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Potere al Popolo, Marxpedia e Fronte della Gioventù Comunista… Riflessioni sullo sviluppo del movimento popolare che esonda

Teresa Noce by Teresa Noce
Novembre 27, 2025
in Comunicati nazionali | 2025
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Dopo la manifestazione del 4 ottobre tutte le organizzazioni politiche anti Larghe Intese e del movimento comunista cosciente e organizzato hanno pubblicamente posto la questione di come dare stabilità e sviluppare la straordinaria mobilitazione delle scorse settimane.
La questione si pone in termini generali, al netto cioè delle evoluzioni e degli esiti concreti del “piano Trump per la pace a Gaza”, poiché Israele è e rimane una colonia terrorista (sostenuta dalla Comunità internazionale dei gruppi imperialisti Usa ed europei) che sta conducendo un genocidio in diretta televisiva mondiale e pertanto si pone la questione di continuare la mobilitazione per isolarlo, boicottarlo, sanzionarlo.
Ma la questione ha anche risvolti particolari e specifici che riguardano il nostro paese e che attengono

– al come alimentare la mobilitazione per cacciare il governo che ha trascinato l’Italia nella complicità con il genocidio del popolo palestinese e nella sottomissione agli Usa e alla Nato nella promozione della Terza guerra mondiale;

– al come impedire che al posto del governo Meloni sia installato un governo di “colore diverso” (legato al polo Pd e gregari) che però attua lo stesso programma e le stesse misure, tanto sul piano internazionale che sul piano della politica interna (economia di guerra, transizione bellica, militarizzazione della società).

Si pone cioè concretamente la questione che è andata delineandosi sempre più chiaramente nel corso delle settimane dentro il movimento popolare che esondava: cacciare il governo Meloni.
Che la questione sia estremamente concreta lo dicono i numeri delle mobilitazioni, le forme di lotta, “gli umori” delle piazze e, non ultimo, il fatto che lo sciopero del 3 ottobre e la manifestazione del 4 ottobre si sono caratterizzati proprio contro il governo Meloni. E se nei salotti televisivi i ministri chiamati a intervenire nel corso delle settimane hanno progressivamente perso la favella e la sicurezza, si sono fatti balbettanti, che Giorgia Meloni sia entrata “con le scarpe nel piatto” nella comunicazione mainstream con la partecipazione da Vespa per nascondersi sotto una coltre di vittimismo fa il paio con la farsesca interrogazione parlamentare con cui Fdi chiede conto a Piantedosi di quanto sia realistica la minaccia della lotta armata, dato che il P.Carc sobilla i manifestanti con “posizioni eversive” come la sostituzione del governo Meloni con un governo partigiano della pace, della Palestina libera e che attui la Costituzione del 1948.

Tutto dice che il governo Meloni sta traballando. Anche il completo fallimento nel ruolo del “superpoliziotto” che a colpi di precettazioni degli scioperi e decreti sicurezza avrebbe pacificato il paese con la repressione induce una parte dei suoi padrini e le fazioni che compongono il sistema di potere della Repubblica Pontificia italiana a cercare una soluzione di ricambio per cercare di “pacificare” la situazione (Achille Serra, il poliziotto “esperto degli anni’70”, dice in un intervista su Il Fatto del 9 ottobre che “rischiamo di tornare agli anni 70. Si occupano le università, le scuole, c’è troppa conflittualità e il dialogo è ancora troppo poco. Non bisogna tornare a quella stagione. Servono pene certe per i violenti… serve metodo e dialogo”). Questi sono sommovimenti che riguardano la classe dominante.

I sommovimenti che riguardano il campo delle masse popolari, le organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese, comuniste, progressiste e democratiche si sviluppano attorno al dibattito rispetto a quali passi intraprendere per alimentare la mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari fino a cacciare il governo Meloni. E come intraprenderli.
Per sviluppare e alimentare la mobilitazione è necessario dare forma e nome a quel coordinamento di organismi politici e sindacali che sostanzialmente esiste già, tanto a livello nazionale che a livello locale.

