A poche ore dalla giornata di mobilitazione del 22 settembre la Global sumud flotilla (Gsf) è stata attaccata al largo di Creta: droni, bombe assordanti e sostanze chimiche urticanti; almeno un’imbarcazione è stata irrimediabilmente danneggiata.
Il commento di Giorgia Meloni è stato che la Gsf è un’iniziativa che specula sui bambini di Gaza per mettere in difficoltà il governo italiano.
A parziale discolpa per aver partorito una simile scempiaggine, va considerato il fatto che nella testa di Giorgia Meloni probabilmente risuonavano ancora i rapporti di prefetti e questori:
il 22 settembre il paese è stato ingestibile da nord a sud. Stop.
Una miriade di iniziative di lotta e blocchi. Stop.
Il faticoso iter per approvare il decreto sicurezza non è servito a niente. Stop
I manifestanti l’hanno usato come carta igienica. Stop.
Ma una cosa l’ha imbroccata Giorgia Meloni.
La Gsf è una mina vagante per il governo che si (ri)trova a dover fare i conti con imbarcazioni battenti bandiera italiana e cittadini italiani attaccati dall’esercito dello Stato terrorista d’Israele mentre partecipano a una pacifica missione umanitaria con l’obiettivo di ristabilire il diritto internazionale. Diritto violato da Netanyahu anche con il sostegno del governo Meloni e dello Stato italiano.
Per provare a disinnescare la mina, sono intervenuti Mattarella e il Vaticano per indurre alla diserzione almeno la delegazione italiana della Gsf e spingere anche il polo Pd delle Larghe Intese a fare la sua parte per raggiungere questo obiettivo.
Stendiamo l’ennesimo velo pietoso su Mattarella, molto più a suo agio a stringere le mani del presidente dei terroristi d’Israele che quelle dei pacifisti italiani, e anche su papa Prevost, che solo pochi giorni prima aveva ricevuto Herzog in Vaticano: l’importante è che la Gsf ha risposto picche e ha ripreso, quasi al completo, la navigazione verso Gaza.
Il governo Meloni si è ritrovato con questa mina vagante a pochi metri – più precisamente a pochi giorni di navigazione – dal naso.
Nel breve lasso di tempo fra il momento in cui scriviamo e il momento in cui questo articolo sarà letto, la missione della Gsf sarà probabilmente conclusa. Siamo consapevoli del fatto che “potrebbe succedere di tutto”.
Ad esempio, potrebbe succedere che le responsabilità del governo Meloni in quello che si profila come un probabile attacco militare alla Gsf spingano la situazione alle sue estreme conseguenze e che Giorgia Meloni, Crosetto, Tajani, Salvini, Piantedosi & C. siano mandati via a calci nel culo da una mobilitazione popolare capace di riprodurre all’ennesima potenza il 22 settembre. È una prospettiva improbabile, ma non impossibile.
Una prospettiva più probabile è che Giorgia Meloni, Crosetto, Tajani, Salvini, Piantedosi & C. si attacchino al loro scranno ministeriale con tutte le forze e che non basti la fiammata virulenta e radicale di alcuni giorni di protesta per cacciarli: è probabile che serva una mobilitazione continuativa, una convergenza di mobilitazioni concatenate, coscientemente unite dal medesimo obiettivo politico.
Potrebbe accadere di tutto e proprio per questo riteniamo essenziale che sia la parte più organizzata delle masse popolari a decidere cosa deve succedere, quando deve succedere, come e perché. Andiamo più a fondo.
Dall’11 settembre – data in cui l’Usb ha proclamato lo sciopero generale – al 22 settembre si sono susseguiti senza soluzione di continuità appuntamenti nazionali e locali, formali e spontanei che hanno dato traduzione pratica alla parola d’ordine “blocchiamo tutto”.
Il 19 settembre si è svolto il “mezzo sciopero” proclamato dalla Cgil che, al netto della relativa riuscita e della relativa partecipazione, ha avuto la funzione di rendere inequivocabile l’importanza di uno sciopero generale vero.
Il 22 settembre, poi, è successo quello che nessuno si aspettava. Centinaia di migliaia di persone in tutti gli angoli del paese hanno manifestato (il che vuol dire che gran parte di esse hanno anche scioperato) e hanno dato seguito all’obiettivo della giornata: bloccare tutto. E hanno effettivamente bloccato tutto.
Una giornata storica per molti versi. Storica perché il sindacalismo di base è riuscito a muovere un numero di lavoratori e di persone che va ben oltre le sue “normali” possibilità – a dimostrazione che quando i sindacati di base si mettono alla testa di parole d’ordine giuste anziché alimentare la concorrenza con la Cgil ottengono risultati!
Storica perché ha mostrato il cuore pulsante del movimento operaio e popolare del nostro paese in tutta la sua forza. Storica perché realmente ha reso ingestibile il paese al governo Meloni.
