali è mossa principalmente da calcoli elettorali o meno, è ben più importante valorizzarla e usarla.
Noi sappiamo che un eventuale governo capeggiato dal polo Pd delle Larghe Intese non farebbe cose molto diverse da quelle che sta facendo oggi il governo Meloni. La Toscana, regione amministrata dal Pd, ha affidato incarichi istituzionali al sionista dichiarato Marco Carrai (dalla presidenza della Fondazione Meyer a quella di Toscana Aeroporti)e, se serve un’ulteriore dimostrazione, è sufficiente prendere atto della posizione di Elly Schlein di fronte alla manovra di Mattarella per spingere alla diserzione la delegazione italiana della Global Sumud Flotilla: lei era per sospendere la missione e “tutti a casa”.
E del resto la (finta) alternanza al governo del paese fra il polo Pd e il polo “più reazionario” delle Larghe Intese è esattamente ciò su cui le Larghe Intese hanno fatto finora gioco-forza. Ma ora c’è un ma.
Lo scollamento fra le ampie masse e il sistema politico delle Larghe Intese e le istituzioni della Repubblica Pontificia è cresciuto nel corso del tempo e fuori dal teatrino della politica borghese si è sviluppata una rete di organismi operai e popolari indipendenti.
Questa rete è andata crescendo in estensione, capillarità e capacità di coordinamento man mano che gli effetti della crisi generale si sono aggravati e le Larghe Intese hanno trascinato l’Italia nella Terza guerra mondiale. Ha fatto un balzo nel corso dell’ultimo anno e si è ulteriormente sviluppata nel corso delle ultime settimane. Vari articoli di questo numero di Resistenza sono dedicati a mostrare “pezzi” di questa rete e il ruolo che essa già svolge e che può svolgere.
Non solo sono aumentati gli organismi che la compongono, ma le loro relazioni si sono strette e si vanno formalizzando – vedi l’esempio del coordinamento dei lavoratori portuali – travalicando il naturale ambito di intervento e sviluppando la capacità di mobilitare ampie fette delle masse popolari, esponenti politici e intellettuali.
Molti di coloro che sentono la necessità di fare qualcosa di concreto per portare l’Italia su una rotta diversa da quella imposta dal governo Meloni si affidano a essa e rispondono ai suoi appelli.
Un grande esempio di ciò è stata la giornata di lotta del 22 settembre.
Per non essere scavalcati dalla mobilitazione popolare, anche parti crescenti degli addentellati e dei cespugli del Pd sono costretti ad accodarsi alla mobilitazione promossa da questa rete.
Un significativo esempio di ciò è che dopo la scellerata decisione di proclamare sciopero il 19 settembre, anche la Cgil ha dovuto cedere alle pressioni e darsi disponibile alla proclamazione di uno sciopero generale unitario, qualora la Global Sumud Flotilla venisse nuovamente attaccata.
Il ruolo assunto dalla rete degli organismi operai e popolari sta creando sommovimenti anche nel campo della società civile. Non parliamo soltanto di elementi che, una volta rotto il tabù mediatico rispetto al genocidio, si sono esposti con dichiarazioni di solidarietà al popolo palestinese, condanna del sionismo e critiche al governo Meloni; parliamo soprattutto di individui (e gruppi di individui) che hanno conoscenze, esperienze, relazioni ben strutturate e le stanno mettendo al servizio della mobilitazione popolare, contribuendo a interpretare la realtà, a ricostruire il sistema di relazioni e affari su cui pioggia il sionismo in Italia, elaborando piani alternativi alla conversione bellica delle industrie e alla conversione militare dei trasporti e delle infrastrutture.