Non è un passaggio accessorio: si tratta di costituire formalmente un Comitato di liberazione nazionale (Cln) o un Comitato di salvezza nazionale (il nome è del tutto secondario) che agisca consapevolmente da potere alternativo e antagonista al governo Meloni e alle istituzioni borghesi, che sia in grado di valorizzare tutti i settori della società che vogliono mobilitarsi e avere un ruolo positivo contro la guerra, il riarmo e a sostegno della Resistenza palestinese, che sia in grado di raccogliere le mille rivendicazioni delle masse popolari, farle confluire nella medesima mobilitazione e dare a tutte un comune sbocco politico.
Bisogna costruire a livello nazionale il coordinamento di forze capace di tenere collegamenti stretti e diretti territorio per territorio, azienda per azienda, scuola per scuola con le reti corrispettive che si formano a livello locale e di dirigerle.
Così operava il Cln e così deve operare questo organismo.

Il dibattito è avviato, ma per il momento è un “telefono senza fili”.
Nonostante l’ondata di mobilitazione abbia imposto delle forzature al superamento di spirito di concorrenza e settarismo – basta citare qui, in campo sindacale, lo sciopero “congiunto” di sindacati di base e Cgil – il dibattito aperto, continuativo, “diretto” non è ancora sviluppato come sarebbe possibile e necessario, ma è importante che si stia delineando una linea di convergenza: unirsi per cacciare il governo Meloni.
Vogliamo dare un contributo a questo dibattito partendo dall’analisi di alcuni dei comunicati emessi dopo il 4 ottobre per mettere in evidenza gli aspetti avanzati, positivi e di prospettiva che alimentano la mobilitazione delle masse popolari.
Iniziamo analizzando i comunicati di Potere al Popolo e Marxpedia e con un inciso sul Fronte della Gioventù Comunista.

***

Potere al Popolo ha emesso due comunicati consultabili sul sito poterealpopolo.org. Entrambi sono datati 6 ottobre, ma sono sostanzialmente diversi.
Nel primo, che si intitola “Il momento di cambiare tutto. Appello alla costruzione di un blocco politico e sociale indipendente verso il 2027”, i compagni e le compagne di Pap lanciano un’assemblea pubblica (al Cinema Aquila a Roma, il 25 ottobre) con l’intento di avviare il percorso costitutivo di un polo alternativo per le elezioni politiche del 2027.
Non entriamo ora nel merito del contenuto della proposta in sé – per inciso: se il percorso è finalizzato a “federare”, unire, coordinare ampie e varie componenti del fronte anti Larghe Intese ha certamente una funzione positiva – quanto sul fatto che la proposta, per come è formulata, stride con la realtà concreta.
Il comunicato si apre così:

“Oggi che milioni di persone in tutto il mondo rialzano la testa. Oggi che il sostegno alla Palestina e il ripudio del genocidio israeliano mobilitano una massa sempre più vasta, che attorno alla Global Sumud Flotilla si realizza una solidarietà senza precedenti che vede in prima linea i lavoratori dei porti.
Oggi che scioperare, manifestare, bloccare, diventano di nuovo pratiche per migliaia di lavoratrici e lavoratori, per cittadini a cui è stato raccontato che “tanto non serve a nulla”.
Oggi che una nuova generazione prende consapevolezza dei rischi globali, della catastrofe ecologica, delle guerre, dello sfruttamento – ma anche delle potenzialità dello sviluppo, della forza della cooperazione sociale…
Oggi che si fa avanti il bisogno e il desiderio di ribellarsi, non possiamo permettere che questi movimenti siano sconfitti o assorbiti dal sistema. Dobbiamo svilupparli e costruire una vera alternativa”.

