A fronte della sconfitta nella guerra per procura in Ucraina, la strategia della nuova amministrazione Usa era di trovare un accordo con la Federazione Russa e possibilmente reintegrarla nella Comunità Internazionale dominata dai gruppi imperialisti Usa, Ue e sionisti per separarla dall’alleanza con la Repubblica Popolare Cinese e arrestare l’ascesa dei Brics.
Questa linea è completamente fallita.
Le celebrazioni del 9 Maggio per il Giorno della Vittoria che si sono svolte a Mosca restituiscono l’immagine di un’alleanza tra Repubblica Popolare Cinese e Federazione Russa più forte che mai, con Putin e Xi Jinping seduti uno a fianco all’altro nei posti d’onore.
E restituiscono l’immagine di un fronte di popoli e paesi che si oppongono all’imperialismo, fronte che cresce e si rafforza. All’evento hanno infatti partecipato capi di Stato di 27 paesi (compreso il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese). Anche nella parata militare hanno sfilato delegazioni estere da Azerbaigian, Cina, Bielorussia, Egitto, Kazakistan, Kirghizistan, Laos, Mongolia, Myanmar, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam – vedi l’articolo del 10 maggio: “La parata di Mosca per gli ottant’anni della Vittoria nella Grande guerra patriottica”, pubblicato su AnalisiDifesa.
È invece la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti che si è sempre più disgregata.
Trump, messo in cassaforte il 1° maggio l’accordo sullo sfruttamento delle risorse ucraine che riduce il paese a una vera e propria colonia, cerca ora di ritirarsi rapidamente dal conflitto, divenuto insostenibile per gli Usa. Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal e dalla Bild, dopo il confronto telefonico con Putin avvenuto il 19 maggio, il presidente Usa avrebbe infatti comunicato ai principali leader europei che: “la Russia e l’Ucraina cercheranno ora una soluzione tra di loro” e che non avrebbe appoggiato nuove sanzioni contro Mosca (vedi l’articolo del 25 maggio: “I leader Ue sbalorditi dal cambio di rotta di Trump sulla guerra in Ucraina dopo la telefonata con Putin”, pubblicato su il Fatto Quotidiano).
Il motivo di questa fuga precipitosa lo ha rivelato chiaramente Marco Rubio durante un’audizione al Senato il 20 maggio, dove ha affermato: “Ogni minuto che spendiamo, ogni dollaro che spendiamo in questo conflitto in Europa distoglie sia la nostra attenzione che le nostre risorse dalla possibilità di un confronto molto più serio e catastrofico nell’Indo-Pacifico”.
Risorse d’altro canto sempre più limitate, che rendono sempre più insostenibile lo scontro su più fronti in cui i gruppi imperialisti Usa si erano imbarcati con Biden, e sono costretti ora a fare marcia indietro a ogni costo e in ogni modo.
La spesa militare Usa è già di gran lunga la più grande del mondo, ma Trump intende aumentarla del 13% con la prossima legge di bilancio. Nonostante questo, secondo il segretario generale della Nato, Mark Rutte: “i russi producono in tre mesi munizioni che tutta la Nato – che è venticinque volte più grande della Russia in termini di economia complessiva – produce in un anno. Non è sostenibile” (vedi l’articolo del 9 maggio: “Nato, Rutte: se ci fermiamo al 2%, non possiamo difenderci”, pubblicato su AskaNews).
È quindi evidente che le risorse stoccate negli arsenali a stelle e strisce si stanno assottigliando, la produzione di nuovi armamenti e munizioni non sta assolutamente dietro al consumo sui campi di battaglia, mentre la situazione del bilancio federale Usa si fa sempre più preoccupante.
Secondo le proiezioni per il 2025, il pagamento degli interessi sul debito è infatti diventato la seconda voce di spesa pubblica negli Usa, superando quella per la difesa e per la sanità pubblica (Medicare).
È passata da 345 miliardi di dollari del 2020 a 952 miliardi di quest’anno, quasi triplicando in cinque anni, che si prevede saliranno a 1.800 miliardi entro il 2035 (vedi il report pubblicato il 9 febbraio sul sito di Committee for a Responsible Federal Budget dal titolo: “La crescita dell’interesse sul debito passerà il trilione di dollari il prossimo anno”).
In direzione opposta va la “coalizione dei volenterosi” – Francia, Regno Unito, Germania e Polonia, affiancati dalle istituzioni Ue – che si è messa alla testa delle manovre per sabotare ogni accordo di pace e proseguire la guerra. Tagliati fuori da Trump dalla spartizione dell’Ucraina, i gruppi imperialisti europei cercano in qualche modo di assicurarsi la loro fetta.
E così il 10 maggio, da Kiev, hanno lanciato un “ultimatum” a Mosca: se non avesse accettato una tregua di venti giorni, sarebbero scattate nuove sanzioni. La proposta era inaccettabile per la Federazione Russa, che ha denunciato come un accordo del genere, senza garanzie, avrebbe solo permesso alle forze ucraine di riorganizzarsi per riprendere la guerra in un momento in cui sono in estrema difficoltà e accerchiati in varie zone del fronte.