Storica perché pone a tutti coloro che hanno contribuito a costruirla e realizzarla l’esigenza di un salto di qualità.
Serve un nuovo modo di ragionare e di agire, adeguato alle condizioni e agli obiettivi che ci si pone, per valorizzare i risultati raggiunti, consolidarli e andare avanti. In particolare su tre questioni.
1. Per sviluppare e alimentare la mobilitazione che è “scoppiata” il 22 settembre è necessario dare forma e nome a quel coordinamento di organismi politici e sindacali che sostanzialmente esiste già, tanto a livello nazionale che a livello locale.
Non è un passaggio accessorio: si tratta di costituire formalmente un Comitato di liberazione nazionale (Cln) o un Comitato di salvezza nazionale (il nome è del tutto secondario) che agisca consapevolmente da potere alternativo e antagonista al governo Meloni e alle istituzioni borghesi, che sia in grado di valorizzare tutti i settori della società che vogliono mobilitarsi e avere un ruolo positivo contro la guerra, il riarmo e a sostegno della Resistenza palestinese, che sia in grado di raccogliere le mille rivendicazioni delle masse popolari, farle confluire nella medesima mobilitazione e dare a tutte un comune sbocco politico.
Pensare che il portato della giornata del 22 settembre possa in qualche modo limitarsi a una traduzione elettorale (o a piccoli interessi di bottega), in campo sindacale o in campo politico, è un modo per disperdere le sue potenzialità, incanalandole in una strada che – evidentemente – non sarà adeguata al suo sviluppo, così come, fino a oggi, non è stata adeguata a suscitare una tale partecipazione, entusiasmo e combattività fra le masse popolari.
Bisogna costruire a livello nazionale il coordinamento di forze capace di tenere collegamenti stretti e diretti territorio per territorio, azienda per azienda, scuola per scuola con le reti corrispettive che si formano a livello locale e di dirigerle.
Così operava il Cln e così deve operare questo organismo.
2. Conseguentemente al punto precedente, bisogna bandire ogni forma di settarismo. O per lo meno quelle forme di settarismo e concorrenza che si manifestano in modo plateale e che sono coltivate coscientemente, tanto fra le organizzazioni sindacali che fra le organizzazioni politiche.
Un esempio che vale per tutti: chi ha scioperato e manifestato il 19 settembre con la Cgil NON è nemico di chi ha scioperato e manifestato il 22. Anzi, i lavoratori e le lavoratrici che hanno scioperato e manifestato il 19 sono i primi referenti di chi ha intenzione di dare un seguito e uno sviluppo ulteriori alla giornata del 22 settembre.
Dobbiamo agire guidati dal seguente principio: chi ha esitato questa volta lotterà con noi domani, sta a noi coinvolgerlo, motivarlo e mobilitarlo.
3. Bloccare tutto è giusto: è la forma istintiva, efficace e contagiosa di mobilitazione in grado di imporre effettivamente la volontà delle masse popolari organizzate. Bloccare tutto una, dieci, cento volte. Tuttavia, rendere ingovernabile il paese ha anche altre traduzioni che devono essere considerate, sperimentate e praticate.
Il principio generale che deve guidare la forme della mobilitazione è lo stesso che ha guidato la Global Sumud Flotilla: facciamo noi quello che i governi e le istituzioni borghesi si rifiutano di fare.
Quindi benissimo bloccare tutto, ma anche iniziare ad agire come nuove autorità che operano negli interessi delle masse popolari.
Se la traduzione pratica del principio è difficile da immaginare, è utile considerare quanti e quali sono i settori delle masse popolari già coinvolti nella mobilitazione contro il genocidio del popolo palestinese e, più in generale, sensibili e mobilitabili contro le conseguenze della Terza guerra mondiale in corso: operai, lavoratori pubblici, medici e infermieri, professionisti, disoccupati, studenti, insegnanti, commercianti, amministratori locali… Un paese intero che dice NO al genocidio del popolo palestinese, NO ai guerrafondai e ai criminali di guerra, che può organizzarsi per dire SÌ al boicottaggio e al sabotaggio della guerra e dell’economia di guerra, che passa dalla resistenza al contrattacco.
La scintilla accesa dalla Global Sumud Flotilla ha risvegliato, allargato, generalizzato e radicalizzato la mobilitazione delle masse popolari a un livello che sembrava impossibile da raggiungere fino ad appena due mesi fa.
Ha reso evidente il ruolo del governo Meloni e delle istituzioni italiane nel genocidio del popolo palestinese e nell’occupazione della Palestina. Ha esteso l’obiettivo condiviso di mettere il governo Meloni con le spalle al muro: o sospende subito il sostegno ai terroristi dello Stato d’Israele o deve essere cacciato. L’obiettivo non è mai stato tanto chiaro.
Adesso quello che decide tutto è l’organizzazione. Organizziamoci per conquistare questo obiettivo!






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