Ed è esattamente in virtù della situazione riassunta in questa parole che la convinzione che il governo Meloni rimarrà in carica fino al 2027 (quando scade naturalmente il mandato), il rimandare al 2027 la mobilitazione per cacciarlo, l’individuazione delle elezioni come principale strumento per cacciarlo sono in contraddizione con la realtà, con i sentimenti diffusi fra chi si è mobilitato nelle scorse settimane e anche con la forza che quella mobilitazione ha dimostrato di avere.
È un comunicato, insomma, intriso di attendismo. Un termine niente affatto denigratorio che descrive precisamente l’atteggiamento di chi alla domanda “cosa fare ora?” risponde “ci organizziamo per le elezioni del 2027”!
C’è poi un “convitato di pietra” che si affaccia senza presentarsi apertamente: l’elettoralismo.
Intendiamoci, la critica non è al fatto di usare ANCHE le elezioni per alimentare l’organizzazione delle masse popolari e la loro mobilitazione, per alimentare l’ingovernabilità del paese dal basso con l’irruzione e il “soqquadro” anche nelle liturgie e nei riti dove in genere spadroneggiano le Larghe Intese; la critica sta nel fatto che le elezioni vengano concepite (e usate) come principale strumento per il cambiamento politico del paese. Ma è uno strumento che non funziona.
Lo dice l’esperienza (non basta vincere le elezioni per “stravolgere il corso politico imposto dalle Larghe Intese”, figuriamoci se può essere sufficiente “una pattuglia di eletti”) e lo dicono anche i dati.
L’ambito elettorale NON è un terreno in cui la parte avanzata delle masse si lascia incanalare. I dati delle regionali nelle Marche e in Calabria (ma a breve vedremo anche quelli di Toscana, Campania e Puglia) sono la fotografia di un vecchio slogan: urne vuote e piazze piene. Non è una volontà o un obiettivo: è un dato di fatto.
C’è un modo per limitare l’elettoralismo anche in iniziative che hanno per oggetto e obiettivo la lotta politica elettorale? Sì, esiste. Si tratta di usare ANCHE la lotta politica elettorale per alimentare l’organizzazione dei lavoratori e delle masse popolari, per alimentare il processo attraverso cui si costituisce ANCHE formalmente il fronte di forze politiche, sindacali e sociali che esiste già – e dal 22 settembre lo abbiamo tutti visto in modo evidente e plateale – affinché costituisca un organismo alternativo e antagonista alle istituzioni borghesi, un organismo nazionale con ramificazioni locali, un nuovo CLN (specifichiamo ancora che il nome è del tutto secondario).

Il secondo comunicato dei compagni e delle compagne di Potere al Popolo che trattiamo qui (“Blocchiamo tutto! qualche riflessione su un “weekend lungo” di lotta”) è anch’esso datato 6 ottobre, ma ha tono e contenuti molto diversi dal precedente e, in un certo modo, anche in contraddizione.
Anzitutto, è più solido in termini di analisi a partire dal riconoscimento della centralità della classe operaia nel movimento popolare che ha esondato.

“Queste mobilitazioni e questi scioperi hanno visto una partecipazione massiccia e trasversale, ma uno degli aspetti sui quali vorremmo soffermarci in particolare è quello del rinnovato protagonismo di lavoratrici e lavoratori del nostro paese. (…) La proclamazione del primo sciopero dalle sole sigle del sindacalismo conflittuale (escluso dalla rappresentanza in molti settori per leggi e accordi firmati dai confederali) e del secondo “anche” dalla CGIL alla rincorsa dopo il tremendo harakiri del 19 Settembre scorso, possiamo certamente dirci che c’è qualcosa di oggettivamente nuovo che si muove in questo paese.
Hanno iniziato i portuali e in generale la logistica, interferendo materialmente nella macchina di morte sionista. Li hanno seguiti man mano altri settori, alcuni “insospettabili” come la scuola, dove dopo due anni di repressione e caccia alle streghe sul tema Palestina le e gli insegnanti hanno detto “basta”, e non l’hanno fatto sommessamente. A partire dall’iniziativa di USB e degli altri sindacati di base e dal 22 settembre migliaia di lavoratori e studenti sono scesi in piazza anche nelle più piccole città di provincia, sono stati bloccati i porti a Livorno, Marghera, Salerno, Genova, le autostrade e le tangenziali invase a Roma, Bologna, Firenze, le stazioni occupate a Napoli, Roma, le università e le scuole chiuse. Il 2 e il 3 ottobre altrettante manifestazioni e blocchi in tutto il paese hanno mostrato che le proteste non cessavano, ma anzi si rafforzavano reciprocamente di giorno in giorno. E l’autunno è appena iniziato”.

In secondo luogo fornisce una lucida e preziosa analisi sul ruolo delle organizzazioni politiche anti Larghe Intese, progressiste e comuniste.

