Il 18 maggio il governo Netanyahu ha lanciato l’operazione “Carri di Gedeone”, una vera e propria “soluzione finale” con cui i sionisti punterebbero, come dichiarato pubblicamente da più di un ministro, a occupare militarmente l’intera Striscia di Gaza e ad assassinarne o deportarne la popolazione.
Usiamo il condizionale perché anche questa operazione è destinata a fallire, come tutti i precedenti tentativi di piegare il popolo palestinese.
Anzi, grazie all’indomita Resistenza palestinese e alle mobilitazioni di solidarietà che si sono sviluppate in tutto il mondo, le condizioni stanno volgendo decisamente a sfavore del governo Netanyahu. Le contraddizioni tra i gruppi imperialisti Usa, Ue e sionisti stanno scoppiando, mentre la situazione interna a Israele si fa sempre più esplosiva: tutti i nodi stanno venendo al pettine.
Anzitutto, da alcune settimane Trump si sta muovendo per scaricare Netanyahu. A pochi mesi dall’insediamento, la nuova amministrazione Usa ha già dovuto prendere atto del completo fallimento della sua linea per chiudere la partita in Ucraina e in Medio Oriente. Ora cerca disperatamente di tirarsi fuori, a qualsiasi costo, da questi fronti per concentrarsi nel confronto con la Cina. Anche perché negli Usa la mobilitazione contro il genocidio del popolo palestinese continua a crescere ed è diventata a tutti gli effetti un problema di ordine pubblico di sempre più difficile gestione.
E così nei colloqui tenuti a Washington il 7 aprile tra Trump e Netanyahu, il presidente Usa ha negato l’appoggio ai piani di attacco contro l’Iran del governo sionista. Il 12 aprile gli Usa hanno poi ripreso in Oman i colloqui con Teheran per arrivare a un accordo sul nucleare, che il governo Netanyahu vede come il fumo negli occhi.
Il 7 maggio Trump è stato poi costretto a raggiungere un accordo con gli Houthi, da cui ha escluso Israele e che lascia al gruppo yemenita mano libera nel continuare gli attacchi contro i sionisti.
Il 13 maggio Trump ha poi intrapreso un viaggio in Medio Oriente che ha toccato Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, ma non Israele (come avviene di solito). Gli imperialisti Usa hanno disperatamente bisogno di rastrellare investimenti in giro per il mondo per finanziare la bolla speculativa del mercato finanziario di Wall Street e l’enorme debito pubblico federale. In questo senso i paesi della penisola araba, con i loro fondi sovrani da migliaia di miliardi di petrodollari, diventano per gli Stati Uniti interlocutori importantissimi, potenzialmente più di Israele, che non ha niente di simile da offrire.
E così Trump è arrivato a dichiarare che gli Usa non hanno nessun partner più forte dei sauditi (che non riconoscono lo Stato di Israele), mentre firmava con questi un’intesa da 142 miliardi di dollari nella vendita di armi: il più grande accordo di cooperazione nel settore della difesa nella storia degli Stati Uniti, che segna un’inversione nella consolidata politica statunitense di mantenere il vantaggio militare di Israele in Medio Oriente. Nel complesso Trump ha chiuso accordi per un totale di oltre duemila miliardi di dollari (vedi il comunicato pubblicato il 16 maggio sul sito della Casa Bianca: “Migliaia di miliardi in grandi accordi garantiti per l’America grazie al Presidente Trump”).
Nel corso di questo viaggio si sono verificati altri due fatti importanti.
Trump ha trattato direttamente con Hamas, escludendo il governo sionista dai negoziati, per ottenere il rilascio dell’ultimo prigioniero con passaporto americano detenuto a Gaza, che è stato effettivamente liberato il 13 maggio. Il 15 maggio ha poi incontrato il nuovo presidente della Siria al-Jolani e il 24 maggio ha annunciato l’avvio delle procedure per revocare le sanzioni alla Siria, nonostante Netanyahu avesse espressamente chiesto a Trump di mantenerle (vedi l’articolo del 14 maggio: “Netanyahu ha chiesto a Trump di non revocare le sanzioni alla Siria, dice un funzionario israeliano”, pubblicato su The Times of Israel).
La mobilitazione negli Usa
Tra il 24 e il 28 aprile, a Brooklyn si sono verificati scontri tra manifestanti pro Palestina e sionisti, in risposta alla visita del ministro israeliano Itamar Ben Gvir. Gli incidenti hanno portato a 13 arresti.
Il 7 maggio, un gruppo di attivisti ha occupato la Butler Library della Columbia University, ribattezzandola “Basel Al Araj Popular University” in solidarietà con i prigionieri palestinesi. La protesta è culminata con l’arresto di 78 persone da parte della polizia di New York.
Il 22 maggio, 25 residenti del Maine hanno iniziato uno sciopero della fame di 40 giorni per protestare contro il blocco israeliano di Gaza.
Infine, il 21 maggio, a Washington Elias Rodriguez, da anni impegnato nella mobilitazione in solidarietà alla Palestina, ha giustiziato a colpi di pistola due diplomatici sionisti in servizio all’ambasciata israeliana al grido di “Free, Free Palestine!”.
Il cambio del vento è stato prontamente raccolto dai servi europei, anche a fronte di una rinnovata pressione popolare: il 17 maggio, in occasione del settantasettesimo anniversario della Nakba, mezzo milione di persone ha manifestato in solidarietà alla Palestina per le strade di Londra; due giorni dopo, oltre centomila persone sono scese in piazza per Gaza a l’Aja.