L’ultimatum è stato quindi rispedito al mittente e il 20 maggio la Ue ha risposto emanando il diciassettesimo pacchetto di sanzioni contro la Federazione Russa.
La Germania di Merz si è messa poi decisamente alla testa della linea del proseguimento della guerra fino all’ultimo ucraino e punta a proporsi a Kiev come alternativa agli Stati Uniti.
Dopo aver annunciato nei mesi scorsi un massiccio piano di riarmo, il 10 maggio Merz ha dichiarato che non sarebbero più state rese note le liste di armamenti inviati da Berlino all’Ucraina (vedi l’articolo del 12 maggio: “Germania. Merz nasconde gli aiuti militari all’Ucraina”, pubblicato su Notizie Geopolitiche).
Dal 20 maggio Berlino ha schierato, per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, un contingente delle proprie forze armate in Lituania, al confine con la Federazione Russa.
Nei giorni successivi Merz ha poi dichiarato di appoggiare le misure per impedire la riapertura dei gasdotti Nord Stream proposte da Ursula Von der Leyen.
Il 26 maggio il cancelliere tedesco ha infine dichiarato che la Germania ha tolto ogni limite alla gittata delle armi inviate a Kiev, che potrà usare i missili a lungo raggio per colpire il territorio russo. Secondo Merz, lo stesso avrebbero fatto Regno Unito, Francia e Stati Uniti (nel momento in cui scriviamo la notizia non trova conferme).
Intanto il Ministro della Difesa Pistorious rilasciava altre dichiarazioni nella stessa direzione, ipotizzando la reintroduzione della leva obbligatoria per incrementare l’esercito di altri 100 mila effettivi (vedi l’articolo del 24 maggio: “Il cancelliere tedesco e ‘la svolta di Trump’ sull’Ucraina. Merz ‘scioccato’ per la telefonata”, pubblicato sul Corriere della Sera).
Dal canto suo, la Federazione Russa ha fatto invece passi avanti nell’elaborazione di un piano di pace, togliendo in parte il terreno sotto i piedi alle manovre dei “volenterosi”. Prima ha proposto dei colloqui diretti tra Mosca e Kiev, svolti il 16 maggio a Istanbul, dove si è raggiunto un accordo per lo scambio di oltre mille prigionieri.
Il Ministero degli Esteri russo ha poi annunciato di essere al lavoro su una bozza di memorandum che delinei i principi fondamentali per un accordo di pace che includerà proposte per un cessate il fuoco e una tempistica per accordi che mettano fine alla guerra in modo definitivo.
Sul campo di battaglia le forze russe continuano invece ad avanzare e si va rapidamente verso il punto in cui la sconfitta subita dai gruppi imperialisti nella guerra per procura in Ucraina minaccia di trasformarsi in una completa disfatta.
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“La guerra non è in una situazione di stallo, ma i russi continuano a vincere sul campo. La scorsa settimana il New York Times ha rivelato che nei sedici mesi precedenti i russi avevano conquistato 1.826 miglia quadrate di territorio ucraino.
L’articolo ammetteva che le perdite ucraine avrebbero potuto avere conseguenze catastrofiche, osservando che nelle ‘guerre di logoramento’, i progressi incrementali possono presagire una svolta, se la parte perdente esaurisce truppe e munizioni e le sue linee difensive alla fine crollano (…). Se Zelensky e i suoi sostenitori europei credono che l’esercito ucraino sotto assedio possa continuare a combattere all’infinito, perdendo migliaia di soldati ogni mese, e che non ci sarà mai una rottura nelle linee – o una rivolta delle truppe – stanno giocando, perdonate il gioco di parole, alla roulette russa. Nessuno può subire questo tipo di perdite e combattere come un robot per sempre.
Si consideri anche il fatto che, una volta esaurito il pacchetto di aiuti da 61 miliardi di dollari di Biden, a partire da maggio 2024 non arriveranno più aiuti americani. L’Europa chiaramente non può compensare da sola l’assenza di aiuti militari americani. Pertanto, potenzialmente entro pochi mesi, la matematica del campo di battaglia inizierà a pesare sempre di più sulla parte ucraina, mentre la Russia continuerà a rafforzarsi e a crescere militarmente.
Un crollo della capacità dell’Ucraina di difendere il proprio paese diventa sempre più probabile con l’avvicinarsi della stagione estiva dei combattimenti. L’unica cosa che abbia senso, sia a livello militare che diplomatico, a questo punto è riconoscere la dura verità che non esiste una via per il successo ucraino.
L’Occidente nel suo complesso non ha la capacità o la leva per costringere la Russia a fare concessioni. Se continuiamo a credere che parole forti fermeranno le forze armate russe, rendiamo inconsapevolmente più probabile lo scenario da incubo per Kiev e Bruxelles: la sconfitta militare dell’Ucraina”.
Stralcio dell’articolo: “L’Ucraina rischia sempre più un collasso militare totale se non viene raggiunto un accordo” dell’analista ed ex ufficiale Usa Daniel L. Davis, pubblicato il 21 maggio sul sito 19fortyfive e tradotto da AnalisiDifesa.