In sintesi, dunque:
– esiste già un fronte POLITICO alternativo ai due poli delle Larghe Intese, alternativo ai guerrafondai, alla sottomissione agli imperialisti Usa, ai sionisti e alla Ue, che ha la volontà, la capacità e le relazioni per portare il paese su un binario diverso da quello a cui le Larghe Intese lo obbligano;
– esiste già, per opera degli organismi che sono a vario titolo partecipi di questo fronte politico, una mobilitazione dispiegata che è stata in grado di bloccare il paese; che lo ha bloccato interamente per un giorno, il 22 settembre, e che ha continuato a bloccare i traffici di armi e di carburante per Israele anche nei giorni successivi. Esiste una mobilitazione dispiegata che si è naturalmente – e giustamente – manifestata in solidarietà e sostegno al popolo palestinese e contro il genocidio, ma che in ogni piazza ha parlato e parla di diritto al lavoro, di sicurezza sui luoghi di lavoro, di resistenza allo smantellamento della sanità e scuola pubbliche, di resistenza al profitto, di opposizione all’economia di guerra e alla Terza guerra mondiale. È tutto collegato, e chi si sta mobilitando lo sa;
– esiste una cerchia ben più ampia di settori popolari che per un motivo o per un altro NON sono ancora mobilitati, ma sono sensibili, preoccupati e mobilitabili, che guardano, valutano, studiano, cercano conferme e incoraggiamento per prendere parte alla mobilitazione generale. Esistono nella base dei sindacati di regime (anche nella Ugl!), così come in ogni settore di lavoro, in ogni città, in ogni quartiere. Sono quelli che hanno esitato oggi, ma lotteranno con noi domani.
La questione politica delle prossime settimane si traduce quindi
– nello sforzo cosciente per strutturare formalmente quel fronte comune che nella sostanza esiste già e per alimentare in ogni modo e in ogni contesto il coordinamento degli organismi operai e popolari che già ci sono e farne nascere di nuovi;
– nella progressiva combinazione del proposito di costringere il governo Meloni a essere meno infame di quello che la sua natura gli consente con il proposito dichiarato e perseguito di cacciarlo e sostituirlo con un governo di emergenza popolare che attui la Costituzione del 1948;
– nel sostegno a ogni tipo di mobilitazione, iniziativa di lotta, forma di resistenza e contrattacco di cui gli organismi operai e popolari saranno capaci, indipendentemente dal fatto che rientrino o meno nella legalità borghese: va respinto ogni tentativo di divisione fra buoni e cattivi e di criminalizzazione, sviluppando la solidarietà con i compagni e gli attivisti colpiti dalla repressione. Gli unici criminali, vandali, canaglie sono i sostenitori degli Usa, della Nato, dei sionisti d’Israele e della Ue.
Quanto più chi si pone come promotore del movimento popolare sviluppa questi tre aspetti, tanto più e tanto prima sarà in grado di dare sbocco pratico e politico alle rivendicazioni che avanza.
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Cambiare la narrazione per cambiare la prospettiva
Siamo travolti dagli effetti della crisi generale e, allo stesso tempo, dalle misure che la classe dominante impone con il pretesto di farvi fronte. Siamo immersi in un vortice di “sempre peggio” che sfida persino il buon senso comune.
Emergenza si accavalla a emergenza e da ogni parte si sente, si legge, si discute del fatto che è necessario cambiare rotta.
È necessario liberare il paese dalla sottomissione alla Nato, agli Usa, alla Ue e ai sionisti.
È necessario mettere un freno alla speculazione che devasta l’economia reale.
È necessario fermare il riarmo e l’economia di guerra.
È necessario affrontare urgentemente e con misure straordinarie la crisi climatica e ambientale. È necessario fermare il sistema delle grandi opere inutili e dannose.
Tutte necessità vere, ma che, finché rimangono sul piano puramente teorico, assumono il contorno di qualcosa che è impossibile realizzare.
Dobbiamo fare uno sforzo per cambiare la narrazione. Che poi è anche lo sforzo per cambiare visione del mondo, concezione del mondo, di noi stessi e del nostro ruolo.
Tutto quello che è necessario è anche possibile. Fate un prova. Ogni volta che sostituite “è necessario…” con “è possibile…” sorge immediata una domanda: come? Ogni necessità perde astrattezza e diventa concreta.
Il che non significa che la risposta sia semplice e immediata.
È necessario somiglia tanto a una preghiera, quella che arrivi qualcuno a risolvere – non si sa bene come – il problema.
È possibile responsabilizza ognuno a trovare la strada per risolvere il problema: cosa posso fare io, cosa possiamo fare noi, quali forze valorizzare, quali forze neutralizzare, chi sono gli alleati e chi sono i nemici.
Dobbiamo costituire un governo partigiano della pace e della Palestina libera che opera traducendo in pratica la Costituzione del 1948. E dobbiamo imporlo ai vertici della Repubblica Pontificia italiana.
È necessario, nel senso che è urgente farlo. Ma è soprattutto possibile, nel senso che il riuscire a farlo dipende interamente da noi, dai comunisti, dalla parte avanzata, organizzata e non rassegnata delle masse popolari.