“Quello che è stato possibile nell’ultimo mese è dunque il risultato di un lavoro grigio, noioso, sotterraneo, che poche migliaia di militanti in diverse organizzazioni radicali nel nostro paese, portano avanti da anni. Protagoniste di queste settimane sono organizzazioni piccole, senza soldi, con una quantità incredibile di limiti e problemi, per anni o decenni trascurate e ignorate dai media nazionali perché “ininfluenti”: strutture politiche e sindacali, associazioni, collettivi studenteschi, comitati e movimenti sociali che lavorano incessantemente anche nella più piccola provincia italiana. Queste organizzazioni oggi stanno letteralmente dirigendo le piazze. Il primo sindacato italiano, la CGIL, che da troppi anni dell’organizzazione sembrava conservare solo gli elefantiaci apparati, si è dovuta mettere in scia, sotto la pressione di tanti soggetti che sperano che questa sollevazione ritorni, nel più breve tempo possibile, “compatibile”. Tutti proveranno a “prendersi” queste piazze per riportarle in un recinto tranquillizzante, ma la partita è aperta. (…)
Dobbiamo portare la resistenza in ogni luogo di lavoro, rifiutandoci di sostenere la catena internazionale dello sterminio con ogni mezzo possibile e necessario. Mai più silenzio, mai più rinuncia, occorre riprendersi il terreno metro dopo metro e rendere questo paese ingovernabile, inceppare la macchina operativa e ideologica del genocidio”.

L’analisi è lucida, nel senso che indica come e perché bisogna “rendere ingovernabile il paese” ai governi del riarmo e del sostegno al genocidio e fa emergere il ruolo delle avanguardie politiche nel loro insieme, nel campo delle masse popolari. È esattamente questo il fronte che sostanzialmente esiste già di cui parliamo spesso e che deve strutturarsi anche formalmente per agire in modo cosciente, unitario, in modo concatenato e sinergico.
L’analisi è preziosa, anche, perché ricostruisce esattamente il processo che si innesca quando le organizzazioni di avanguardia si pongono al servizio degli elementi e ai settori di avanguardia della classe operaia e delle masse popolari: i vertici dei sindacati di regime (come anche i partiti che si ammantano di “centro sinistra”) devono rincorrere per non essere travolti.

In terzo luogo il comunicato è chiaro, affronta le domande di oggi senza rimandare alle calende greche.

“Abbiamo già visto momenti di esplosione delle lotte a cui è seguito il riflusso e la repressione. Riflusso e repressione si arginano in un solo modo: costruire e rafforzare le organizzazioni politiche e sindacali radicali. Non c’è spontaneismo e non ci sono eccedenze: si tratta di lavorare per raccogliere quanto più possibile, riempire i nostri “granai” per aprire nuovi fronti, per portare l’attacco al governo più a destra della storia della Repubblica. Dobbiamo dichiarare e perseguire l’obiettivo della caduta del governo Meloni, vero e proprio perno dell’internazionale “sovranista” reazionaria di estrema destra. Dobbiamo smascherare le ipocrisie delle opposizioni, Partito Democratico in primis, responsabili non solo dell’affermazione di questo Governo autoritario ma, ormai da molti decenni, delle politiche antipopolari che hanno portato a un peggioramento delle nostre vite, a processi di impoverimento e precarizzazione e a una sempre maggior contrazione degli spazi di democrazia sul posto di lavoro e nella società.
L’Italia, per mille motivi, è stata ed è tuttora un laboratorio politico, con incredibili capacità di anticipare tendenze europee ed occidentali. Dopo la manifestazione di sabato tutti i paesi d’Europa – e non solo – ci guardano. Negli ultimi tre decenni almeno abbiamo anticipato solo tendenze negative e reazionarie, come delle orribili Cassandre. Forse è arrivata l’occasione per anticipare una risposta, di divenire avanguardia non del sentimento di sconfitta e della passività ma della lotta e della possibilità di cambiare”.

Sul sito di Marxpedia (marxpedia.org) non ci sono documenti recenti, il testo che prendiamo in esame è stato pubblicato il 6 ottobre sulla pagina Facebook.
Si tratta della proposta più avanzata che abbiamo avuto modo di leggere in questi giorni: pone la questione di dare al movimento popolare “una testa” che elabori lo sviluppo della mobilitazione e se ne assuma la responsabilità, compresa quella di rinnovarsi strada facendo a seconda delle esigenze della mobilitazione.