E così, il 16 maggio, il premier spagnolo Sanchez ha definito Israele “Stato genocida”. Il 19 maggio Francia, Regno Unito e Canada hanno emesso una dichiarazione comune dove minacciano “misure concrete” contro Israele se non cesserà le operazioni a Gaza e non permetterà l’accesso degli aiuti umanitari. Il 20 maggio Londra ha sospeso le trattative per un accordo di libero scambio con Israele e ha emanato sanzioni contro i coloni. Il 21 la Commissione Europea ha avviato una revisione dell’accordo di associazione economica con Israele, decisione votata da 17 paesi membri (non dall’Italia). Infine, il 22 maggio, Irlanda e Norvegia hanno annunciato che riconosceranno lo Stato di Palestina, aggiungendosi alla Spagna.
Il governo Netanyahu è sempre più isolato. In particolare, sta venendo meno il sostegno pieno e incondizionato che Trump gli aveva concesso all’inizio del suo mandato, senza il quale i sionisti non hanno assolutamente i mezzi e le risorse per prendere il controllo di Gaza e andare avanti con la guerra su tutti i fronti e il governo Netanyahu non ha nessuna prospettiva di continuare a esistere.
Tanto più che anche sul fronte interno la situazione sembra sul punto di esplodere.
Si moltiplicano in Israele le manifestazioni dove non si chiede più soltanto la liberazione dei prigionieri, ma la fine della guerra e si condanna apertamente il governo per le atrocità commesse a Gaza (vedi su RaiNews.it il video del 18 maggio: “Manifestanti a Tel Aviv con le foto dei bambini uccisi a Gaza”).
La protesta si estende poi anche alle forze armate.
Il 10 aprile circa mille riservisti dell’Aeronautica militare hanno pubblicato una lettera in cui chiedono al governo la fine della guerra e un accordo per liberare gli ostaggi. Presto si sono aggiunti all’appello centinaia di riservisti della Marina e della squadra d’intelligence Unità 8200, duecento ex ufficiali di polizia, 400 ex agenti del Mossad – compresi gli ex capi Dani Jatom, Efraim Halevy e Tamir Pardo – e diverse centinaia dello Shin Bet. Il 19 aprile circa 1.500 tra membri della fanteria e carristi hanno acquistato due pagine del quotidiano Haaretz per avanzare al governo le stesse richieste.
“Nelle ultime settimane sono uscite decine di lettere simili, si stima che oltre diecimila soldati abbiano firmato” afferma il giornalista israeliano Meron Rapoport. Secondo le sue stime, a metà marzo sarebbero stati oltre centomila i riservisti che non hanno risposto alla chiamata alle armi, circa la metà di quelli richiamati.
(Vedi l’articolo del 17 aprile: “Quegli ex soldati che si oppongono a Netanyahu” pubblicato su Avvenire e l’articolo del 14 aprile: “L’esercito israeliano sta affrontando la sua più grande crisi di obiezione di coscienza degli ultimi decenni” di Meron Rapoport, tradotto da Aldo Lotta per Zeitun).
Secondo un sondaggio pubblicato il 14 maggio dal The Times Of Israel (dal titolo: “Sondaggio: il 61% degli israeliani sostiene la normalizzazione con l’Arabia Saudita; il 69% è favorevole a un accordo sugli ostaggi che ponga fine alla guerra) il 69% degli israeliani è oramai favorevole a un accordo con la Resistenza palestinese che preveda la liberazione dei prigionieri e la fine del massacro a Gaza.
Insomma, nonostante tutte le apparenze, l’invasione di Gaza è la mossa disperata di una bestia feroce messa all’angolo, che si sta già ritorcendo contro i macellai sionisti che l’hanno lanciata.
Gli Houthi costringono gli Usa alla tregua
In un mese e mezzo di operazioni militari, gli Usa hanno sperperato armamenti per oltre un miliardo di dollari, svuotando pericolosamente gli arsenali già messi alla prova dai continui rifornimenti all’Ucraina e a Israele. Ma questo non ha impedito agli Houthi di continuare a rispondere colpo su colpo, in particolare danneggiando gravemente la portaerei Uss Harry S. Truman e colpendo, il 4 maggio, l’aeroporto Ben Gurion a Tel Aviv, bucando “l’inviolabile” difesa missilistica di Israele.
Visti i risultati disastrosi dell’operazione militare, Trump ha quindi proposto un cessate il fuoco – entrato in vigore il 6 maggio – che prevede la fine dei bombardamenti Usa sullo Yemen in cambio della fine degli attacchi ai mercantili che transitano nel Mar Rosso. Non si estende però a Israele, lasciando mano libera agli Houthi nel continuare gli attacchi contro i sionisti, che infatti sono andati avanti con nuovi lanci di missili il 18, il 22 e il 25 maggio. Da quando i sionisti hanno rotto la tregua il 18 marzo, gli Houthi hanno lanciato contro Israele in totale 39 missili balistici e almeno 10 droni (vedi articoli del 18 e 22 maggio “L’esercito israeliano dice di aver intercettato missili dallo Yemen” pubblicati su Routers e l’articolo del 25 maggio: “Medioriente, Israele intercetta missile Houthi dallo Yemen” pubblicato su Il Tempo).