“Dopo due scioperi generali e una manifestazione di massa a Roma, è lecito chiedersi che fare. La mobilitazione non può proseguire con lo stesso ritmo all’infinito. Uno dei problemi fondamentali di un movimento in ascesa è come garantirsi continuità.
Il governo può prenderci per stanchezza, sebbene il dramma di Gaza non sia destinato a terminare.
Solitamente le mobilitazioni cominciano dai settori più facili da mobilitare, come gli studenti e, in determinate condizioni, dilaga al tronco della società. In questo caso è avvenuto il contrario, sintomo di quanto malessere stia covando nella società.
Un malessere non espresso politicamente dal campo largo, ma che ha risposto alla chiamata sindacale.
Serve una direzione democratica delle lotte, con portavoce democraticamente eletti, rivendicazioni condivise, un coordinamento nazionale e rappresentanze locali da poter votare e revocare, se necessario.
Un coordinamento di questo tipo dovrebbe proporre ai Giovani Palestinesi di farne parte, accettando le regole interne che il movimento si darà.
Dev’essere anche una arena dove aprire una discussione su idee, metodi e rivendicazioni perché non possiamo più essere chiamati in piazza sull’onda delle emozioni, dobbiamo darci degli obiettivi chiari, uno dei quali è necessariamente la caduta del governo.
D’altronde, come si può chiedere la fine dell’occupazione israeliana in Palestina senza rivendicare un drastico dirottamento dei fondi militari alla spesa civile? E’ solo un esempio tra tanti.
Non si tratta di ingabbiare la spontaneità, ma di dargli più forza. Di non farla dissipare in mille rivoli, ma di incanalarla in uno strumento che permetta di vincere un braccio di ferro col governo.
Abbiamo i numeri, abbiamo il paese a favore: organizziamo questa generosità per opporre una forza a una forza”.

Concludiamo con un inciso che riguarda il Fronte della Gioventù Comunista (Fgc).
Al momento non risultano documenti/comunicati di bilancio delle giornate del 3 e del 4 ottobre, ma ha avuto ampia circolazione un video dell’intervento di Lorenzo Lang durante il corteo del 4 ottobre. Lo riproponiamo

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Al netto del fatto che è l’intervento di una specifica e precisa organizzazione politica, riteniamo che il contenuto possa e debba essere assunto integralmente dai comunisti italiani, giovani e meno giovani, organizzati o non afferenti ad alcuna organizzazione.
Non è un’esagerazione e, tanto meno, una lisciata al pelo dei compagni e delle compagne del Fgc, riteniamo che le parole di Lang, il ragionamento che emerge, l’obiettivo e la prospettiva che indicano siano perfettamente rappresentativi del lavoro che i comunisti devono sviluppare verso gli elementi delle masse popolari per rafforzare quelli che sono già organizzati e per spingere a organizzarsi quelli che non lo sono ancora.

Lo stesso giorno che in parlamento andava in scena la meschina rappresentazione di Fratelli d’Italia e del ministro Piantedosi, la già citata interrogazione “sul P.Carc, a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano, un pensionato di 71 anni si è lanciato dal balcone di casa pochi minuti prima che sopraggiungesse l’Ufficiale Giudiziario con la Polizia per sfrattarlo, dopo sei rinvii.
È lo specchio di questo paese, un caso singolo rappresentativo di mille altri, della “vita di merda” che il proletariato e le masse popolari sono costretti a vivere nell’epoca delle auto che si guidano da sole e degli smartphone venduti come patatine. L’epoca dell’intelligenza artificiale che secondo i padroni deve sostituire quella umana, oppressa dal giogo della borghesia imperialista.
Il 22 settembre, il 3 ottobre, il 4 ottobre (e tutte le altre formidabili giornate di lotta e di mobilitazione) parlano a tutti e parlano soprattutto ai comunisti, a noi comunisti.
Sono state una doccia che ha lavato via disfattismo, rassegnazione, sfiducia e ha mostrato in piccolo – ancora in piccolo – quello che è possibile fare. Adesso dipende da noi, ne abbiamo la responsabilità.
La responsabilità di essere anche più radicali nel dibattito e nella critica, di contrastare le idee sbagliate, le tesi claudicanti, ma anche quella di svegliarsi dall’autoreferenzialità e mettere gli interessi della nostra classe e lo sviluppo della nostra causa davanti a tutto quello che invece li ostacola.
Hanno ragione i compagni e le compagne di Pap. Il movimento comunista oggi è composto da piccole organizzazioni piene di limiti, di pregiudizi e di problemi, litigiose e gelose della propria singolarità e particolarità, aggiungiamo. Ma il movimento popolare che ha esondato nelle scorse settimane è un frutto del lavoro lungo e grigio dei comunisti e, insieme, una spinta ad assumere le responsabilità che la situazione richiede per impedire “che questi movimenti siano sconfitti o assorbiti dal sistema”.
Usiamo questa esperienza per avanzare oggi, da subito, nella costituzione del governo che serve ai lavoratori e alle masse popolari del nostro paese.

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